Hidden Gems (a cura di Alessandro Calzavara) – 5) Leanan Sidhe

Leanan Sidhe

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V’è, attorno alla culla di Leanan Sidhe (l’oscura Fairy Mistress, musa dei Celti che innamora e si nutre della spensieratezza degli artisti che la fraintendono, come sviati da un’apparentemente innocua anfibolia) un’ampia circolazione d’incubi storici.
Ecco allora che Leanan Sidhe scatena la sua natura distruttiva, rendendo succubi d’una vampiresca persecuzione. L’arte non libera, si fa ossessione, asserve e favorisce la nascita delle riviste specializzate. Le quali, attingendo da scorte d’inutile e occasionale incenso, sono ancora alla ricerca dell’alchimia necessitante di razza, ambiente e momento per collocare i minuti pezzi del suo puzzle e dimenticare più compiutamente l’immagine complessiva.
Vi fanno ordunque sapere che a Firenze sul limitare degli anni ‘80 cinque fiorentini innamorati dei Breathless e dell’Oriente Misterioso si rinchiusero fra le muffe d’una necropoli sotterranea ed evocarono l’avvento dei Sigur Ros (con la cui patinata presunzione sonora -per inciso- non hanno molto da spartire). Fino ad allora e per svariati anni i Leanan Sidhe son stati citazione esoterica stanziata nel disorganico corpus d’una vulgata estemporanea. Nel fiorire di sempre più inutili e aggiornate enciclopedie, riassunti, ricostruzioni, dei cento dischi più rotondi della storia, non si fa menzione della nostra fata (tranne che nell’ottimo “Eighties colours” di Roberto Calabrò).
E ci mancherebbe altro: non sono loro a poterlo decretare. Ella si concede con esclusiva delizia solo ad orecchie non materiali, interessate a null’altro che alla propria essenza. E apparendo esclusivamente a occhi che non abbiano confuso l’oscurità con il male. O peggio, con il gioco intellettualistico.
La marea della storia, questo processo oggi in procinto d’estinzione, la sommerse.
Adesso che giunge a noi come archeologia, come collezione di pepite auree incastonate nell’immoto blu sintetico della ricostruzione, la magia deve essere rievocata. Non basterà una nicchia nello scaffale dei cd. Non basteranno due parole di circostanza nei termini della Santa Deadline.

Occorre piuttosto disarcionare “Ash grove primroses” (1986) e “Our early childhood skies” (1987) dalla giada discografico/museale in cui sono precipitati e riappropriarci dell’assolutezza d’un suono che in Italia mai fu e mai sarà più. Lasciare la purezza di questi sfolgoranti arpeggi mistici rifondersi con la profondità del mantra e della new wave nella conchiglia dove l’ispirazione non è impaniata in alcun vischio materiale. Dove le chitarre a dodici corde vibrano come arpe infinite e l’impenetrabile oscurità del suicidio si disacerba e si schiude in un bocciolo dimenticato.
Apparvero già così, i Leanan Sidhe, già straordinariamente avveduti, già dannatamente d’un altro pianeta rispetto alle marcate dipendenze del circuito alternativo. Giunsero alla sintesi ch’è dei precoci, degli invasati, dei baciati dalla musa.
Questi due mini-lp sono a tutt’oggi praticamente infiniti: non si finisce mai di sguazzare nella loro geografia immaginale o di spirare nel turbine d’una spiritualità musicale sincretica come poche, o come nessuna, se ci limitiamo all’Italia.
La ristampa del 2007 della Spittle, avvolta in un pregevole digipack con booklet inclusivo di testi e testimonianze varie, nonché una bellissima foto di copertina, include oltre ai due (inenarrabili, l’ho già detto?) mini lp, due pezzi inediti (e leggendari) che flirtano con il cosmo, avvinghiati in un gotico soprannaturale ed in un alone germanico).
Ammesso che “Blue and gold (and magic yellow)” possa stare dentro una qualunque statistica, esso uno dei dieci dischi italiani più alti di sempre.

A diuturna memoria dell’amico Marco, che dei Leanan Sidhe fu cardine, scomparso prematuramente nel 2010.

Alessandro Calzavara


In copertina: blue and gold (and magic yellow) – a collection 1986-1987 (front cover, Leanan Sidhe).

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