Le parole della fine – a cura di Laura Liberale e Giovanna Zulian – Thomas More

LE PAROLE DELLA FINE

Thomas More o Morus
(Anna Bolena ed Enrico VIII)
di Claude Aveline (traduzione di Giovanna Zulian)

Sposato da venticinque anni, Enrico VIII non avrebbe avuto forse in tutta la sua vita che una moglie al posto di sei – sapeva molto bene distrarsi altrove – se la giovane Anna Bolena, messa in guardia dal debole di sua madre e poi di sua sorella verso il sovrano, non avesse rifiutato tenacemente di seguire il loro esempio.
Aveva detto che non sarebbe appartenuta a nessuno, se non al suo sposo. E se lo sposo era il re, lei sarebbe diventata regina. E se era già sposato? Avrebbe divorziato! E se Roma non voleva? Che si trovasse il modo!
Fu il primo ministro, il magnifico e astuto cardinale Wolsey a trovarlo. Per ragioni politiche e acredini personali che non avevano nulla a che vedere con Anna, Wolsey si augurava la dissoluzione del matrimonio reale. In base a un testo biblico, egli considerò che Roma non avrebbe dovuto permettere una tale unione, essendo Caterina d’Aragona, prima che moglie, la cognata di Enrico.
Papa Clemente VII fece orecchie da mercante. Enrico esasperato, gli rinviò Wolsey. Per convincere il Papa o per rompere con lui (il suo desiderio per Anna Bolena era senza limiti), aveva bisogno di un uomo la cui rettitudine e purezza fossero fuori discussione. Lui sapeva chi. L’ammirava fin da giovane, e lo considerava come suo maestro. Era Sir Thomas More, cristiano eccelso, marito e padre perfetto, spirito arguto, teologo e filosofo incomparabile. Delle sue opere, che firmava Thomas Morus, leggiamo sempre “Utopia”, in cui saggezza e humor non sono meno dilettevoli che nell’“Elogio della follia”, scritto a casa sua da Erasmo, migliore amico che i contemporanei scambiavano per fratello gemello.
Prima avvocato e membro della Camera dei Comuni, poi tesoriere dello Scacchiere, cancelliere del ducato di Lancaster, Thomas More era presente al Campo del Drappo d’Oro, ad Amiens per la pace con la Francia, a Cambrai – nel 1529 – per la pace tra Francesco I e Carlo V. Enrico VIII lo nominò dunque gran cancelliere al posto di Wolsey. Aveva cinquantun anni.
Thomas More non ignorava i progetti del re; due anni prima, Enrico glieli aveva confidati. Conosceva anche il suo carattere. Ai tempi della guerra con la Francia, siccome Enrico si era invitato a cena da lui e dopo mangiato i due avevano passeggiato un’ora in giardino, il braccio del re attorno al suo collo, uno dei generi di Thomas More, William Roper, si era rallegrato di tanta confidenza. Il saggio gli aveva risposto: “Rendo grazie a nostro Signore di quanto Sua Maestà si dimostri benevolo nei miei confronti (…) Tuttavia, caro Roper, posso assicurarti che non c’è da esserne fieri, perché, se la mia testa potesse fargli conquistare un castello in Francia, non mancherebbe di cadere”.
Non si trattava di un castello. Thomas More si astenette dall’esprimere qualsiasi opinione sull’argomento ‘divorzio’, ma non ebbe tregua finché non fu esonerato dalla sua carica. Il papa continuava a resistere. Allora, il re fece annullare il suo matrimonio dall’arcivescovo di Canterbury, proclamò la sua separazione da Roma e sposò Anna Bolena.
Thomas More si rifiutò d’assistere all’incoronazione di lei. Si rifiutò di prestare giuramento d’obbedienza al re come nuovo capo supremo della Chiesa Anglicana. Quel giorno, non rientrò a casa, dormì alla Torre di Londra. Durante un lungo mese, egli diede mostra della sua meravigliosa indole. Al processo, espose gli argomenti inconfutabili che gli impedivano di rinnegare “le leggi di Dio e della Sua Santa Chiesa”. Ma era già condannato.
Seguiremo ora, passo passo, le pie memorie dell’illustre Roper, così come ce le ha tramandate nella nostra lingua Pierre Leyris. Alla vigilia dell’esecuzione, Thomas More inviò a sua figlia il cilicio che portava segretamente, accompagnato da una lettera scritta col carbone – gli avevano tolto l’inchiostro e le piume. “Mi affliggerebbe dover attendere oltre domani”, diceva, “perché è la vigilia di San Tommaso e l’ottava di San Pietro, ecco perché aspiro ad andare a Dio domani, come giorno appropriato e giusto per me”. Fu esaudito. All’alba di martedì 6 luglio 1535, un amico, Sir Thomas Pope, venne ad avvertirlo che sarebbe stato giustiziato prima delle nove.
“Maestro Pope, vi ringrazio cordialmente per le buone notizie. Sono sempre stato enormemente obbligato a Sua Maestà per i favori e gli onori di cui mi ha colmato in molte occasioni e gli sono ancora più grato di avermi messo in questo luogo, in cui ho avuto l’opportunità e il tempo di considerare la mia fine. Ma, che Dio mi aiuti, sono grato soprattutto che Sua Maestà gradisca liberarmi così presto dalle miserie e dall’infelicità del mondo, e, certo, non mancherò di pregare con zelo per Lei, tanto qui come nel mondo a venire.”
Avendo saputo che il re desiderava che lui parlasse poco sopra il patibolo, egli s’impegnò a farlo. Pope gli fece sapere che la sua famiglia e i suoi amici avrebbero potuto assistere alla sua sepoltura. “Oh!” esclamò Thomas More, “quanto sono grato a Sua Maestà di aver avuto la bontà di disporre così gentilmente!”.
Pope, lasciandolo, piangeva. “Calmatevi! Buon Maestro Pope, non affliggetevi, perché confido che noi ci rivedremo un giorno con grande gioia, in un luogo in cui saremo sicuri di vivere insieme e di amarci per sempre”. Un altro biografo, il pronipote Cresacre More, precisa che aggiunse uno scherzo decisamente allegro per confortare l’amico.
Come per una festa solenne, indossò l’abito più bello. Il luogotenente della Torre di Londra, che voleva tenerselo, gli consigliò di riporlo, dicendogli che chi l’avrebbe avuto, cioè il boia, non era che uno zotico. “Cosa? Mastro Luogotenente, considerare zotico colui che mi sta rendendo un servizio così raro? In verità, vi assicuro che se questo vestito fosse di tessuto d’oro, crederei ch’egli l’abbia ben meritato, come San Cipriano che donò trenta monete d’oro al suo boia”[1].
Nondimeno mise un vestito di lana ma, del poco denaro che gli restava, riservò al boia un angelotto d’oro.
Condotto dal luogotenente, egli avanzò con una croce rossa in mano e gli occhi al cielo. Una donna gli offrì un bicchiere di vino. Lui rifiutò. “Cristo, durante la passione, bevve solo dell’aceto”.
Diede ad altre donne delle risposte piene di spirito. Salendo al patibolo che sembrava poco stabile, disse allegramente: “Vi prego, Mastro Luogotenente, di aiutarmi a salire, perché per scendere m’arrangerò da solo”.
Chiese alla folla di pregare per lui, s’inginocchiò e recitò il Miserere. Poi, apostrofando il boia gioiosamente: “Tu stai per rendermi in questo giorno il più grande servizio che un uomo mortale possa rendermi. Raccogli il tuo coraggio, ragazzo mio, e che il tuo lavoro non ti spaventi. Ma io ho il collo corto, quindi guardati bene dal colpire troppo vicino, ché ne va del tuo onore!”.
Si bendò gli occhi da solo, scostò la barba dalla panca. “Sarebbe un peccato”, disse, “che venisse tagliato ciò che non ha commesso tradimento”.
“Così”, conclude Cresacre More, “allegramente e con grande gioia spirituale, ricevette il colpo fatale”.
Il martirio di Thomas More non portò fortuna alla Regina Anna. Enrico aveva messo gli occhi su una nuova donna, Jane Seymour. Fece accusare Anna di averlo tradito con quattro uomini, incluso il suo stesso fratello George, e furono uccisi tutti e cinque. Quanto ad Anna, avendole Enrico risparmiato il ceppo, s’augurava la spada piuttosto che l’ascia, e un boia francese, dalla mano più leggera.
Disse alle guardie: “Non sono venuta qui per pregarvi, ma per morire”; chiese delle preghiere per il re, fece il suo elogio e quello dei giudici. Sorrise al boia, prendendosi il collo tra le mani. “Non farete fatica”, disse, “perché è piccolo, veramente molto piccolo”. Questo accadde il 19 maggio del 1536, meno di un anno dopo l’esecuzione di Sir Thomas More – ed esattamente quattrocento anni meno uno prima che lui venisse promosso al rango dei Santi.
Quanto a Enrico VIII, dopo aver sposato anche Jane Seymour, Anna di Clèves, Caterina Howard (anche a lei fu tagliata la testa) e Caterina Parr, fu il doppio ricordo di Anna Bolena e della rottura con Roma ad assillarlo undici anni dopo nei suoi ultimi istanti. Lo si sentì mormorare: “Anna… Anna Bolena…”. E le sue ultime percettibili parole furono: “Dei monaci! Dei monaci! Dei monaci!”.

Digressione, di Giovanna Zulian

La vicenda della passeggiata post prandiale del re Enrico VIII con Thomas More, mi porta direttamente in parallelo a questo brano di Truman Capote:

“La K.K.A. era un’agenzia di media importanza, ma, come sempre avviene in questo campo, ottima, la migliore. Kurt Kuhnhardt, che l’aveva fondata nel 1925, era un uomo strano con una strana reputazione: tedesco, magro, pedante e scapolo, abitava in un elegante appartamento in Sutton Place, un appartamento dove, fra tante altre cose, facevano spicco tre Picasso, una superba scatola a carillon, maschere delle isole dei Mari dei Sud e un robusto giovanotto danese, il domestico. A volte invitava a pranzo qualcuno dei suoi dipendenti, il favorito del momento, dato che poteva sempre scegliere qualcuno da proteggere. Ma quella del favorito era una posizione pericolosa, perché la simpatia finiva sempre per dimostrarsi incerta e precaria; dopo aver pranzato allegramente la sera con il proprio benefattore, l’indomani il protetto si trovava a un tratto a dover rinunciare agli sperati vantaggi.”
da Chiudi un’ultima porta (1947) – La forma delle cose. Tutti i racconti – Garzanti.

La morte è quel braccio attorno al collo, una passeggiata digerente. Tutto passa per la bocca: parole, cibo, progetti, tutto viene portato a spasso con amichevole confidenza e partecipazione a sogni e idee per realizzare il volere di uno, del potente, del Re.
Spesso figure che sublimano con la potenza avuta o conquistata, mancanze e ardori che non sanno trattenere nell’accumularsi come trofei ma a cui non sanno neppure rinunciare. Solo prendere e pretendere per poi gettare, recidere per un nuovo gioco. Il potere della Morte che infliggono senza esserne esecutori, semplicemente disponendo e guardando altrove.
La loro morte è piena di madidi fantasmi, di solitudine e agi che verranno spesi per una glaciazione peritura.
Stare nella propria morte è comprendere quella bonaria stretta al collo e pensare “è ciò che è”.

In copertina:Peter Paul Rubens, Thomas More, 1630-1635. Prado, Madrid.


NOTA

[1] Secondo la Leggenda aurea, San Cipriano avrebbe raccomandato ai suoi amici di donarne quindici. Avrebbe poco prima ringraziato Dio della sua condanna.

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