Guido Conti, “Il taglio della lingua”, Guanda, Parma, 2000 – Recensione di Margherita Rimi

conti

di Margherita Rimi

Guido Conti e il coraggio della lingua

Il taglio della lingua : questo è il titolo di un romanzo di Guido Conti, che è stato pubblicato con l’editore Guanda nel 2000 e che racconta la storia di un bambino nato con una lingua lunghissima. Si tratta di un libro di grande valore umano sia per i contenuti che per lo stile. È in-comprensibile che non se ne parli come si dovrebbe.
Di fronte a questo titolo c’è da porsi già la prima domanda: – Perché proprio il «taglio della lingua»? Perché la lingua è presa come bersaglio e perché l’idea di tagliarla? E perché proprio quella di un bambino? Forse perché la lingua è mostruosa, è scandalosa, soprattutto quando dice la verità. Soprattutto quando, come in questo romanzo, è ricerca di verità; quando diviene espressione e strumento del pensiero, di emozioni e fantasia; soprattutto quando la lingua può renderci liberi.
«Ero diventato troppo pericoloso, troppo violento. La mia lingua spaventava e faceva inorridire» (p. 126).
Quella lingua, che ha lo stigma della deformità, che subisce la derisione, lo scherno della gente, diviene organo di un corpo e di una parola dalla potenza inaudita.
«Le donne del paese mi guardavano maligne» (p. 15). Paure ataviche emergono nella comunità in cui vive la famiglia. Alcuni pensano che quella nascita sia stata un castigo divino, altri che quel bambino sia portatore di sventure, un segno negativo del destino. Ciò è causa dell’isolamento sociale dei genitori e del figlio, è causa anche della follia del padre, che, preda delle sue angosce e del suo dolore, inizia a vagare per i campi, ogni notte, e a uccidere le biscie, perché gli ricordano l’anomalia fisica del figlio.
Anche a scuola il bambino diviene oggetto di irrisione da parte dei compagni e della maestra. Quella lingua suscita paura e repulsione: «“Ma quello è un mostro!” gridavano i bambini. “È figlio di una vipera”» (p. 29).
Sentimenti di vergogna, di solitudine e di rabbia invadono l’animo del piccolo: «Dovevo lottare contro tutti […] mi tiravano con ogni cosa, dalle penne appuntite alla carta ciucciata» (p. 34).
Anche il medico chiamato a consulto non riesce a dare una spiegazione scientifica e definisce quella lingua una «malalingua», operando con un taglio chirurgico su di essa: «Potrebbe darsi che si tratti di una fascicola-linguae o ignis buccae. Certo però è una malalingua, habet malalinguam, homo maledictus est. Necesse est avellere lingua puero!» (p. 21). La lingua non solo ricresce, ma diviene anche un organo che il bambino impara a usare e a padroneggiare per farne un’arma di difesa e di offesa come, ad esempio, quando viene venduto al padrone di un circo per fare spettacolo; per farne una frusta contro un prete che tenta di abusarlo: «Usai la lingua come una frusta, lo colpii in pieno volto e lui lasciò la presa» (p. 42), e contro un compagno di scuola che lo umilia: «Aprii la bocca, alzai la lingua a mezzaria e frustai quell’idiota » (p. 32). E ancora per farne un altro braccio: «Allungai la lingua fino ad un mazzo di fiori e lo porsi gentilmente ad una ragazza del pubblico in prima fila» (p.69); o anche un organo per procurarsi il cibo, per sopravvivere. «L’unica debole gioia era diventare ogni giorno più padrone della mia lingua» (p. 46).
Quella stessa lingua diviene anche uno strumento di gioco e dell’affettività, come nell’abbraccio del bambino con la madre, l’unica che è capace di amarlo così com’è: «Sorrideva quando le attorcigliavo la lingua al collo. L’appiccicavo alla pelle e lei mi accarezzava la testa, mi baciava la fronte. A volte serpeggiavo sul suo viso, tra le dita delle mani, sul suo seno nudo» (p: 16); e, poi, come nella stretta dell’adulto con la propria donna, divenendo espressione di piacere fisico e affettivo, di bisogno di amore: «Allora, senza volerlo, attorcigliai la lingua alle sue mani, in un gesto di disperazione, come una richiesta di aiuto.» (p.98), e ancora: «Afferrò la mia lingua […] e l’arrotolò avvinchiandosi il corpo come se fosse un soffice boa di piume. Fu così che scoprii l’amore» (p.117). Oppure, proprio come nel gioco: «Riuscivo a fare forme geometriche, come triangoli o quadrati, ma superavo me stesso nei cerchi […] oppure l’avvitavo a spirale» (p. 25).
Sarebbe riduttivo limitarsi a leggere la vicenda narrata da Conti attraverso il semplicistico accostamento “lingua-fallo” di ispirazione psicoanalitica.
La lingua è espressione dell’amore, della sensualità fisica ed erotica, ma è anche espressione dell’amore per il linguaggio, per le parole; è desiderio di conoscere e possedere il mondo. Cosa c’è di più erotico e sensuale, di più bello, delle parole che vengono composte in un testo e diventano poesia, arte? Quello che Conti rappresenta è lo slittamento continuo tra la lingua come organo anatomico e la lingua come linguaggio, come espressione, facoltà unica dell’uomo. E la lunga lingua di un bambino, quella che per tanti è una deformità, diviene il simbolo della sensibilità, della verità e del riscatto e anche della letteratura. La lingua è un’anomalia, perché porta alla verità, alla libertà. È come quella dei bambini, dei pazzi, costituita da parole, che appaiono nella loro evidenza, fino a divenire fatti concreti. Le parole stesse sono in contatto continuo con il pensiero e l’anima dell’umanità. Una lingua, che fisicamente dimostra la sua forza insieme al respiro e che talvolta è così incontenibile da non poter stare tutta nella bocca, perché troppo grande come le cose che deve dire: come a riempire troppo non solo la bocca ma anche il pensiero.
E se pensiamo alla lingua anatomica, alle sue molteplici funzioni (organo di senso: tattile e gustativo; organo muscolare: prensione, masticazione, deglutizione; e fonetico: formazione dei suoni) e alla sua vasta rappresentazione sulla corteccia cerebrale, si può immaginare cosa significhi simbolicamente l’atto del taglio e della perdita della lingua.
Conti, con questo romanzo, ha voluto salvare la “lingua”.
«La mia lingua è tagliente: le mie parole sono affilate come una spada. Sono pezzi di vetro. Ferisco. Così nessuno mi dimenticherà. Chi ha dato voce, leggendo, a chi non l’ha mai avuta come me, difficilmente dimenticherà. La mia voce è dentro di voi, ho affondato la mia lama nella vostra carne e lì resterà. La mia lingua è limpida e potente. La mia lingua è un diamante» (p.139).
Attraverso “una lingua così lunga”, Conti ha avuto il coraggio di raccontare il dolore di un bambino e poi di un uomo. Ha raccontato come si può sopravvivere con forza e coraggio alle cattiverie degli uomini, alla umiliazione e alle offese, alla emarginazione e al disprezzo, alla vergogna, alla mancanza di amore. Ha raccontato di uomini ignoranti, violenti, sfruttatori, incapaci di bene, preda di atavici pregiudizi.
E, quella stessa lingua, ha raccontato anche la storia di tutte quelle creature le cui deformità e menomazioni trovano il senso della loro umanità anche nella trasfigurazione artistica.
Ma se Conti ci parla di una “lingua così lunga”, ci fa immaginare, di contro, come sarebbe una storia con una “lingua piccola”, con una lingua così corta e misera, anche nel suo stato anatomico, che produce stereotipi linguistici e culturali, significati falsi.
Quelle “lingue piccole”, che articolano parole in serie, luoghi comuni, che si legano a un pensiero uniformato, e appiattito su un sentire che non ha il coraggio di farsi forza, di farsi responsabilità e verità. È così che quelle “lingue piccole” di uomini piccoli, costruiscono mondi finti, fragili, e alla moda, incomprensibili e confusi, da cui traiamo cumuli di macerie, distruzione e di morte; come succede ai nostri giorni.
Lo stile nella scrittura è essenziale, le parole assolvono alla potenza del tema trattato e nello stesso tempo ci portano dentro la sensibilità e la delicatezza dell’animo umano.
Conti connette aspetti realistici ad aspetti abnormi del reale che si avvicinano ad un sentire arcaico-magico.
La letteratura ci ricorda che la lingua è anche costruzione del mondo, del pensiero e della realtà: che è perciò responsabilità. Nella sua opera letteraria Conti questa responsabilità se l’è pienamente assunta.


In copertina: Guido Conti (Fonte: Liceo Attilio Bertolucci – Parma).

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