Nino De Vita

a cura di Diego Conticello

De Vita Nino (Marsala, 1950). Laureato in Scienze Agrarie presso l’Università di Palermo nel 1974, ha insegnato Matematica e Osservazioni scientifiche in vari istituti del trapanese. Leonardo Sciascia, nel 1989, gli affida, assieme ad altri cinque studiosi, la direzione della fondazione che gli sarebbe stata intitolata dopo la morte. È anche autore di racconti per bambini e prose brevi in lingua ma, soprattutto, in vernacolo, comparsi in volume o su diverse riviste letterarie. Nel 2012 ha ottenuto il prestigioso premio “Viareggio” per Òmini. Solo latamente ascrivibile ad una corrente neo-barocca per via di una profonda oculatezza nella cernita della terminologia, la poesia di De Vita si nutre di un’estrema, quasi scientifica, precisione nominale in cui il significato degli oggetti, grazie ad un procedimento analogico rovesciato, pare emanarsi dall’interno, come a sviare il passaggio intellettivo, rinnovando nel contempo, dilatandolo e arricchendolo, il senso primario delle cose. Alla base della poesia di De Vita non sussiste, se non in misura blanda, alcuna carica simbolica o memoriale, ma l’intento unico di «salvare» dall’estinzione ogni parola del proprio vernacolo d’origine, una particolare variante del dialetto marsalese parlata solo nell’area lilibea prospiciente le isole Egadi. La versificazione, dal discreto respiro narrativo, si struttura attraverso l’uso di una sintassi nominale esasperata talvolta fino al grado estremo dell’assenza verbale e figurale, nonostante sovente essa ricorra alle forme favolistiche o del cuntu di matrice popolare, corroborando il dettato con un afflato «epico-naturalista». Questa rischiosa ma necessaria ricerca si basa sul tentativo di far coincidere il più possibile il confine geografico (e, solo in parte, biografico) con quello linguistico, azzerando ogni inutile gradiente di oleografismo e ricorrendo, piuttosto, ad un registro conciso e roccioso che rispecchia, in somma parte, lo stesso crudo ma intatto orizzonte che descrive: il continuo inseguimento d’una impossibile coincidenza tra la fisicità dell’oggetto e l’impalpabilità delle parole che lo dicono. Diverse le opere poetiche: Fosse Chiti (1984); Nnòmura (1993); Cutusìu (1994); Cùntura (1999); Òmini (2000); Cutusìu (2001, ed. riveduta e ampliata); Cùntura (2003, ed. riveduta e ampliata); Nnòmura (2005, ed. riveduta e ampliata); Fosse Chiti (2007, ed. riveduta e ampliata); Òmini (2011, ed. riveduta e ampliata).

Testi

(Da: Fosse Chiti, 2007)

Ha piovuto

Ha piovuto.
Sui vetri
è caduta, battendo,
l’acqua che in schizzi e onde
in fiumi gonfi
esili
è discesa
nel mare della soglia
di marmo…

Un sole caldo
spezza e assottiglia
isole
disperde…

È nella goccia
il cielo
un albero
curvato…


Dalle pietre è spuntato

Dalle pietre è spuntato
fra le rotaie untuose
il fiore.

Il vento forte
del treno lo ripiega:
spruzza gocce
d’acqua annerita, sbuffi
di fumo…

S’allontana
e s’avvicina l’ape
che vi posa
a giri lievi

e penetra,
lo succhia…


Lisciato legno

Lisciato legno
un nodo

anelli tondeggianti,
striature…

È la vita
dell’albero
la morte…


Aggiunge il caglio

S’infila dalla porta
del casolare
l’alba:

impolverate
vibrano ragnatele
agli angoli del tetto
ancora bui…


Melagrana spaccata

Melagrana spaccata
contro il sole
piccoli cuori rossi
le formiche
che salgono
dal tronco […]

[…] in una nube
d’insetti
l’odore acre
della
marcescenza.


Ha una croce la casa

Ha una croce la casa,
in alto, sopra il pizzo,
di tufo vecchio:
l’edera dal muro,
s’arrampica e l’avvolge

nel cielo l’attraversano
nubi
gli uccelli in fila
a frotte

un sole lento
che scende verso il mare

il cerchio della luna
nella notte
scura…


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