Lucio Zinna

a cura di Diego Conticello

Zinna Lucio (Mazara del Vallo, 1938). Laureato in Pedagogia presso l’Università di Palermo nel 1968, ha lavorato sia come insegnante che in qualità di capo d’istituto in diverse scuole palermitane. È autore anche di romanzi e testi narrativi, ma soprattutto di saggistica. Incessante la sua attività in qualità di redattore e direttore di numerose riviste quali «Sintesi», «Quaderni di Estuario» e «Arenaria». Suoi articoli e recensioni sono apparsi nelle maggiori riviste italiane di letteratura. Ha fondato, inoltre, l’Istituto Siciliano di Letteratura Contemporanea e Scienze Umane. In costante svisceramento delle disfunzioni sociali, la poesia di Lucio Zinna nasce da una deflagrante «disperazione della sensibilità» che si traduce in amaro realismo, accentuato da una civilissima e talvolta sferzante ironia sempre rifuggente dai facili elegismi. La minuziosa cronaca delle aberrazioni quotidiane si affida a una lingua «parlata» e a tonalità meste in cui la pacatezza aumenta, per contrasto, il quoziente icastico ed urticante del messaggio. L’antilirismo di fondo tende a privilegiare la discorsività e la medietas rispetto alla sentenza netta e al tono definitorio, come se il verso fosse imbrigliato in una «lentezza gnoseologica» che avverte di continuo l’incombenza del «male di vivere». Incline all’interiorità e vigile verso il metafisico, la poetica di Lucio Zinna è giostrata su un’epopea del canto minimo, una sorta di mitologia della normalità, appellandosi ora all’amaro sarcasmo e alle pungenti parodie, ora alla discrezione e ad un’eleganza equilibrata fondata su un lavoro certosino di calibrazione semantica. Diverse le opere poetiche: Il filobus dei giorni (1964); Un rapido celiare (1974); Sàgana (1976); Tabes (1979); Dalle rotaie (1979); Equoreo (1980); Sàgana/2 (1986); Abbandonare Troia (1986); Bonsai (1989); Sàgana e dopo (1991); La casarca (1992); Il verso di vivere (1994, antologia); La porcellana più fine (2002); Poesie a mezz’aria (2009); Stramenia (2010).

Testi

(Da: Sàgana, 1976)

Terra d’esordio

Urgenza di restare e di partire, focolare
e avventura mi contrastarono sempre. Sempre
cercai di conciliare legni e pareti
e dentro inconsapevoli mi sentii due civiltà
cercarsi con difficili approcci, europea
e araba, questa già emergente dalla rena
e quella grano a grano decadervi (cedendo
stanca di resurrezioni fallaci a una
diversa pure remota egestà) come accade
tra gli uomini nel tempo. Terra del mio
umano esordio, primo luogo del cuore, solo
simbolo ormai, forse simbolo.


Frammenti di una lettera a Monique

Qui è sempre Palermo e trasciniamo,
Monique, giornate di scirocco e rare
brezze tra celie d’osterie e repentine
sfuriate (come tu ricordi) appartàti
per altrui desiderio e nostro in parte
nel sesto continente del pianeta
piccolo e clandestino.

C’è un’accezione seconda del verbo
“incazzarsi” che vuole dire offendersi e
magari sboccare nell’ira. La prima – più nota –
accezione concerne l’erezione del fallo
e giustifica il modus dicendi discendere
dal fallo e proseguire a piedi.

[…] Qui
si deperisce – bellezza – centesimo a
centesimo raggio a raggio e incazzarsi
vuol dire difendersi sboccare nell’ira.

(Da: Abbandonare Troia, 1986)

Sudità

Chi disse si debba eternamente piangere il peccato
(così scarsamente) originale di questa oltranzosa
sud-ità irremovibile sudditanza implume vecchissima
insularità da viversi sulla pelle come nigritia.
Chi vuol essere geronimo sia. […] Più non è tempo d’autocommiserazioni
semmai di segnare altro lamento
(che basta coi lamenti) che ha d’esser convien sia.
Esistono le mafie ed i fascismi e sono planetari
e sono mascherati esistono ascari e colonizzatori
ogni speculatore ha portamento signorile la calma
è la virtù dei provocatori. Siamo un (generoso) popolo
di oppressi ed oppressori siccome in ogni particula
mundi ci coglie sino qui il montaliano male di vivere.
Per quanto mi concerne – Marina – ‘i mi son un che quando
il sole picchia ne riceve fastidio e non s’abitua

[…] resto imbevuto di continentale letteraria
cultura secondo l’aspetto climatico-geografico mi configuro
uomo del nord (Sicilia mio nordafrica) né mi cale se tu –
così soavemente lombarda – sia donna del sud (del
sudeuropa intendo).


Sessantacinque versi per il treno della Maiella

Filtra lento un senso angoscioso di quiete.
Piantare tutto. Allogarsi da queste parti
con la sacra famiglia nel più remoto villaggio
mettersi in pensione anzitempo vivere del minimo
prima che entrino falsi cavalli abbandonare Troia
con semafori zebre ciminiere mitragliette skorpion
e kermesses mondane e sindacati autonomi e confederali
e impossibili scuole (elefanti di mala educazione
di presunzione e droga) recidere i fili
coi tossici milieux culturali
di questo molle-agonizzante impero.
Comprimere la fretta rallentare i gesti
reinventarsi le albe e i tramonti.

(Da: Bonsai, 1989)

Preghiera per i liberatori

Liberaci o Signore
dalla prepotenza di coloro
che hanno sempre qualcuno
da liberare.
Liberaci da questa loro
anomala schiavitù.
[…] Lascia o Signore
che trovi ciascuno
il necessario impulso
ad ogni liberazione.
Che ciascuno possa liberarsi
(da solo o in compagnia)
liberamente.

(Da: La porcellana più fine, 2002)

Questi maledetti poeti

Questi maledetti poeti (finiscono
ogni tanto per essere poeti-maledetti)
sprecano la vita appresso alle parole
inseguono ritmi e dissonanze distillano
metafore macinano ossimori vivono su piani
interferenti e non lo danno a vedere
riempiono la casa di carta (lentamente
restringono gli spazi abitativi
dei familiari) denudano l’anima
con modulata disinvoltura.
Loquaci come compagni di taverna
taciturni come re in esilio
in ogni latitudine stanno a disagio
e si adattano comunque.
Nemmeno loro sanno che pesci sono.
Giocolieri della parola trapezisti
del logos leggono – attraverso
il proprio – nel cuore degli uomini
esplorano spazi e tempi colgono
essenze tessono con aghi invisibili
arazzi segreti che svelano il mondo
e quanto lo sovrasta. Fregano in curva
i filosofi che – piegati dal peso
dei loro tomi – imbrigliano l’universo
in schemi concettuali. Stanno
come ricci nel petto dei potenti
anche quando non ne hanno intenzione.
Non vale la pena tormentarli o blandirli
(per loro pervasiva retrattilità)
questi maledetti poeti meglio lasciarli
rosolare al loro stesso foco.

(Da: Poesie a mezz’aria, 2009)

Lustrura

La pioggia
fitta
persistente
appena cessata
ci lascia questa chiarìa
che rende traslucidi
corpi e cose alberi e case
nel viale inzuppato di resina
e l’asfalto riflette percettibili sfrigolii
di ruote veloci
intanto che come ombre
noi due procediamo
sul marciapiedi che affianca la villa
mano nella mano silenti verso e oltre
l’arco
di nessun trionfo
mentre nella piazza che pare spoglia
il caffè dal grande chiosco
ottagonale a vetri
si offre per uno per due
per tre quarti d’ora
di addormire il destino
intepidire l’intrepidezza dell’ignoto
la soffusa irrealtà del giorno
paghi di essere comunque qui
comunque insieme
fatti certi della stessa incertezza
nella lustrura post-pluviale
di un imbronciato mattino qualsiasi.

(Da: Stramenia, 2010)

Mutare in pendici

Il bello della poesia – da vivere
non solo da scrivere – risiede anche
nel grattare il similoro. Che versi vuoi
si distillino da un’umanità
interiormente blesa che sfalsa l’essere
e salva l’apparire.
Se l’acqua assume forma della brocca
questa trova senso nella sua liquida
presenza. Vuota sarebbe un’opzione
o un malinconico soprammobile che altro.


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