Elio Tavilla

a cura di natàlia castaldi

Elio Tavilla è nato a Messina nel 1957. È docente di Storia del diritto medievale e moderno all’Università di Modena e Reggio Emilia.
Tra i suoi libri di poesia, Il cubo e l’assenza, con prefazione di Maria Luisa Spaziani (Premio internazionale per l’inedito “Eugenio Montale” 1983; Società di Poesia, Milano 1984), Concetti semplici, con prefazione di Rosita Copioli (Prova d’Autore, Catania 1989; finalista al premio Alfonso Gatto 1989), L’amore di due, con postfazione di Alberto Bertoni (Book Editore, Castel Maggiore 1999; Premio Dario Bellezza 2000; finalista al Premio San Pellegrino Terme 2000), La cometa, con nota introduttiva di Giampiero Neri e postfazione di Emilio Rentocchini (Gallo&Calzati editori, San Giovanni Persiceto 2005; Premio Sandro Penna 2005).

Testi

La disfatta – inediti

fare caso alla bocca quando
tocca cibo, allungarvi le dita
e restare in ascolto. Mica come
quella retta parallela che tagliava
il buono dal marcio senza il sentimento
che si deve in queste cose

*

il perché delle lacrime, diceva
lo sai? lo sai come distende le ali
l’autunno al primo dispiegarsi
dell’inverno?
Un punto d’ascolto prossimo
alle nevi, lo aveva visto sciogliersi
dal ghiaccio che covava dentro
un primo amen e basta, tu per te
sei la linea fratta di demarcazione
visiva, i polsi dentro l’acqua
convìnciti che è vero

*

ululavano le bestie, una
braccava la sua pena sotto ai neon
della metro. Le passa sopra il muso
un sogno, dice: questo sogno
è la presenza santa nella vita
vedi come macchiano di sangue
il pelo di astracane.

Quindici per cento dei dolori
vien da qui, dal centro inanimato
della schiena

*

niente più acquazzoni, un inverno
così non si era visto mai

alla lunga viene fuori il marcio
le cose sistemate alla men peggio sotto
al letto, ci si farebbe a pezzi
per uscir fuor di metafora: bugie.
Cotti dal gelo si prendeva a botte
l’autista fantasmatico che a volte
le tagliava strada

*

ora o mai più. Barchette
di stagnola come pegno
dell’amore.
Da qualcuno viene
un grido che ogni notte si alza
dai cuscini, la leggenda si disperde
sopra i fumi alti dei fornelli…
Ora sai che dire, mai più vorrai
sospendere le trame della sera all’apice
storielline di tormenti

*

cosa cosa cosa ma la cosa
non sei tu
hai deciso tutto in una notte
l’ultimo tram aveva il liquido tra i vetri
l’opaca trasparenza del languido travet
sui viali.

L’arte la rifanno in quattro
tratti di matita e carboncino, tira a sorte
la cristalleria dei sogni, sbatti
le cosce sul cuscino

*

la viva, l’innocente, la
disfatta, la pervenuta al fondo
del dilemma: prendere o
lasciare?
Te l’ho detto ieri sera
prima di dormire, la conserva
per la notte si distrugge
tu piangi per bene, la sfumata
la nera, la sempre più disparsa


La capinera – inediti

1.
o la capinera, la nera capinera
affondata e alta, tutta luce tutta voce
o finita capinera che si staglia

dalla fila ultima, stordente
capinera

2.
———— la voliera era cosa
rarefatta che diceva di te tutto
che sembrava
———— ———- fosse
l’alito dell’aracoeli attorno

3.
a mente lo ripeti, tiritera
dei tormenti. Avessi visto il giorno dopo
dei bombardamenti a San Lorenzo che cos’era
il vetro falcidiato delle auto, sogno
di sventura e schiuma.
———— ———— ———— Mi chiamano

perché ci fosse acqua mi tenevo stretto
a te
———— che non c’eri

4.
non trovare via d’uscita, essere
e non essere, dire che non importa e invece
il lago era profondo, ci si può morire.

La perfezione sociale dei fiori non attende
il tuo ritorno, vede che è bene amarti
e lo fa senza riserve

5.
non c’era nulla da ascoltare a parte il tram
un diciotto o un trentacinque che con terrea
ostinazione si affanna sulle rotatorie

sono semplici fioriere devastate
dalla polvere
———— –a furia di metafore scambiano
il furore degli uccelli con l’inverno

6.
sono come i giocattoli, si rompono
sul più bello e invariabilmente prometti di
non piangere, gli specchietti, i giri
di parole per distrarti
———————— di notte era meglio
durava di quel tanto per confondere
qui, qui e qui

7.
i fornelli tuonano dentro le cucine
hanno l’aria dell’ultimo pasto da affamare
anche se

———— è che nessuno è morto mai di fame
solo un languore infinito ingigantito
dalla febbre, una nuvola complessa dalla pioggia
ispirata, smorta, come non se ne vede

8.
sì, la mia notte è come a mezzogiorno
le lune ingombrano il vaso e il vaso oscilla
con il suo carico di peonie. Ama
e smetti di strillare, hai sonno
non ne hai, è uguale
———— ———— ————cosa importa
a te del resto, non hai visto il segno d’arresto
e mi hai schiantato

9.
nel nulla delle cose da nulla che avevo da dirti
ce n’è una importante
———————le schegge dilaniano i corpi
come fossero merce di scambio e intanto
sanguina, resta e mercede chiede pietosa
la vita che sgorgava al centro della foto


breve nota sulla raccolta di inediti “La capinera”, sopra pubblicata:

La scrittura di Tavilla si presenta immediatamente al lettore ricca di echi e rimandi privi di zavorra, leggeri e pieni come solo la padronanza del mezzo poetico e della sua tradizione può permettersi di mostrare senza rischiare di inciampare nella trappola dell’ostentazione, con la serenità della citazione che non teme se stessa dispiegandosi in tutta la sua naturalezza e semplicità. L’allegoria naturalistica della capinera pascoliana in questi inediti riecheggia insieme alla fascinazione del verismo narrativo del Verga, per prendere tuttavia una via decisa e personale che ci conduce a interrogativi intimi e universali, raccogliendo i lettori sotto l’ala del comune spaesamento dinanzi al complesso mistero dell’esistenza con la sua più totale precarietà e inevitabile solitudine, che rinchiude nelle “rarefatte voliere” del quotidiano vivere la moltitudine delle singole voci in un unico coro sordo a se stesso. Ed è così che mentre Tavilla scrive

nel nulla delle cose da nulla che avevo da dirti
ce n’è una importante

le schegge dilaniano i corpi
come fossero merce di scambio e intanto

…] chiedeva mercede
la vita che sgorgava al centro della foto

a chiedere pietà non è il poeta, ma la vicenda personale di ciascun lettore che in ogni frammento di questi inediti si ancora al senso di nullità e caducità che ne “l’alito dell’aracoeli attorno” accomuna ogni canto in una sola “tiritera / dei tormenti”, cui il poeta non contrappone litanie e controcanti di finte speranze o opportunità di salvezza, indicando invece quale unica fonte di resilienza la consapevolezza di non poter trovare facili “vie d’uscita” per lenire il dolore e vincere la paura al di fuori delle nostre stesse forze, accettando quindi quel che è così com’è, con l’unica possibile e incondizionata attitudine alla perfezione sociale propria dei fiori che amano per loro generosa natura: senza null’altro chiedere, senza riserve.

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