Bartolo Cattafi

a cura di Enrico De Lea

Bartolo Cattafi (all’anagrafe Bartolomeo), nato il 6 luglio 1922 a Barcellona Pozzo di Gotto (ME) da una famiglia di professionisti e proprietari terrieri ed orfano di padre (il padre muore prima della sua nascita), muove i suoi passi in un ambiente nel quale, grazie allo zio Enrico Barresi, uomo di vasti interessi culturali, Cattafi frequenta, sin da giovane, la casa del futurista siciliano Guglielmo Jannelli, talora luogo d’incontro di nomi come Giacomo Balla, Vann’Antò e Fortunato Depero.
Studi classici e giuridici, con l’interruzione dovuta alla chiamata alle armi, con laurea in Giurisprudenza nel 1944, cui non seguirà alcun interesse per l’avvocatura od altre professioni legali, di nessuna attrattiva per il giovane Cattafi, che, piuttosto, ama intense letture, dalla storia, alla filosofia, alla letteratura, al teatro e al cinema, con numerosi articoli sulla stampa locale del dopoguerra. Dal 1947, Cattafi è a Milano, dove svolge l’attività di giornalista e pubblicitario, cadenzata , nei primi anni anni Cinquanta, da viaggi in Europa, in Africa settentrionale, nel Nord America. Milano, assieme alla Sicilia, è uno dei due poli della vicenda umana e artistica di Cattafi: a Milano conosce amici fondamentali come Giovanni Raboni, Vittorio Sereni, Vanni Scheiwiller e Sergio Solmi.
La sua attività letteraria vede la pubblicazione di un’opera assai cospicua ed incisiva, sia su rivista e in antologie (Quarta generazione, a cura di Piero Chiara e Luciano Erba nel 1954 , La giovane poesia – Antologia e repertorio, a cura di Enrico Falqui, nel 1956, e Poesia italiana contemporanea (1909-1959), a cura di Giacinto Spagnoletti) , nonché in volume.
Nel 1950 pubblica a Milano, per le Edizioni della Meridiana, la prima raccolta Nel centro della mano; nel 1955, Partenza da Greenwich, a cura di Sereni. Da queste due raccolte nasce il corpo del sorprendente Le mosche del meriggio, Mondadoriana – collana I poeti dello “Specchio” nel 1958 (Premio Cittadella 1959). Il vertice, per unanime opinione della critica, della sua produzione poetica è raggiunto con L’osso, l’anima (Mondadori, 1964) , con cui si chiude la prima parte della stagione creativa di Cattafi.
Dal 1964 al 1971 Cattafi attraversa una fase di “silenzio” creativo, in cui si dedica alla fotografia e alla pittura, ricominciando a viaggiare.
In quegli anni, la sua biografia lo vede occuparsi del patrimonio familiare, e, soprattutto, formare e dedicarsi ad una propria famiglia, sposando nel 1967 Ada De Alessandri (nel 1975 diverrà padre di Elisabetta).
Dal 1971 al 1979 (anno della sua prematura scomparsa, per un tumore ai polmoni)) la seconda fase creativa di Cattafi, che, “come morso da una tarantola» (così in un’intervista del 1972 su «Gente»), quasi rispondendo ad un’urgenza biologica tipica della sua poesia, scrive pagine liriche indimenticabili. In tale fase pubblica le sue maggiori raccolte di versi, con indiscutibili riconoscimenti letterari, tra cui il premio Vann’Antò nel 1972 ed il Mondello nel 1975: sempre Mondadori, i titoli pubblicati sono:L’aria secca del fuoco (1972); La discesa al trono (1975); Marzo e le sue idi (1977); L’allodola ottobrina (1979). Postumi (1983) usciranno Chiromanzia d’inverno, 1983 (Mondadori) , e Segni, 1986 (Scheiwiller), grazie ad amici e sostenitori, come Raboni, Sereni, Scheiwiller, Luigi Baldacci, Silvio Ramat,Giuseppe Miligi.

Testi

da “Le mosche del meriggio”, Mondadori, 1958

NEL CERCHIO

Qui nel cerchio già chiuso
nel monotono giro delle cose
nella stanza sprangata eppure invasa
da una luce lontana di crepuscolo
può darsi nasca un’acqua ed una nebbia
il mare sconosciuto e il lido
dove per prima devi
imprimere il tuo piede
calando dalla nave
consueta, transfuga
che il rombo frastorna
in corsa nella mente,
lungo le belle curve di conchiglia.
Sarà prossimo il centro:
là s’appunta il nero
occhio, la nostra
perla di pece sempre in fiamme,
serrata tra le ciglia,
che per un attimo, in un battito ribelle
intacca il puro ovale dello zero.



***


da “L’osso, l’anima” (Mondadori, 1964)

DELLE PENE

Alla prova dei fatti
non ci fu di che essere allegri:
torti, errori, viltà,
debolezze del cuore,
insanie che inquinarono la mente.
Pagammo in disparte nascondendo
le voci, l’ammontare,
i conti d’impossibile chiusura.
Vorremmo un’era
forte, aperta, precisa,
di pubblica chiarezza per le pene.
Non più pagare mediante equivalenze,
con conguagli privati, silenziosi,
ma tormenti, tenaglie squillanti
maschera gogna ruota rogo.
Visibile a tutta la città
la corda che ci tira per il collo.

***

LA SEDE ADATTA

L’anima dilata
deforma questi oggetti della terra,
carica le cose d’assoluto,
altera colori, sconvolge
volumi, valori, affida
nobili poteri a corpi vili.
Muove fuochi e pensieri all’infinito
mentre il cerchio è già scritto nel suo giro
e l’immobile centro allunga raggi
i monotoni raggi fino al limite.
L’anima non trasmodi
non faccia movimenti esagerati,
se li fa taccia
– non si lagni quando
casca nel concavo, in un fosso
o sbatte sulla piatta superficie.
Quello che lei vuol fareè un altro discorso.
E questa non è la sede adatta.

***

L’OSSO

Avanti, sputa l’osso:
pulito, lucente, levigato,
senza frange di polpa,
l’immagine del vero,
ammettendo che in questo
unico osso avulso dal contesto
allignino chiariti, concentrati
quesiti fin troppo capitali.
Credo che tu non possa
farcela: saresticenere nella fossa,
anima da qualche parte.

***

EREDI DELLA GRECIA

Popoli prolifici,
eredi in Italia della Grecia,
arrancano portando masserizie,
picchiano nocche ai freddi profilati,
tentano la dura integrazione.
Luogo di provenienza
leggibile nel volto,
nel colore del pelo,
nel parlare.
Non conoscono gli ordini
dorico ionico corinzio,
l’acanto innestato da Callimaco.
Seguirono soltanto transumanze
in montagna o sul mare
di pecore o di pesci,
di magre stagioni lungo stretti
sentieri tormentosi.
Non ebbero tempo e modo di capire
i tarli del tempo,
le grandi prostrazioni.
Ricordano la luce dell’estate
l’olio l’aglio il pane
le ridde iridate degli insetti,
hanno fate morgane,
fanno errori, sono
tra Scilla, Cariddi e sempre
lontani dalla Grecia.
Dovranno penare, camminare,
conoscere la Grecia.

***

ARCIPELAGHI

Maggio, di primo mattino
la mente gira su stessa come
un bel prisma un bel cristallo un poco
stordito dalla luce.
Dal soffitto si stacca
neroiridato ilare il festone
delle mosche,
posa su grandi carte azzurre
riparte e lascia
ronzando isole minime, arcipelaghi
forse d’Africa o d’Asia.
Intanto in cielo sempre più si svolge
la mesta bandiera della luce.
Prima di sera l’unghia
scrosta l’isole
le immagini superflue.
Le carte ridiventano deserte.

***

da L’aria secca del fuoco, Mondaodri 1971

TERRA E MARE D’ECCESSI

Terra e mare d’eccessi e perciò si passa
dal nitore del mare alla crosta nei cessi
dalla fresca tuma – formaggio senza sale –
alla salsiccia col caienna dai viaggi
di pochi passi al Gerone che da qui tagliò per Cuma
da piramidi di olive alla miccia alla lupara
per chi non impara la lezione.
Con un salto si passa dalla frescura
del paradiso alla geenna.

***

CANCRO

Il sei luglio alle cinque del mattino
il tram a vapore partito da Messina
emise dall’imbuto fumo
faville e un lungo fischio,
appena nato girai la testa
verso quel primo saluto della vita.
Appartengo a una razza
bisognosa di auguri
mi dolgo di non potere
stringermi la destra con la destra
baciarmi le guance
quando una volta l’anno
mi scorre accanto zampettando all’alba
l’acquatico figlio della luna
che porta la mia sorte sigillata
nel pentagono della sua corazza.

***

da L’allodola ottobrina, Mondadori , 1979

COSTRIZIONE

Siamo ora costretti al concreto
a una crosta di terra
a una sosta d’insetto
nel divampante segreto del papavero.

***

UN VECCHIO

In un triste interno
dipinto di celeste
un vecchio in pigiama
siede davanti a tanti
piccoli uccelli in gabbia
se ama non so
se non ama
ci si aiuta però
tagliando agli altri le ali.

***

L’ALLODOLA OTTOBRINA

S’alzò in volo e cantò invece
l’allodola ottobrina
prima che giungesse concentrato
il piombo dodici undici dieci.


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