Angelo Maria Ripellino

a cura di Diego Conticello

Angelo Maria Ripellino Palermo, 1923 – Roma, 1978 (poeta, critico, slavista). Laureato in Lettere presso l’Università di Roma nel 1945, ha insegnato Filologia slava e Lingua ceca all’Università di Bologna, in seguito Lingua e Letteratura russa all’Università “La Sapienza” di Roma. Infaticabile traduttore da diverse lingue quali il ceco, il russo, lo slovacco, l’ungherese, il finnico, lo slavo, lo spagnolo, il francese, ecc. è stato consulente della Einaudi per le letterature slave, curando numerose opere di scrittori stranieri (Dostoevskij, Puškin, Pasternak, Holan, Majakovskij, Blok e Kafka). Grande esperto di critica teatrale e cinematografica (si iscrive, per alcuni anni, al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma), nonché finissimo musicologo, si è a lungo occupato di teatro russo, ceco e slavo d’avanguardia oltre che di musica classica, jazzistica e music-hall, scrivendo persino libretti d’opera lirica e mettendo in scena alcuni testi teatrali. Ha collaborato con numerose testate giornalistiche e riviste, tra cui «La Fiera Letteraria», «Il Corriere della Sera», «L’Unità», «L’Europa Letteraria», «Tempo presente», «L’Espresso» per il quale è stato inviato in Cecoslovacchia nel 1968, durante la cosiddetta “Primavera di Praga”, scrivendo pagine poi parzialmente riportate in Praga magica (1973). Ha compilato numerose voci per l’Enciclopedia italiana e l’Enciclopedia dello spettacolo curata da Silvio D’Amico. È stato acceso promotore del Formalismo russo in Italia, fondando il collettivo Forma I. Nel 1958 viene pubblicata da Garzanti Poesia straniera del novecento, le cui traduzioni e note introduttive sono tutte a sua cura. Alcune sue poesie sono state pubblicate nella storica antologia di Feltrinelli Gruppo 63. Nel 1965, il suo esemplare saggio in forma di romanzo sul teatro russo d’avanguardia, intitolato Il trucco e l’anima, ha ottenuto il prestigioso premio “Viareggio”. Tra i suoi saggi più famosi: Poesia russa del Novecento (1954), Majakovskij e il teatro russo d’avanguardia (1959), Nuovi poeti sovietici (1961), Letteratura come itinerario del meraviglioso (1968), Poesie di Chlébnikov (1968), Storie del bosco boemo (1975), Saggi in forma di ballate (1978). Lo sfoggio di arditissime peripezie linguistiche, l’eclettica estrosità metaforica e analogica, il virtuosismo stravagante e caleidoscopico delle associazioni visionario-immaginative, fanno della poesia di Angelo Maria Ripellino l’esempio insieme più superbo e grottesco del nostro neo-barocco. Il suo stile unico si sviluppa attraverso un espressionismo descrittivo che tende ad associare i termini di paragone più disparati, ricavandone un effetto patetico di amaro sarcasmo, in cui le acrobazie sintattico-lessicali aggirano l’horror vacui grazie alla fragile chincaglieria dell’elenco oggettuale e della peculiare torsione lemmatica (dal calco prezioso o antico sino al limite del solecismo e del neologismo più impervio). Il peculiare eccesso aggettivale dà conto di un’ansia metafisica sempre incombente. Questo esasperato ma lucidissimo «istrionismo» poetico si manifesta soprattutto attraverso la metafora barocca della vita-scrittura come «teatro della morte». Questa poesia somiglia ad una straordinaria scenografia nata da un compiacimento irrazionale tramutante ogni parola in «sconvolta vanità», in «dolorosa meraviglia». Diverse le opere poetiche: Non un giorno ma adesso. Grafica, Roma (1960); La fortezza d’Alvernia e altre poesie. Rizzoli, «Poesia», Milano (1967); Notizie dal diluvio, Einaudi, Torino (1969); Sinfonietta. Einaudi, Torino (1972); Lo splendido violino verde. Einaudi, Torino (1976); Autunnale barocco. Guanda, Parma (1977); Scontraffatte chimere. Pellicanolibri, Catania-Roma (1987); Poesie. Dalle raccolte e dagli inediti. Einaudi, Torino (1990, antologia postuma). Poesie prime e ultime. Aragno, Torino (2006). Notizie dal diluvio, Sinfonietta, Lo splendido violino verde. Einaudi, Torino (2007, ristampa).

Testi

(Da Non un giorno ma adesso, 1960)

Ripellino

Vivere è stare svegli,
e concedersi agli altri,
dare di sé sempre il meglio,
e non essere scaltri.
Vivere è amare la vita,
coi suoi funerali e i suoi balli,
trovare favole e miti
nelle vicende più squallide.
Vivere è attendere il sole
nei giorni di nera tempesta,
schivare le gonfie parole
vestite con frange di festa.
Vivere è scegliere le umili
melodie senza strepiti e spari,
scendere verso l’autunno
e non stancarsi d’amare.


Perché così cattivi con gli alberi?
Coi tronchi tremanti che avanzano a quattro zampe,
con le foglioline malate che vi leccano le mani,
coi ramoscelli scodinzolanti?
Oh, non dico che la vita sia sempre
la marcia nuziale di Mendelssohn,
ma la colpa non è degli alberi.


(Da Notizie dal diluvio, 1969)

28.

Vorrei che tu fossi felice, cipollina, vorrei
che tu non conoscessi il cane nero della sventura,
quando sarai uscito dal blu dell’infanzia.
Vorrei che tu non debba portare bazooka,
che tu non debba tremare nel folto di un bombardamento,
che tu non debba pagare per le mie colpe
né vergognarti di me, del mio cicaleggio
e dei miei vani versi e della mia professura.
Vorrei che tu non fossi mai gramo o malato
o maldestro come Scardanelli,
vorrei vivere nella tua voce, nei tuoi gesti, nei tuoi occhi,
anche quando mi avrai dimenticato.


47.

Un uomo crepa per il troppo ridere.
Il suo naso staccato cadrà dalla ribalta,
piomberà nel terriccio l’ingombro abominevole.
Queste morti in allegria, questi tranelli tramati
dalle spie del Diluvio.
Dalle spie, dalle talpe appannate, dalla colluvie
di ciechi arnesi e di orribili referendari.

Un uomo crepa per troppa gaiezza,
perché si sentiva immortale, perché la sua vita
era un armadio a sorpresa, una vedova in festa,
un branco di giorni gioviali, una storia marcita
nella salute, nell’asinità, nel benessere.
Dietro al suo catafalco un’abbecedaria
folla di bianchi musi andrà singhiozzando.
Perché continua la falsità inevitabile, la mercenaria
ipocrisia del bianco.


60.

Tra due-trecento anni la vita sarà migliore.
Ma intanto noi siamo ormai alla frontiera,
senza gli angeli di Elohim precipita la scala nel Novecento,
e il Duemila già sventola la sua bandiera
per coloro che sono sicuri di entrarvi.
Io resterò da questa parte, in questo buio,
in questo viluppo di meschinità e di bisogno,
senza conoscere il terso luccichìo del futuro.
A me sarà bastato visitarlo nel sogno,
come uno sciamàno che scenda con piatti e sonagli
nel reame dei morti a conversare coi lèmuri.
Resterò sulla soglia come un réprobo, come uno spergiuro.
Perché scusatemi, posteri, che freddo,
che vitreo deserto, che uniformità, che sbaragli
soffiano da quel futuro.


66.

Come illudersi nella poesia, quando alcuni governi
mandano ancora in prigione per divergenza ideologica?
Quando esistono campi di pena e segrete e tortura,
e l’uomo è schiacciato dai soccorrimenti fraterni,
dalle moíne di una premurosa censura?

Come illudersi nella poesia, se quest’epoca prospera
barrientos, gomúlkoli, scigaliòv, papadòpuli,
enormi bolle in cui scende il Maligno, ghignando
da labbra a cuore che suggono come ventose,
ammostanti satolli, baracche di tintinnanti medaglie,
pettorali farciti, gravígradi, quaccheri,
in cui presunzione con insipienza si accòpula,
fanfalucchi nefandi che mingono dogmi, bargelli
sempre con sènapo al capo e grugnito di ciacchi?
Il pensiero, essi dicono, è un vizio che annebbia i cervelli:
e perciò liste di rèprobi, cíngoli, trappole, kàtorghe, carceri.

Come illudersi nella poesia, quando alcuni governi
immergono gli innocenti in vasche di sterco e di urina
e con cachinni da iena, con frigide smorfie da volpe
dànno agli oppressi giusquíamo e scopolamina,
perché inventino le proprie colpe?


Questo ingordo viluppo di inutilezze

Chi potrò salvare con gli stracci dei versi,
con questo ingordo viluppo di inutilezze,
con questa inguaribile malsanìa di parole,
ora che il gasolio delira e il carovita vaneggia
e lo zucchero muore?
Chi potrò soccorrere col balsamo delle metafore,
di cui in gioventù ho fatto incetta,
se io stesso ho paura delle vuote domeniche
e delle notti senza un filo di luce
e dell’isoscele pioggia, di questa belletta
che intride le reni?
Assedia anche me il coprifuoco, il deserto lunare.
Penso ai cionchi sprovvisti di grucce,
ai vecchi e ai malati,
agli abbandonati.
Chi li andrà più a trovare?


(Da Sinfonietta, 1971)

51.

Paese di occulti forami e mostruose spelonche,
in cui si inselvano enormi cotali,
di ventrute colline e tettazze-loggiati,
di piazze con monumenti a Messer Batacchio.
Giorno di fiera: rubicondi giovinastri,
cercando la tana, conducono mani bavose
lungo flaccide chiappe dipinte da un Bouguereau di villaggio.

Giuocano al sorecillo, a baciacunno,
a quattro spinte, a tiremmolla, a gamba al collo.
Mercato di menchie smargiasse e di vulve che bruciano,
di gallinacci dementi dai bargigli di fuoco,
tòrbido odore di sèdano e di colatura.
Dinanzi alle porticine di mille occhi cisposi
Balla in banco, la faccia stibiata, una nuda
Salomé saltatrice fra zanni e trastulli.
Si aggira triste il rimbambito Pantalone,
con le calze slabbrate sulle gambe stecchite.


(Da Lo splendido violino verde, 1976)

2.

Guai a chi costruisce il suo mondo da solo.
Devi associarti a una consorteria
di violinisti guerci, di furbi larifari,
di nani del Veronese, di aiuole militari,
di impiegati al catasto, di accòliti della Schickerìa.
E ballare con loro il verde allegro dello sfacelo,
le gighe del marciume inorpellato,
inchinarti dinanzi al volere del cielo.
Guai a chi sulla terra è sprovvisto di santi,
guai a chi resta solo come un re disperato
fra i neri ceffi di lupi digrignanti.


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