Wanda Marasco

a cura di

Wanda Marasco è nata a Napoli nel 1953, dove vive. Ha pubblicato le seguenti raccolte poetiche: Gli strumenti scordati, L’attrito agli specchi, Deus Inversus, Le fate e i detriti, Voc e Poè, Metacarne, rispettivamente con le Nuove Edizioni Vallecchi, Lacaita, Bastogi, Campanotto, A. Facchin.
Laureata in Filosofia si è poi diplomata all’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma.
Ha messo in scena il poemetto Tre donne, di Silvia Plath, una rivisitazione dell’Asino D’oro di Apuleio, il dramma Tutti quelli che cadono, di S. Beckett e una rivisitazione originale del Teatro di Eduardo. Ha lavorato in teatro con Aldo Trionfo, Lorenzo Salveti, Renato Carpentieri.
Nel 1997 ha vinto il Premio Montale con la raccolta “ Voc e Poè”, prefazione di Elio Pecora. Il suo romanzo “L’arciere d’infanzia” ed. Manni, prefazione di Giovanni Raboni, ha ricevuto nel 2005 il premio Bagutta “Opera prima”. Ha vinto il concorso letterario Neri Pozza con il romanzo su Vincenzo Gemito Il genio dell’abbandono, che verrà pubblicato dalla stessa casa editrice nel novembre 2014.

Testi

I

Ogni tanto uno che solleva l’ombra
e la guata a dimostrazione della lancia
che via via sente i colpi
aspettando il momento di darli
e l’orrore si restringe a un affetto
dove parla nella marcita ai rami
e la terra che sei porta i fiori
all’inverno che vuole essere trovato
prima che dilaghi in foglie
e documenti perduti dentro la mobilia
e poi alla finestra di ogni vita
la sfumatura vecchia del parco
a farsi cieca mossa
rosso travolto
che presto sana o uccide.
Così questa stagione
– è agosto e molti sono andati via –
un giorno ti dirà
perfezionando l’introiezione
la luce senza carne
che mi ha svegliata al suo ricordo.

*

II

Posava sullo stelo il giorno
e lo lasciava lì a tremare
sul retro della vita rianimata.

*

III

In ogni tempo a metà del male
il bambino culminato nel suo passo
scuoia e ricuce una seta del sangue.
Cade per diventare fede
e già di compendi e sogni
rifinge sulla riggiola il mare.

*

IV

Poiché non ho memoria né purezza
degli atti necessari a questa vita
non voglio seduzioni o il pianto in gola
per troppo desiderio della gioia
per il disperso attacco di una piaga.
Se ogni corpo corrisponde a un pieno
e a un vuoto, l’orma sarà il suo rimorso
e se la strada gli schiuderà ogni osso
sarà l’imploro ad eternarlo in fosso.

*

V

Stesa la mano per confonderle il silenzio
lei nemmeno sente la fantasia della cura
il taglio tenero della presenza.
Era una madre muta
nella vacillità una specie di Ofelia
di paese, così confusa
e inventata dalla morte.
La vedevo alla finestra
nel pastello sbarco di tetti
e canzonetta
e non cancello niente
per quanto sprofondata mi sprofondi.

*

VI

Ancora qualche anno dicono
e se ne andranno da soli
ancora la carne il dissesto
di strano affetto alla rincorsa
e la pentola in cui cucinare
la fame prima di capirla
il santamente giorno di festa
che rianima, la loro guerra di bambini
che sputa il rospo del padre
il sugo, le foglie della fiaba.
Quest’inibita corrente
è quella nebbia del tinello
– le previsioni l’avevano detto –
dove guardano il film
con l’occhio che respira
l’accelerazione fisica
dal vetro delle vendite.

*

VII

C’era una parte del mare in cui non si svaniva
e la muffa a nastrini dietro la grata del castello.
E poi c’erano cani erosivi nella pietra
a macinare una specie di riso profondo
e il nome Carmen inciso a volo
che brancolava un volo
per non stentare amore mendicato e solo.

*

VIII

Quando mi presero
né la siepe né l’azzurro
parlarono del lato acuto del mio corpo.
In un mondo dove faceva tanto freddo
piegai alla neve questo quaderno.
Dissero che era l’ascia, era il passo
o l’astro svuotato che ci spinge.

*

IX

Questo segreto di Cristo dentro casa.
Fagli dire una parola
e l’anima non lo giudichi
se fu debole come un taglio ai polsi
stanco del suo costato e della pena
e della pena che poi nessuno chiama.
E piega piano il vuoto vaginale
ad un respiro
di piaga esatta
di vile pigolìo.
L’assenza è scia rossigna
e sembra un altro lastricato
cuore riflesso parlando del dramma dentro casa.

*

X

Come puoi scriverle le figure
discoste o dentro il fuoco.
Fino in fondo il romanzo
s’infilerà nel presagio
di questa pozza di mattino
i due i tre i cento
animati a cedersi i sospetti
la voglia vittoriosa
d’essere ricorrenti o finiti.

*

XI

I cancelli dell’afa e la falena
incurabili a chi svolta
per andare di là, dove di magli
la fabbrica vecchia è in agguato
e trafila la carrucola
nell’occhio dell’infanzia
alla larva del circo partito
fa il ricordo del vento e dell’arena
e geme una tigre lustrale nell’aria.
Una rotula in ginocchio è l’obbedienza
così ripida sul finire la strada sul ponte
in epoca brumosa

*

XII

Senza giorno, senza una luce tra le cose
che smarrita sia felice
o il nostro brusìo antico di spavento
questo del buio,
della calandra lividura della mente
dove la mente finisce
rimanda il giogo e se ne scorda
a una maschera muta, fuori porta,
segue la musica dei ciechi
brucia l’obolo che arriva dalla falsa
vita d’amore in altro corpo
e si dice voglia di morire
ma mente perché raschia la paura
e sale dall’autunno
come una rara ferita
del passero tiepido e spettrale
da cui stacchi il ritorno della luce
e la mano intiepidita.

*

XIII

In famiglia latravano senza soldi
e ci fabbricavano desiderosi e caduchi.
Ricordo un’ansia a mezzogiorno
che navigando di biglie sul golfo
rimpatriava sull’astico
uno sciame con i verbi d’oro.
Ma spinta la cattività al suo occhio di sogno
venne la febbre allo sguardo
e i raggi si fecero fidenti
da Eschilo ai tonfi del mio cuore.

*

XIV

Non penso a chiamare guasto
la mano che ti veste
non è come l’avevo immaginato
il contatto, la rara precisione
tra un bottone e il vasaio.
Penso che raccogliere i panni
è rifarti la forma che avevi
e che ci sia vicino uno sparpaglio di abeti.
L’anima provvisoria
che di questo non sanguina
impara la tua riva e la ricopia
come uno scroscio
come una pagina biblica.


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