Eugenio Lucrezi

a cura di

Eugenio Lucrezi, di famiglia leccese, è nato nel 1952, vive a Napoli e fa il medico. Ha pubblicato poesia e prose in riviste letterarie e siti, su periodici e almanacchi, quali: Ad Hoc, Almanacco di Odradek, Altri termini, Anterem, Archivio Barocco, Colibrì, Diario, Dove sta Zazà, Esperienze letterarie, Fondazione Premio Napoli, Gradiva international journal of italian poetry. Hellas, Hyria, il rosso e il nero, Incroci, La parola abitata, L’area di Broca, Lareserche, Le Reti di Dedalus, Levania, L’immaginazione, Linea d’ombra, L’ombra delle parole, Lo stato delle cose, Nazione indiana, Nord e Sud, Nostro tempo, Novilunio, Origini, Orma, Poesia meridiana, Poetry wave, Pragma, Prospettive culturali, RAInews, Risvolti, Salvo imprevisti, Secondo tempo, Sinestesie, Tempo nuovo, Terra del fuoco, Tracce, Transiti poetici.
Ha pubblicato cinque libri di poesia:
– Arboraria, Altri termini, Napoli 1989;
– L’air, Anterem, Verona 2001;
– Freak & Boecklin (con Marzio Pieri), Morra-Socrate, Napoli 2006;
– Cantacaruso : Lenonosong (con Marzio Pieri), libro + CD musicale, La finestra, Lavis, Trento 2008;
– Mimetiche, Oedipus, Salerno-Milano 2013.
Ha pubblicato il romanzo Quel dì finiva in due, Manni, Lecce 2000.
Suoi testi sono presenti in libri collettivi e antologie:
– Poeti degli anno ’80, a cura di Renzo Chiapperini, Levante, Bari 1993;
– Poesia in Campania, a cura di Ciro Vitiello, in Novilunio, anno 3°-4°, Zurigo 1993-1994;
– Attraversamenti, a cura e con fotografie di Donatella Saccani, Di Salvo, Napoli 2002:
– Le strade della poesia, a cura di Ugo Piscopo, Guardia dei Lombardi, 2004; e poi a cura di Domenico Cipriano, edizioni delta3, Grottaminarda 2011, 2012 e 2013;
– Il racconto napoletano, a cura di Ciro Vitiello, Oèdipus, Salerno-Milano, 2005;
– Portfolio Lo stormo bianco, a cura di Nietta Caridei, Giancarlo Alfano, Gabriele Frasca, d’if, Napoli 2005;
– Una piazza per la poesia, Il portico, Napoli 2008;
– Mundus, a cura di Ariele D’Ambrosio e Mimmo Grasso, Valtrend, Napoli 2008;
– Registro di poesia n°2, a cura di Gabriele Frasca, d’if, Napoli, 2009;
– A ritmo di jazz, a cura di Fabio G. Manganaro, edizioni blu, Torino 2009;
– Accenti, a cura di Enrico Fagnano, edizioni del comitato Dante Alighieri, Napoli 2010;
– Frammenti imprevisti, a cura di Antonio Spagnuolo, Kairos edizioni, Napoli 2011;
– ALTEREGO poeti al MANN, a cura di Marco De Gemmis e Ferdinando Tricarico, Arte’m, Napoli 2012;
– L’evoluzione delle forme poetiche, a cura di N. Di Stefano Busà e di A. Spagnuolo, Kairos, Napoli 2013;
– In forma di scritture, a cura di Carlo Bugli, Pasquale Della Ragione, Giorgio Moio, Riccardi, Quarto, 2013;
– Una piuma per Alda, Il laboratorio di Nola, Nola 2013;
– Virtual Mercury House, di Caterina Davinio, Polimata, Roma 2013;
– La memoria, primo quaderno del Premio Alessandro Tassoni, a cura di Nadia Cavalera, e-book Calameo, Modena 2013.
Musicista, è presente da trent’anni sulla scena blues nazionale. Attualmente compone e suona con Geremia Tierno ed Alfredo Vitelli nel trio Serpente nero blues band; la prima fase del lavoro musicale del gruppo è documentata nel CD Snake shake, uscito nel 2008 in allegato al sopra citato volume di versi Cantacaruso:Lenonosong. I Serpente nero hanno vinto, nel giugno 2010, il concorso nazionale per il blues d’autore organizzato dal MEI (Movimento delle etichette indipendenti) di Faenza. Il loro brano Mr Irving è stato selezionato dal pubblico del web tra i migliori dieci brani indipendenti dell’anno, ed incluso nella compilation del MEI del 2010.
Il nuovo disco del trio, intitolato Frieda e altre storie, è uscito nel 2013.
Giornalista, è stato critico letterario del quotidiano ROMA ed ha collaborato assiduamente alle pagine culturali dell’Indipendente nel semestre della direzione Levi. E’ stato redattore della rivista di letteratura Altri termini diretta da Franco Cavallo; dal 2000 al 2007 ha collaborato, scrivendo cronache d’arte e reportages, al Diario della settimana di Enrico Deaglio. Attualmente dirige la rivista semestrale di poesia e arte Levania.
Hanno scritto del suo lavoro, tra gli altri: Marco Amendolara, Amedeo Anelli, Cecilia Bello Minciacchi, Domenico Cara, Renzo Chiapperini, Giuseppe De Marco, Gabriele Frasca, Mario Fresa, Mario M. Gabriele, Dario Giugliano, Mimmo Grasso, Sandro Gros Pietro, Giorgio Linguaglossa, Dante Maffia, Massimiliano Manganelli, Raffaele Manica, Stelio Maria Martini, Giorgio Moio, Sandro Montalto, Alberto Mario Moriconi, Giovanbattista Nazzaro, Marco Palladini, Giancarlo Pandini, Daniele Maria Pegorari, Silvio Perrella, Angelo Petrella, Felice Piemontese, Marzio Pieri, Ugo Piscopo, Enzo Rega, Domenico Scarpa, Luigia Sorrentino, Antonio Spagnuolo, Raffaele Urraro, Donato Valli, Ciro Vitiello.

Testi

da Arboraria, Altri termini, Napoli 1989

Il mare bagna i sogni e li distrae …

Il mare bagna i sogni e li distrae
dai pensieri di sopra, in verde affanno
sale battendo i gradini di sopra
di una liquida idea, fin quando attrae

il pensiero che dorme alla corrente.
La sostanza dell’acqua, che diffusa
si allarga nelle stanze della mente,
muove allora le braccia della chiusa

memoria, e si commuove dei racconti
di sotto dissepolti l’incosciente
presenza che ti guarda dietro gli occhi.

Finestre aperte, inabissati monti
da cui risale la voce suadente
dei naviganti che sopra mai tocchi.

Se questa che adornano notte …

Se questa che adornano notte
luci che tremolano ai lati
della strada, mentre un sommesso
canto piange come di gioia
percepibile a stento, e sale
nel cielo la costellazione
che, se volessimo, potrebbe
guidarci: se questa, alla fine,
notte insolente non guarisce …

Accadde quel giorno che lacci …

Accadde quel giorno che lacci
funi, ganci, cinghie ed anelli
zac! Si spezzarono, in margine
e corollario inevitabile
dello sprofondamento certo
del pianeta: non sapevamo,
non sapemmo che fare: strilla
alcuno appeso ad un pallone;
altro su terra si dispera.

*

da L’air, Anterem, Verona 2001

Per forza di caduta

Il millenovecentottantasei è l’anno della pubblicazione di Idioma, ultima parte, dopo Il galateo in bosco e Fosfeni, della grande trilogia zanzottiana. Verso quella data declina la seguente storia, anzi vi precipita come in un punto di coincidenza più vero della storia stessa, «violando la quale il passaggio dell’energia genera una qualche luce».

*

La scena è piazza Matteotti, a Napoli. Il periodo, la prima metà degli anni settanta. E’ sera, di certo una sera d’autunno. Noi siamo arrivati per caso, attirati nel mezzo di un girovagare randagio per strade non lontane. Ci hanno chiamato gli indizi di un fracasso, sulle prime vaghi e incerti, poi, man mano che ci avviciniamo, perentori e pressanti: ed eccoci infine nella piazza, con il vento che solleva mulinelli di cartacce tra i gruppi non folti di ragazzi sparpagliati nell’ombra e sotto le chiazze di luce cruda dei faretti. In mezzo al largo s’innalza un palco di legno, sul palco c’è un gruppo che suona una musica forte e aspra, da spaccare i timpani: subito riconosciamo, con eccitazione, il nero che si torce attorno al sassofono: è James Senese, anima soul dei vecchi Showmen, e il gruppo non può che essere la sua nuova band, Napoli Centrale. E’ proprio un bel vedere là sopra, ed ammiriamo le cespugliose criniere alla Hendrix di James e del batterista, i capelli lisci e lunghissimi del tastierista americano, i boccoli torti del bassista, un Pino Daniele che non ha ancora vent’anni. –Guarda, non hanno la chitarra!- dice Roberto, e io annuisco deluso: siamo entrambi chitarristi, a scuola suonavamo nei complessi, quel poco che sappiamo tirare fuori dallo strumento l’abbiamo imparato così, con il naso per aria sotto ad un palco. Fausto strimpella appena e Lucio non ci prova neanche, a loro non importa un accidente che non c’è la chitarra, la musica è tosta e gli sta bene così.

*

Siamo stati compagni di scuola e non ci siamo lasciati, dopo la maturità, noi quattro. All’università studiamo, ognuno per proprio conto, con l’impegno svogliato che ci lasciano le scarse motivazioni accademiche e le numerose occupazioni: ci sono il poker e le ragazze (per tutti), il karate (per Roberto), la filosofia orientale (per Fausto), le corse dei cani (per Lucio); ci piace saltare leggeri sulle invisibili lingue di fuoco delle molotov, alle manifestazioni (solo Lucio non viene mai); e poi con buona lena sconvolgerci, e ascoltare la musica, e suonare, chi ci riesce: ma siamo dei dilettanti e delle mezze cartucce, mentre questi, accidenti, questi sono incredibili, fanno un funk da sballo, roba che qua nessuno è capace. Così ci piantiamo lì e ci mettiamo a godercelo, ché per giunta è gratis, il concerto: e giù a rollare canne a tre metri dal palco, a muso duro e felici con i nostri giubbotti rigorosamente neri e i capelli imbizzarriti nelle raffiche.
A un tratto vediamo Sergio, dall’altra parte del palco, che balla letteralmente incollato alle casse. Roba da non credere: è intabarrato nel solito cappotto orribile, e zompa come un sacco di patate con la testa nei suoni. Da rimanerci secchi, davvero: ma lui no, è fuso mica per scherzo, è freak overamente, non come noi, che un po’ ce la tiriamo e agli esami, se non prendiamo almeno un ventisette, in fondo ci rimaniamo male. Finalmente ci vede, viene verso di noi, ci abbraccia tutti e comincia a parlare fitto fitto con Lucio, che è il suo preferito: con la testa nel diffusore e presumibilmente senza alzare la voce parla di chissà che cosa nel fracasso infernale, e per chissà quanto tempo, se arriva a chiudere la bocca, con miracoloso tempismo, esattamente sull’ultima nota del concerto. Naturalmente Lucio è stato al gioco e ha dato a intendere per tutto il tempo di seguire perfettamente lo sproloquio. Ma Lucio si diverte a fare l’imperturbabile; e poi, dopo le birre e le canne, è più intronato di una campana.

*

Tra i dottori che hanno avuto a che fare con Sergio, chi parla di schizofrenia, chi di manìa, neanche uno pensa che sia soltanto un tipo originale. Ha lasciato la scuola da un po’ di anni, e se la mena giocando a pallone e straparlando con la gente. Non ricordo chi di noi lo ha conosciuto per primo, ma in un niente è diventato amicissimo nostro, dei nostri fratelli, sorelle, padri, madri, amici e amici degli amici. I suoi lo lasciano completamente libero: un tempo ci hanno provato a tenerlo, ma in questo periodo Sergio è davvero incontenibile. Ha occupato le nostre case. Non ci lascia giocare a poker, e neanche studiare. Si innamora delle nostre ragazze. Dorme nei nostri letti. Fuma le nostre sigarette. Però ci dà un sacco di cose, anche: per esempio ci sta mostrando che cosa possa essere il linguaggio una volta che si è smesso di farne un uso convenzionale.
Nessuno di noi conosce Freud e Lacan se non per sentito dire, L’interpretazione dei sogni è una lettura di là da venire, gli Ecrits non sono stati tradotti, ancora neanche pubblicati, se non ricordo male. Tuttavia noi amici, per quanto digiuni di psicologia e di linguistica, abbiamo ben chiaro che Sergio non è un parlante, che lui e le parole, le frasi, le architetture lussureggianti che proferisce sono una cosa sola. I suoi discorsi non sono gravati da intenzioni veicolari, dice Arturo, un compagno di poker che è anche studente di lettere. Insomma Sergio è il suo linguaggio e viceversa, e non ci siamo ancora accorti della sua malattia.

*

Neanche di poesia ci intendiamo molto. Quel poco di liceo che il sessantotto e seguenti ci hanno concesso basta però a farci capire che dove la lingua si parla addosso, lì nei paraggi quella si aggira, la poesia. Abbiamo pertanto eletto Sergio poeta del gruppo: come Rimbaud e Lautréamont è un fanciullo ebbro, posseduto e trascinato da fiumi inarrestabili di parole. In una notte ha riempito le quattro pareti e il soffitto della sua stanza di un poema in numerosi canti, fittamente scritto a piccoli caratteri geometrici. I genitori, dopo le ore di acuta afflizione seguite alla scoperta, accompagnano i visitatori e i curiosi ad esaminare l’opera con rassegnata pazienza. Nessuno di noi quattro, quando siamo stati chiamati a contemplarla, se la sente di gridare al capolavoro: leggere il poema è impossibile, occorrerebbero delle ore (più di quante ne ha impiegate Sergio per scrivere, di sicuro!) e una scala. E poi, per noi che lo conosciamo, sarebbe come sentirlo parlare, semplicemente. Lui è il suo poema, e come quello ci ispira i sensi di una inquietante, inafferrabile, inutile grandezza.

*

Chi non ha avuto dubbi circa la natura e la qualità della sterminata poesia della camera da letto è Salvatore, un nostro amico pittore che si guadagna da vivere vendendo a un avido mercante-committente aggraziatissime tele tra loro tutte somiglianti che raffigurano romantiche fanciulle in ambientazioni bucoliche, tutte regolarmente vendute ad eserciti di possessori di salotti e di camere da pranzo da ingentilire. Il nostro si riscatta –si sfoga?- dalla faticosa routine con una produzione informale e materica che firma con uno pseudonimo, e con quel nome clandestino batte gli scantinati underground con fugaci happening espositivi. –Sergio è un formidabile poeta verbo-visuale- sentenzia l’artista, e lo convince a decorare seduta stante l’intonaco di una galleria di Caserta nella quale sta allestendo una mostra di tomaie semiaffogate nel gesso. Per Sergio è un successo, quella esposizione, ma il suo secondo poema murario pare a qualcuno di noi, suoi abituali frequentatori, meno ispirato del primo.
-Più stanco- dice Fausto.
-Epigonico?- si chiede Roberto.
Sergio pare d’accordo, anzi sbuffa che l’idiozia dei critici e degli artisti presenti nello scantinato lo ha proprio disgustato: –Questi si bevono qualunque cosa, dice, quel muro era imbiancato di fresco, prima che io ci scarabocchiassi sopra. Era bianco e decente.

*

Dopo alcuni giorni Sergio mi regalò una copia dell’Aleph di Borges corredata da una dedica lunga sei pagine, copertine comprese. Ma dopo qualche mese cominciammo a mollarlo, perché il karate e il poker, gli esami e le ragazze, la filosofia orientale e le corse dei cani, le canne e la musica non lo sopportavano più. Soltanto Lucio, che lo amava davvero, resistette un altro poco, ma poi finì con il comportarsi come gli altri. Poi Sergio conobbe una francese incredibile, una di dieci anni più vecchia che aveva gli occhi malati di una luce ghiaccia e fissamente azzurra. Se lo portò in Normandia, e quando lo lasciò, dopo un paio d’anni, lui tornò a Napoli e prese a giocare tutto il tempo a pallone con i ragazzini, per strada. Aveva crisi su crisi, e fu ricoverato più volte, come si dice, “in ambiente psichiatrico”. Gli psicofarmaci lo ridussero, lui che era stato muscoloso e atletico, una palla di lardo. Ma la trasformazione più sorprendente e dolorosa investì la sfera del linguaggio. Lui, che i pensieri li divorava e li diceva in una superfetazione continua e instancabile di deragliamenti improvvisi e di sorprendenti rientri di senso; lui, che faceva l’intraverbalismo prima del Viaggio al termine della parola di Barilli e la contaminazione dei codici linguistici prima del Gruppo ’93; lui, che faceva azione poetica senza avere mai sentito parlare dei situazionisti: lui non parlava più, sorrideva vacuo in tranquilla apparenza e non diceva che poche parole ordinate e prevedibili, le volte che lo incontravamo. E per di più, con nostra grande meraviglia –perché mai prima l’aveva usato– parlava in dialetto!

*

Sono passati una decina d’anni. Noi quattro non esistiamo più, come gruppo, intendo. Adulti e tutti al lavoro, nel vasto mondo. Fausto è stato il primo a partire, poco dopo un affollato matrimonio induista odoroso d’incenso e di cosmico amore, e adesso fa il funzionario pubblico in una lontana provincia del nord. Lucio chissà come ce l’ha fatta, dopo che l’acido lisergico e una disperazione tenace gli hanno quasi bruciato il cervello; e si è ritirato in un paese vesuviano dove –a sentire le incerte notizie- porta avanti assieme alla moglie un negozio di casalinghi. Roberto lo vedo ancora: è un indaffarato professionista, tra poco gli nascerà un figlio; io suono in un gruppo blues e vado al lavoro a fatica, dopo le notti insonni. Siamo amici, noi, ma in due non si fa un gruppo.

*

Sergio l’ho visto per caso una mattina. Adesso è un ragazzo invecchiato e sorridente che quasi non parla, anche se hanno smesso di riempirlo di psicofarmaci. Mi ha fatto pena e gli ho domandato se ha voglia di passare un fine settimana fuori con la band, ché dobbiamo suonare al Big Mama, a Trastevere.
-A Roma?- mi fa.
-Sì, a Roma-
-Tu sì pazzo, chella città è nu tumore, Roma carcinoma, Roma sarcoma, Roma melanoma! Jàtece vuje, si tenìte ‘o coraggio!- conclude, e se la fila.
Io tengo nella borsa la rivista Alfabeta, ai tempi dell’università ho cominciato a leggere, un bel giorno non mi è andato giù di aver fatto il liceo senza imparare niente e ho cominciato a leggere avidamente, come uno che ha una gran fame arretrata. Così tiro fuori dal sacco quei fogli e rintraccio un articolo che ho divorato poco prima di incontrare Sergio, un saggio di Andrea Zanzotto intitolato Verso un idioma e poetiche lampo che ho praticamente già mandato a memoria dopo la prima lettura, cerco tra le colonne d’inchiostro e subito trovo: <«Scrivendo un libro che domanderà, tanto presuntuosamente quanto con impellenza, di essere intitolato Idioma, riapparirà una traccia di quel punto e di quella acerbità che sono propri della poesia, fatta tutta di poetiche puntiformi, e di chiusure su chiusure, intrecciate di aperture su aperture, in perpetuo annullamento vicendevole, mentre il “nome vero” resta all’opposto polo prospettico? “Idion” è il punto pericolosamente instabile in cui si riafferma anche una chiusura totale, quella “privatezza totale” che resta intrinseca comunque alla lingua-poesia, e che può (e deve) anche sbilanciarsi verso il lato per cui da “idion” si passa a “idiotes”, il privato che necessariamente è anche deprivato, e che entra quindi nell’ “idiozia”. Là si nascondono tutte le sordità e i mutismi che, di lingua in lingua, e di poesia in poesia entro le singole lingue, ci assediano e ci occupano. Serie illimitata di handicap, che tuttavia ammiccano mugugnano gesticolano, secernono poetiche-lampo, e infine, si spera, filtrano acerbamente verso i massimi contatti e contagi, fuori della culla-tomba, del gonfiore malato (desinenza in oma) che a forza di stento e di impotenza acquisisce una sua luminosità paradossa, pre-nome, rivolta al nome; ed ecco il paragone con la chiusa ostilità del filamento elettrico, violando la quale il passaggio dell’energia genera una qualche luce>.

*

L’incredibile coincidenza-ricorrenza della desinenza in oma mi fa pensare per un attimo che Sergio abbia potuto leggere lo scritto del poeta: ma è impossibile, sono anni e anni che non legge più che La gazzetta dello sport, distrattamente per di più -mi ha confidato il padre- e soltanto il lunedì. E’ dunque il poeta che parla di Sergio, del mio amico menomato e silente che ormai a stento si esprime e soltanto nella forma di un dialetto regressivo e idiomatico; è il poeta che me lo racconta, il mio amico, in virtù di quella misteriosa forza simpatetica e disvelante capace di instaurare il “contatto-contagio” tra due universi linguistici, tra due “idiomi” all’apparenza incommensurabili. Che risieda in questa forza il senso della poesia? E perché Zanzotto è poeta mentre Sergio non lo è stato neppure ai bei tempi, quando lui e il linguaggio erano una cosa sola? Forse perché la parola poetica, che si àgita nella manìa e si mostra danzante, esiste soltanto quando è agìta dal pensiero della lingua, dalla visione per lo più consapevole del suo farsi e disfarsi nello spazio e nel tempo?
Ancora ripenso al terrore di Sergio che si è dato alla fuga quando gli ho proposto di uscire per un paio di giorni dall’isolamento che lo costringe; ripenso alla sua pusillanimità e ancora, questa volta a ritroso, scorro l’articolo del poeta, trovo un punto e mi fermo a rileggere: «Si può pensare a Dante. Ciò che nel suo Paradiso lo porta verso Dio al centro del Cosmo, del Macrocosmo, sembra che contemporaneamente lo rimpicciolisca, lo renda pusillo, infante, lo spinga sempre più entro il suo microcosmo personale, per cui a un certo punto tutta una sua poetica nascosta, non detta, ma che forse era la macchina reale per cui si è generato tutto il monstrum, sembra condensarsi nei nove versi che sono l’inizio del XXV del Paradiso: Se mai continga che il poema sacro / al quale ha posto mano e Cielo e Terra, / sì che m’ha fatto per più anni macro, / vinca la crudeltà che fuor mi serra / dal bell’ovile ov’io dormii agnello, / nimico ai lupi che li danno guerra, / con altra voce omai, con altro vello, / ritornerò poeta, ed in nel fonte / del mio battesmo prenderò ‘l cappello.
Perché questa immensa impresa? Per tornare addirittura a fare, non si dica da agnello dentro l’ovile, ma da cellula embrionale dentro un utero. Sembra quasi che la presenza di Dio che tra poco apparirà, termine ultimo, venga anticipata dal minimo e pur speculare trionfo dell’ io del poeta».

*

Dante come Sergio, allora? Il “pensiero poetante” di Zanzotto, mentre leggo, nel maggio del millenovecentottantasei, mi dice anche questo, che la tensione verso un linguaggio (un poema) universale (prebabelico?) spinge ciò che è un microcosmo a funzioni impossibili di macrocosmo, da cui ritorna, per forza di caduta, a conficcarsi con maggior forza nel “privato” (nel “deprivato”) del particolare idion di partenza, ovile o utero, dialetto del borgo o lallazione dell’infans, glossolalìa o mutismo dell’idiota.
Dalle stelle alle stalle. Oppure, ancora con Zanzotto, dai «273 sotto zero dello spazio cosmico, dell’estraneità assoluta», all’«inconchigliamento», all’«infinito autoaccarezzamento» della poesia.

*

da mimetiche, Oedipus, Salerno-Milano, 2013

Amelia Rosselli racconta la morte di Osama Bin Laden

Seals a picco su scivoli
di crolli scoscendenti,
precipizi e decolli, mal di testa,
notte definitiva fino all’alba.
Anche stanotte è vergine nel freddo,
sorprendente mannara se pretende
di musicare parole impossibili,
volendo dire l’amore che è finito,
morto, sepolto, davvero definito.
Per questo scrivo e non so dire come,
per dare verbo all’animoso sfogo,
versi per non grattarmi, e per la grazia
dell’azione perfetta ― Seals
dall’elicottero molesto e fracassone.
Arrivi, dunque, notte mia attesa,
inutilmente tu mi crolli addosso,
mi sollevi dall’anima che prega,
mi togli bravamente dall’impiccio.
La mano che ti tendo la strattoni,
come se non ci fossi voli via,
mi vuoi all’inferno e intanto mi trattieni ―
com’è che non mi vedi? ― mentre invece
già non sono più qui, te ne puoi andare.

Tu sai pensare, se solo…

Tu sai pensare, se solo
raccogli, e ti curvi, un fiore.
Espressione indicibile, dicibile se non
muta ogni giorno pelle, pronuncia,
se mutamente non dice la sua forza
un petalo appassito a capolino
che si tuffa nel verso, che ripete
il passaggio di stato, se va via
lo schiaffo del colore, via
il grido che si allontana lento
dalla scena, diretto a un orizzonte
rallentato da spume. Mare chiaro
di nebbie, ha chiuso gli occhi, le braccia
conserte sul timone, il capitano
che non sa stare sveglio, se gli tocca,
del fiore, il trasmutare
del colore nell’ombra, l’apparire
al cospetto del buio di ogni passo,
la pia solerzia del volere breve.
Se cogli, e ti curvi, il passo
breve della campanula, costretta
tra sconfino del prato e persistenza
immeritata e illimite di quanti
colgono inutilmente la sua grazia,
non avrai più paese, riposo.
Solo pensieri freddi, e sai pensare.
Finis mundi, principium
eris floris, arboris, mortis.

Perché lo sai che ce ne andiamo tutti …

Perché lo sai che ce ne andiamo tutti
Dai pontili distrutti
Dell’alba, al freddo, ansiosi di vedere
L’incerta rima dei flutti e delle stelle,
Dei porti in lontananza, delle spiagge
Che non attingeremo, con le mele
Marcite nel barile, e le borracce
Vuote da tempo, vinti dall’arsura,
Tu ci accogli benevola all’attracco,
O notte.

*

da La memoria, quaderno del premio Alessandro Tassoni, e.book Calameo, 2013

Trattato di storia in tre volumi

Volume primo. Storia completa dell’universo

Non me lo dire, fatti benedire,
abbi fede e bontà, nel precipizio
attestato sul bordo particella,
ché si ride e si piange nel profondo
domani che non dice e non ascolta
ragioni infinitesime e molecole
immensamente fragili, ridicole
nell’asserzione magnifica del mondo.
Esplosione, collasso e poco più,
solo a sentire il rumore di fondo.
Negazione decisa, non polemica,
che dice alla particola:
«Non abitare nella miscredenza,
non dire male dell’ insensatezza,
stai fermo e dura sulla scoscendenza
come nell’esattezza di un destino».

Volume secondo. Storia completa del pianeta terra

Eoni di danni.
Poi cadde la cometa,
e nulla più.

Volume terzo. Storia completa dell’evoluzione (le Maintenant, l’Humain, le Bonobo)

Disse il Bonobo a Le Maintenant,
ch’era il mandante del Figlio e dello Spirito
Santo, facenti spola tra le piante
del cielo e della terra dei respiri:

«Buon vecchio, Padre inclito di amendui,
de l’humain e di me, che son secondo
tra i primati viventi, che non fui
graziato dal Tuo Bene della sponda

del dito opposto, e dunque della mente
che distingue ed eleva, tra i due piani,
il primate che vince e il soccombente;

buon Padre, dimmi: che vogliono i Tuoi piani?
Ch’io arrivi il primo? Ch’io superi il vincente?»
E il Vecchio disse: «Io voglio che lo sbrani».

***

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