Enzo Campi

a cura di natàlia castaldi

Enzo Campi
Nato a Caserta nel 1961. Vive e lavora a Reggio Emilia dal 1990. Autore e regista teatrale dal 1982 al 1990 con le compagnie “Myosotis” e “Metateatro”. Video maker indipendente: ha realizzato svariati cortometraggi e un lungometraggio: Un Amleto in più. Ha pubblicato: Donne – (don)o e (ne)mesi (Genova, 2007); Gesti d’aria e incombenze di luce (Genova 2008); L’inestinguibile lucore dell’ombra (Parma, 2009); Ipotesi Corpo (Messina, 2010); Dei malnati fiori (Messina, 2011); Ligature (Sondrio, 2013), Il Verbaio – Dettati per (e)stasi a delinquere (Sasso Marconi – Milano, 2014) . Ha curato l’antologia Poetarum Silva (Parma, 2010), l’antologia Parabol(ich)e dell’ultimo giorno – Per Emilio Villa (Sasso Marconi – Milano, 2013) e numerose postfazioni e note critiche in volumi di poesia. . Ha curato inoltre due produzioni indipendenti: Trucioli (per Letteratura Necessaria), Rifrazioni (per Bologna in Lettere). Suoi scritti critici e poetici sono reperibili su riviste, su svariate antologie e in rete su siti e blog di scrittura. Ha diretto per Smasher Edizioni la collana di letteratura contemporanea Ulteriora Mirari e coordinato le prime due edizioni dell’omonimo Premio Letterario. È ideatore e curatore del progetto di aggregazione letteraria “Letteratura Necessaria”. È direttore artistico del Festival Bologna in lettere.
Cura in rete i blog
http://letteraturanecessaria.wordpress.com/
http://boinlettere.wordpress.com/
https://scrittureealtreofficine.wordpress.com/
https://parabolichedellultimogiorno.wordpress.com/

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Non dirmi che hai deviato dal sentiero (per Roberto Sanesi), 2014

e allora slìnguati, sèntiti, “pròvati
a scardinare i compiaciuti estetismi del
balletto funebre”[1], e rovescia quindi la calce
sui fiori (re)citando i fonemi estirpati
dalla memoria coatta, coartata, costretta
tra umori di bestia al lavoro et humoresque
de femme fatale, ma sì, ci si sfigura
sempre per diletto in forme dismesse,
altisonanti o solo
velate dal solito prurito inguinale
non dirmi che hai deviato dal sentiero,
che strada facendo hai risolto l’enigma
della piegatura dell’ ombra,
che basterebbe
ricopiare rughe e cicatrici eludendo i miasmi,
i belletti i balletti delle signore in nero
che ancora insistono a spaiare il pallottoliere
per confondere le acque in sangue,
non dirmi che il simulacro si è
trasmutato in una silhouette di comodo,
che hai dissipato la riserva da cammello,
che hai bisogno di quell’acqua
per meglio disconoscere la tua fonte,
che ogni Circe vale una schiera di maiali
scalpitanti, non dirmi che hai rinunciato
a cercare chi possa morire la tua morte
e allora diròttati, deràgliati, svanisci
nell’opus, nell’ictus che regola la perdita,
il senso i sensi: per ogni (ir)riverenza un
labirinto, per meglio sviarsi certo,
per ogni sopravvivenza un reticolato,
per meglio spinarsi
e stagliarsi su soglie inevase, pervase di
calce, di mota, di sibille discinte,
di cori anoressici costretti a ripetere
la stessa strofa di sempre:
chi ricorda il sapore dell’amnio in cui ci si è
costituiti può sputare il proprio veleno
in quell’attimo
in cui ci si illude di forgiare l’immediato

[1] Citazione tratta da Roberto Sanesi, Recitazione obbligata, Guanda, 1981

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Per disunite latenze, 2011

Quali ibridi di sema
laviche implosioni e disincanti
si aggirano circonvolando
i margini di questo bianco
da cui tracima il seme
della programmata apocalisse?
Si direbbe perpetuo
il moto della sapida spuma
che deterge e ricopre le nude caviglie
nell’andirivieni delle alghe
che narrano di un mondo sommerso
in cui rendersi all’evento del silenzio.
Si direbbe immoto il passo
che si offre al circolo
e cerca l’algida pietra
espunta dall’arco primigenio
che un tempo designava l’accesso
per carpirne la radianza e il riflesso.
Per quanti ascessi
dobbiamo ancora differirci?
Quali fasci di fibre slabbrate
dobbiamo ancora immolare
al peso del verbo?
Quante sfumature di luce
da attraversare
prima dell’abbacinamento?
Si difetta la parola
e giunge tronco il suono
l’occhio cieco
si consegna all’erranza
e guida la mano
a incidere il segno
dell’amigdala
nell’incauto solco
che divide la duna
dall’oasi in cui vanirsi
all’avvento dell’inconosciuto.
Non è viltà
quella che mi spinge
a praticare le anse al limite
non è follia
frequentare ambedue le rive
dell’aporia
né ribadire carta su carta
e rilanciare tre volte la posta
in fiumi d’inchiostro
può alleggerire la soma
delle bordature
in cui inscriversi e quietarsi.
Se l’eco dell’utopia si affievolisse
se le formiche cessassero
di sfilare in processione
sul nudo costato
tatuato dall’incedere del tempo
se la violenza d’una lingua
che non può appartenere
all’incoscienza dell’immediato
urlasse la sua innata mancanza
se la foga del nostro inesausto girovagare
ci costringesse al riposo
sotto quell’arco di duro granito
riusciremo forse
a urlare il senso dell’attesa
soffiandone l’essenza
come un grano di sabbia
dal palmo di una mano
che svanisce nel momento stesso
del suo più intenso splendore.

*

Casta Carta Cauta Canta (2008)

Mi
rimangio la
parola che
masticarla ancora
prima di ri-
sputarla è
perversa mania
che mi
folgora e mi
svela Di
colpo in
colpo a glottide
usurata si
profila lo
squarcio del
fulmine che
dispare impari in
pari nembi
appaiati e
franti Si
dà il
dettato se
pure impastato con
inchiostro
simpatico che
fa il
verso a la
saetta inconclusa E
no non
risuona a
morto se
pure allettato
dritto stinco a
svangare la
bara dai
vermi brulicanti E
fila si
sfila come
flutto in
miriadi di
schiume
bava a
bava eluse
escluse dalla
magna chora
consegnata all’
ora in cui il
ridirsi ancora è
prece ignava al
non più riconoscersi Di
scena in
scena piccolo
uomo escremento
che incrementa la
saturazione della
gola Ancora una
ferita la
mano nel
costato s’
apre la via al
solo differirsi in
pari altri
disappaiati e
anonimi Mi
rimangio la
parola per
meglio deglutirla e
custodirla senza
più sputarla e
dettarla Nessun
luogo da
tracimare nessuna
sinfonia da
evacuare solo
crudità da
fibrillare sulla
graticola ove
escuoce il
senso ultimo e
mai definitivo che
soffre il
riflesso de la
imago da
cui estromettere il
nome
vago

e

vacuo

*

Ubi consistam (per Emilio Villa), 2008

si
sfibra il
languore
e mi prudono le
nari una
goccia illividita
toni-
fica il
biancume ri-
disegnando la
linea che
dispare impari
nell’
inaudita chora ove
transita il de-
corso temporale
degli scrigni
allucinati in
chiave di
violino

nel
mano-
scritto
illeggibile e
convulso
discorgo la
consonanza in
peto e feto
raccordando il
periplo all’
ototelia dell’
ingordo pasto a
cui mi con-
segno
inseguendo il
sumerico livore d’
un cuneo
difforme che
insanguina di
pece il
foglio ingiallito
tra
i formati
equidisgiunti
lungo linee
aggroviglianti
esplode il
tratto disunito
di soma al
sema reso e s’
ammassano
orpelli nel
coacervo
nidificato e
detto mai una
volta smarrito e
illontanato dal
loco declinante
ove siamo e
stiamo
si
definì così
scheletro gioioso e
animato per
spiraleggiare in
lungo e
largo la
linea curva
incisa ferro a
ferro per
disapprendere la
fola dell’
eterno di-
venire cosa
causa e
principio
si
finì così
rendendo-
si all’
insieme
genuflesso dei
fonemi tracotanti
esposti in
bella posa nell’
ovo circonflesso
come piega
rifratta dell’
eco alterninterna all’
ego me
ausculto e al
bisogno
assolvo
si
sfinì così
dato a
sognare
come piaga
irrisolta dell’
ecce e
sei e
fosti tanto sì ma
assiso sul
sacro trespolo
ove si
raggomitola
ancora l’
istanza al
sempre altro
morire e
morirsi

***

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