Il poeta Giuseppe Nicotra

A cura di Alfonso Lentini

 

Giuseppe Nicotra è stato un poeta e un artista che meriterebbe maggiore attenzione di quanta ne abbia avuta in vita. Rimasto nell’ombra anche a causa di un suo carattere fin troppo schivo che lo portava a rifuggire da occasioni mondane e penalizzato dall’emarginazione geografica e sociale del suo paese natale (“difficile” agglomerato urbano dell’estremo Sud), non figura in nessuna antologia ed è ricordato quasi esclusivamente dai pochi che in vita lo frequentarono apprezzandone le doti.

Nasce a Favara, in provincia di Agrigento, nel 1938.

Costretto a interrompere gli studi tecnici, tenta di imparare un mestiere. Nel 1964 prende il diploma magistrale, ma non lo utilizza, dedicandosi piuttosto a lavori precari intervallati da lunghi periodi di disoccupazione, che gli provocano disagio esistenziale e crescenti sensi di colpa. Intanto si dedica all’arte e alla letteratura producendo fin da giovanissimo pitture e poesie che conserva, rivede, distrugge.

Negli anni Cinquanta/Sessanta è tra gli animatori di un gruppo di artisti favaresi che pionieristicamente intende portare nella Sicilia più emarginata la ventata innovativa dell’arte contemporanea.

Nel 1968 pubblica con le edizioni Rebellato il volume di poesie “I colpevoli”.

Nel 1970 è uno dei fondatori del Gruppo Ades di Favara che, nel clima della contestazione culturale di quegli anni, seppe collegare la ricerca di alcuni giovani autori locali alle spinte più avanzate che provenivano dalla scrittura “sperimentale” e dalle neoavanguardie (Ades è infatti l’acronimo di Azione di Estetica Sperimentale). Il gruppo opera dal 1970 al 1973 fra Favara, Agrigento e Palermo organizzando happening artistici, mostre, pubblicazioni. Nicotra partecipa attivamente a quasi tutte le iniziative, espone nelle mostre del gruppo e pubblica testi in poesia e in prosa nell’omonimo ciclostilato. Per i componenti più giovani del gruppo, insieme a Rino Garraffo,  svolge un ruolo importante, quasi da “maestro”.

Nel 1972 pubblica a sue spese un secondo volume di poesie, “L’uso delle parole” con prefazione di Rino Garraffo.

Per un periodo, oltre a dedicarsi alla pittura ad olio e ad acquerello, produce opere in ceramica e terracotta, stimolato dai fratelli Amedeo e Lillo, attivi a Caltagirone nel campo dell’artigianato artistico.

Negli anni Ottanta partecipa, a volte promuovendole in prima persona, alle iniziative di un gruppo culturale denominato “Il Cormorano”.

Muore nel 1992.

La maggior parte dei suoi lavori visivi sono andati dispersi, mentre un nutrito corpus di poesie, opere teatrali e narrative, è rimasto inedito.

 

Per tentare di salvare dalla dimenticanza almeno una minima parte della sua produzione, propongo in questa sede alcune sue poesie tratte da “I colpevoli” e da “L’uso delle parole” insieme alla prefazione di Rino Garraffo a quest’ultimo volume: nello scritto di Garraffo è infatti evidenziato in modo sintetico e chiaro il percorso che per molti versi accomuna le due pubblicazioni.

Ringrazio l’amico Antonio Patti per l’accurata revisione finale dei testi.

 

 

Da “I colpevoli” (edizioni Rebellato, Cittadella, 1968)

 

Sez. 1, I colpevoli

 

*

Il sole scoprirà presenze mute

altre  figure che restano

altre vittime

preparate.

Io sono pronto, allineato in questa schiera

anonima che passa, resto indietro

viandante di strade

morte

ad occhi bassi.

Non so lo scopo del cammino, ignoro,

e vorrei la pena che si porta addosso,

chiedo l’espiazione, la condanna

io colpevole, oggi voglio redimere i sensi

caricati di febbre

il sangue dei pensieri, ingiuriato;

bisogna trovarne la necessità provvisoria

in questi casi estremi, ed é già tardi;

occorre proteggere le acque limpide

del pianto che ci resta nelle mani

appena ricominciano gli scherni dell’inganno

ma noialtri lo sappiamo: se finirà male

e verrà il giorno dei colpevoli

in rivolta contro la metafora ignobile dei dotti

contro la legge della pubblica opinione

contro la presuntuosa ipocrisia di miopi affaristi

rimarrà ancora questo chiodo cervicale

di mille notti bianche, questa sfida insospesa

di noialtri, nemici odiati, puniti per sempre.

 

Viandante di strade buie

ho perso tutto quello che avevo

ignaro di perdere anche la pace e la pietà.

Incapace di chiedere una lucciola

mentre c’era l’abisso,

ho misurato lo schianto del cuore

nell’umiliazione.

È stato facile perdere tutto:

noi forti di coraggio e di orgoglio

abituati alla vendetta alla rivincita

noi credevamo possibile la sfida

contro forze naturali contro forze oscure della vita

contro gli uomini

contro Dio.

Osare era la nostra scelta, superare ogni rischio

andare oltre le regole

scavalcare la temeraria resistenza delle menzogne

fare quello che ci era proibito

ed accettarle sino in fondo disperate conseguenze

noi consapevoli noi spericolati.

Oggi sarà giorno di riscatto o di condanna

ma voialtri, miei cari, non siete i miei giudici

accusatori e difensori non occorrono per le mie colpe.

Io saprei corrompere a scopo di lucro

trovare mille testimoni pronti a ripetere

«Lo giuro, egli è innocente».

Meglio farmi andare dritto al patibolo

come un eretico come un ebreo

come un povero negro

o lasciarmi ad occhi bassi lungo la mia strada.

Scenderò nel baratro con l’urlo

di rancore e non ditelo mai rimpianto

di chi fu docile negli anni

— Impreparato — Incapace — Inadatto —

Non ci credete ancora? io sono cattivo.

Sono come tutti voi, questa la mia vera colpa,

simile a voialtri, uguale a tanti altri

individui malvagi vigliacchi peccatori

posso vincere la mediocrità

a furia di ripetere «io voglio riuscire ».

Era facile tacere l’ambizione quotidiana

se c’era pronta la timidezza del ragazzo

disoccupato fatta pubblica

come un ordine del giorno.

Era facile usare l’umiltà la modestia la superbia

come strumenti di difesa.

È stata pure questa ipocrisia? incoerenza? finzione?

Non è vero!

Voglio deludere i miei nemici del circolo culturale:

era pure questa la mia parte d’incapacità

che detesto

agire sul serio ma saperli gesti

ritardati, la vicenda scolastica, l’amore, la vita;

ed io avevo lasciato la fabbrica

l’acido solforico la paga quindicinale

convinto di trovare, all’uscita

la scuola

questa madre perduta, cosi bella

che non posso scordare troppo tardi estremo inganno.

 

 

*

Ho rifiutato la segnaletica vigente — Basta! —

DIVIETO, è spento il semaforo delle scelte

ogni cartello indica limite, termine, la

strada interrotta, la chiusura del transito:

A L T…

 

Posso sedermi sul chilometro zero,

stanco di percorrere spirali contorte dell’ozio

e del dubbio, stanco di ritrovarti, Silvia,

allo stesso luogo di partenza

la mia vera disperazione aperta, una piaga

che durerà più della morte più del dolore

più della fede.

Posso sedermi sulle macerie fredde

sulla consumazione, sulla tregua

dei miei ricordi e togliermi le scarpe

piene di sangue, esausto:

nei fiori sentirò guance di seta

odorose nell’ombra, dietro muri alti

o forse lungo il ferro

delle balaustre pomeridiane.

Già mi sento la vergogna

in questa giacca opaca in questa ruvida cravatta

logorata dall’uso; la sua testa brutta

e la sua voce contadina, lasciano nei miei cimiteri

la gioia umile della sera, i progetti di carta.

Non rimpiangerò più l’uva matura

delle feste autunnali;

lo smalto delle mie finestre non è ocra

della sua gonna.

Vedo un triangolo premonitore in ogni sogno,

vedo sui muri l’avvertenza usuale — DANGER.

Io non so più quale freccia indichi il bivio

e la valanga: le gambe hanno paura.

Rinviare non serve più, oggi

puoi dire basta, fine, chiusura

e andartene via lungo il binario, lungo le strade

normali del traffico

oppure devi scavare la roccia, prigioniero ingannato

che prepara la fuga sotterranea, in eterno.

La mia libertà fu risveglio di placide ombre

chiuse tra quattro pagine vuote, le mura.

Fuori c’era l’estate, lo spazio del cielo

ed io, sulla coperta militate, fanciullo che guarda

il sole proiettarsi sul tetto, moneta di fuoco.

La mia libertà era luccichio ondulante

dell’acqua abbagliata dal sole, era il fosso

di pietra dopo la pioggia, era l’agave irraggiungibile

sulla rupe sbilenca.

La cercherò nel deserto bianco della pagina,

sulla tela smisurata di mille incertezze

nell’oceano azzurro della parete;

io voglio cercarla, smarrita libertà,

sino a perdere fiato.

 

Inerme, è rimanenza della festa

il mio corpo con malefici brividi

che prolungano nei sogni

l’ansia, il disagio degl’incontri neri

e la paura;

resistere vuol dire anche

accettarlo fino a quando durerà il supplizio

prepararsi letto che affligge e brucia

eppure nulla avrei da perdere, Silvia.

Una trappola mi chiude senza scampo

l’anima cerebrale e mi trattengo

io sul filo dei ricordi che svaniscono.

Oggi è tempo di credere, è tempo di capire

sino in fondo

quale ci resta, sfida o rassegnazione più vile:

una scelta possibile? un pretesto?

Lasciala, è scomoda ogni trincea

dello spirito irrequieto

quando bisogna alzarsi in alto

aquila di cieli puliti

e gli altri su carogne imbalsamate della vita,

sedentaria convenienza.

Allora devi andare. Bisogna farlo ora

questo biglietto di fuga e andartene

via, in altre città, memoria che cerca l’oblio,

rancore, inquietudine, crisi.

 

Mani proibite dell’alcova

arde l’acido solforico.

La pelle giovane del ventre

è coperta da velluto bianco.

Silvia, porgimi la benefica calma

dell’abbraccio, ti farò gemere

ancora sul pavimento, alle cinque dell’alba,

ma non chiedermi un premio, io posso darti

gratitudine e belle promesse

prima dell’addio.

Io me ne andrò senza chiedere

una risposta,

me ne voglio andare col dubbio

sconosciuto

e potrò dire basta alle parole assillanti

che mi scrivi, troppo tardi.

Silvia, le mura sono pagine aperte

di ogni insonnia ripetuta

ed io volevo scriverle col dito

tinto di rosso, accuse contro te, libidine,

capriccio, una donna.

Finisce qui la requisitoria.

Chiuderò nel frigorifero spento

ogni rancore e potrò sotterrarlo ogni rancore

lontano dalla tua casa.

 

L’uomo si affeziona alle catene

che porta, alle sbarre opprimenti del vizio

ai pretesti, al dolore,

l’accattone agli stracci dei ricordi,

vive nella strada, il più libero:

non ha più l’odio che sorregge gli altri.

Idiota dice il cartello. I poeti

trovano il divieto di sosta

in ogni luogo

non sanno trattenere l’impazienza

ma sembrano calmi

quando guardano gambe alle ragazze.

È finita. La notte irrequieta delle torri

fa udire il grido che precipita;

nel pozzo della notte ho lasciato il dissidio

dell’anima nostra, lo sai e vorresti tacerlo

invece si è fatto clacson insoffocabile,

martello ad aria compressa, traxcavator…

Ferma l’assillo elettromagnetico delle cicale

ferma il sibilo della calunnia.

Io non sopporto

mille decibel fracassanti delle tue offese;

preferisco l’urlo, la protesta, il ritmo di 1000 versi

che incalzano il fiato

che svegliano la mente, il sonno della noia

e superano il muro dell’anonima esistenza,

incomunicabilità che stordisce

violenza propagandistica

dei vincitori. Ma rimango io solo e l’ascolto

tamburo di voci che piange, nel gorgo della folla,

la calma dei fanciulli.

È solo mia la disperazione

che arriva dietro un muro.

Corrono in automobile i sensi

sconvolti e le donne hanno concilianti

sorrisi, hanno la gonna corta, hanno le gambe svelte

La vita è necessaria?

Non vale mai la pena continuarla in un baratro

mentre gli amici aspettano sorprese

imprevedibili.

Quale impegno, quale necessita

agli uomini che stanno avviluppati

negli scrupoli, forza di costringere

tra misure complicate della morale affarista,

il sogno il gesto l’abitudine?

Non prenderla sul serio

questa faccenda provvisoria.

Compromessi inaccettabili

ti fanno forte nel distacco che pesa, aumentano

di ora in ora la solitudine isolata e caparbia

dell’autunno; ti lasciano una risata beffarda

alle spalle, e tu, barcollante, non hai più

meriti veri da portare in banca.

Resterai ai margini della festa,

eppure ti hanno detto:

— Se non vuoi finire tra oggetti usati

scarichi, inefficienti,

entra nella graduatoria entra nella classifica —

Tu resisti. Ti costerà cara questa buona fede

questa lealtà pericolosa

che potrebbero chiamare ignavia, debolezza.

Devi farla una prova di forza

O è già tardi? dimmelo, é già tardi?

Invece ti ripetono dovunque che sei già morto,

e dovrai, nei limiti ordinari della cronaca

gemere sopraffatto, orfano nelle strade

secondarie, nei vicoli chiusi. Allora

c’e dannazione fuori della classifica.

Se gli amici preferiscono fiducia conveniente

di persone autorevoli, non preparo rancori;

l’occhio della folla

mai saprà distinguere valori esatti

di misura sociale,

perché gli altri, lo sai,

chiedono limiti di prestigio e di potenza,

gli altri vogliono verificare sino in fondo

il grado delle nostre forze.

 

Hai vertigini negli occhi aperti

ma la superficie azzurra dei muri

cela ingranaggi e vuoi saperla?

Decifrabile non è ogni segno

esterno, ogni immagine passeggera

del cinema hai visto

nel buco notturno della serratura,

in ritardo. Sulla moviola proibita

qualcuno realizza la montatura assurda

della sorte, l’apparizione improvvisa, la parola

che ti guasta il ritmo interno del respiro,

imprime, nella forza vitale dello sperma

che agita sogni inconfessabili, ossessione sensuale?

Non è vero. E non prenderle sul serio

avvertenze scritte col normografo della morale,

anch’essa è transitoria. I poeti hanno bisogno

d’amore e di pretesti, infatti vi diranno che non basta

la verità letteraria, e non bastano alluvioni

o carestie per farci capire, non bastano più

miracoli o scoperte scientifiche.

Un pugno di nuvole stanche

ciò che resta per noi

dopo un anno di febbre

dopo un anno di aridi venti nell’anima,

dopo questa frenetica notte

un pugno di cenere calda per noi.

 

Finisce qui la paura di vivere

durata sino all’orlo, soffocante;

era una lunga ostinazione

giunta in alto

era una voce nel sotterraneo.

 

Un pugno di pagine bianche resta per noi.

 

(Dicembre 1967)

 

 

Sez. 2, Le notti del giovane sfaticato

 

SERE D’INVERNO

 

Sul palo di ferro battono le pietre

i ragazzi, e pare che ascolto

la nostra povera campana senza chiesa.

Io ripeto questo lamento

col paraurti, lucido ancora, di

quella macchina arrugginita.

Ero un ragazzo quando la bruciarono

i nemici di tuo padre.

Ora sembra lasciata — apposta — alla mia vista,

inutile, contorta

come il relitto del mio corpo

rimasto nella ruggine della noia.

 

 

 

SABATO SERA

 

Lascerò, calda di luci, la festa

e amici del sabato sera

per andarmene via con la notte

di buio e la pioggia sulla curva in discesa.

Piove. Piove ancora. È pioggia monotona

che batte, è musica incessante,

che continua a ripetersi dentro

questa nausea di smorfie e di fumo.

Musica elettrica.

Uscirò senza parole

e non s’accorgeranno.

Nella notte

io me ne andrò a nascondere l’affanno

dei pensieri.

Cercherò una strada

nei quartieri annebbiati,

cercherò la porta socchiusa, il lume a petrolio

che illumina una ragazza in attesa.

 

 

Sez. 3, La trappola dell’uomo solo

 

ESILIO

 

Sono rimasto nel mio quartiere,

ragazzo calvo che sogna.

Non aspetto partenze.

Passano sempre le corriere

tinte d’azzurro, ed io guardo, di pietra,

occhi che luccicano un istante.

Solo un istante. Ma esso rinnova,

lasciate in soffitta, pene e ricordi di scuola.

E se una voce, in alto, mi chiama per nome,

vorrei tacere: forse il timore che mi resta, breve,

voltarmi in quella parte di strada

e vederla deserta: il ponte di pietra, vuoto,

la corriera che non c’è più.

Sono rimasto nel mio quartiere.

Gli altri sono già andati in qualche luogo

della terra, preparati a tacere

contro il cuore, contro tutti quelli

rimasti indietro

in ozio, a parlare.

E oggi non dicono più la mia presenza

necessaria

amici disoccupati che ogni sera

chiedevano parole di sfida:

nei loro occhi c’era il pianto delle vittime

nascosto col fumo della sigaretta,

c’era il bisogno di credere, il grido soffocato

dei vinti, che invocano aiuto al passante;

erano storditi, il sudore sulla fronte,

le gambe che tremavano.

Non dicono più la mia presenza

necessaria.

Sono rimasto. Io rimango in piedi, allo spigolo

della strada, rassegnato in questa monotonia

di linee oblique che hanno queste case.

Intorno alla mia solitudine, intorno alle mie ombre,

spigoli e angoli di tufo giallo

segnano limiti.

Ogni passo è ripetere un rischio.

Ogni passo è paura.

Io sono chiuso nel mio quartiere,

segnata negli occhi la morte dell’uomo finito,

inetto, e più la vergogna di vivere schiavo.

Passano sempre le corriere

tinte d’azzurro — E Giulia

non è più la ragazza bruna che voglio aspettare.

 

 

Sez. 4, Il castigo

 

IL PANE

 

Il pane di mia madre è amaro.

Ingoiarlo è un supplizio

che si ripete ogni giorno,

sino a stancarmi. E fatica che dura

per darmi angoscia di vivere male.

Sono stufo di pane. Mangiarlo

mi si è fatto obbligo insopportabile.

 

Aborro questo vizio

d’ingoiare ciò che non è proprio.

 

Il pane masticato in un angolo

di silenzio, mi ricorda

un rimorso che non so far tacere.

 

(20 giugno 1966)

 

 

INCONTRO

 

Questa sera. Io resto dietro

un rettangolo freddo della stanza, e gli occhi

guardano immagini usate appena,

già nella memoria

 

Se n’è andata. Cosa vuol dire questa pietà delle scale

rimasta dietro i passi? Dove chiamano voci

nella frana? Odi? dove cadono mura

e si rovinano i ponti?

 

Era triste, era sola.

Passa. Ed io ripeto:

potevi trattenerla tua, in quella camera buia:

era triste, era sola, era

lei inganno da rimpiangere, notte calda di marzo,

incontro.

E non tornerà più.

Allora posso spegnere le lampade

di ogni sogno.

 

 

I MIEI VERSI

 

Volevano lasciare un grido

Sui manifesti d’ottobre, sui muri,

Sui cartelli denunciatari di ogni

Rivolta

E sull’asfalto

Le mie parole le mie parole le mie parole

Che dovevano ringraziare Angela

Di quei lunghi mesi del 65

Così freddi così neri.

Anemici orfani mediocri

Sono i miei versi, questi versi che fanno

L’incoerenza volontaria

La contraddizione la stonatura

E volevano cercare alla vita

un senso comodo, giustificante.

Scaveranno dietro le porte

Il segno dell’uomo ferito, agonizzante,

Ma volevano penetrare

Il dilemma, toccare le viscere cerebrali

Dell’anima

Ma volevano lasciarvi un fremito

Insoffocabile, una rivelazione non ancora aperta,

Strana e bella da fare paura;

Volevano lasciare una candela nel cielo.

 

 

 

Da “L’uso delle parole” (Tipografia Primavera, Agrigento, 1972)

 

 

Introduzione

 

Nell’introdurre la presente raccolta di poesie è necessario rifarsi all’opera che l’ha preceduta: «I colpevoli» édita da Rebellato, 1968.

Nella società capitalistico – borghese, nella società esclusivamente ad «una dimensione» dove non è ammessa la sussistenza di altre alternative, di altri modelli ideologici ed operativi, la condizione del poeta appare ed è una condizione, una situazione da «colpevole». La colpa va vista nel suo duplice aspetto: letteraria ed esistenziale. In quanto al primo, Nicotra vive, come tutti gli intellettuali, la crisi della poesia e dell’arte in genere, nel mondo d’oggi. In quanto al secondo, il poeta avverte e soffre per l’annullamento dell’individuo che la società di massa opera imperturbabilmente. Ogni sentimento, ogni gesto spontaneo, ogni idea personale, ogni progetto, che non rientra «nell’ingranaggio», che non rientra nel programma già dato o al limite previsto, che non rientra nella prassi convenzionale è destinato ad essere soffocato, è destinato a lasciare il suo sapore di colpa.

È questo secondo aspetto ad essere preponderante nei versi di Nicotra che esprimono appunto la crisi esistenziale, il senso della solitudine, dell’incomunicabilità propria di chi ha «rifiutato la segnaletica vigente» di chi detesta «la norma e la cerimonia».

La presente raccolta va inquadrata in questi temi e possiamo dire che rappresenta l’analisi di uno di essi: l’incomunicabilità dell’amore.

Se ne «I colpevoli» i riferimenti a Majakovskiy (nel suo aspetto meno declamatorio) e a Quasimodo erano evidenti, ne «L’uso delle parole» sono ridotti ad echi quasi impercettibili. In questi versi la struttura del movimento linguistico – poetico è lirica; a parte qualche eccezione di sperimentalismo formale. Una liricità che con i suoi toni alti e bassi si presenta a volte come uno sfogo – analisi e a volte come un dialogo – analisi, e che comunque rimanda sempre al centro dell’esistenza viva: l’amore.

«Ma l’amore ti chiedo / come fosse un perdono». L’amore sarebbe l’unico antidoto capace di neutralizzare il senso di colpa di cui dicevo prima. Ogni immagine poetica è una ferita aperta dinanzi agli occhi del lettore, col rischio di contaminarlo.

«L‘uso delle parole» perché questo titolo? Come afferma la semiologia, la realtà si dà sempre nel linguaggio; non esiste una realtà fuori dal linguaggio (più precisamente dai linguaggi). Una vita, un lavoro, un «amore» dipendono dall’uso che facciamo del linguaggio e in particolare dall’uso che facciamo delle parole. C’è di più. Le parole spesso non rispecchiano la realtà, hanno una loro vita, a dispetto nostro, a dispetto delle nostre intenzioni. «Infatti una labile minuzia / grammaticale procura inquietudine», «una parola muta / la cronaca dell’esistenza». Ecco il dramma assurdo, insopportabile.  Nicotra se ne sta lì a testimoniare, rappresentare il dramma, a comunicare testardamente con le parole e nella maniera più composta il male reale, nascosto ed enigmatico che procurano le parole stesse.

Possiamo dire, quindi, che in questa raccolta non c’è ancora quel materiale verbale in sé, cioè un linguaggio come oggetto, ma al poeta interessa qui ciò a cui questo linguaggio rimanda, cioè la vita vissuta, l’amore.

Non gli resta, quindi, che cercare di evocare, di capire, di esorcizzare l’assenza, di comunicare chiaramente nella e della incomunicabilità dell’amore, della vita, quando questa è stata falsata e a volte soppiantata dal mondo equivoco, impreciso, instabile delle parole.

 

Favara, gennaio 1971

 

Rino Garraffo

 

 

IMPAZIENZA

 

Ho bisogno di acqua, di spazio, di alberi verdi e di strade

che s’allontanano

ma devo aspettare l’ombra favorevole che aumenta

ma chiedo pazienza a questi muscoli tesi

se voglio trovarmi un poco di scampo.

 

Il silenzio, la distanza del mare, le pagine bianche;

manca l’attesa, manca l’abitudine, manca una

ragazza al telefono quando

viene la mancanza a trovarmi sull’area rettangolare

di un tavolo a forma di letto appena viene a trovarmi la

copertina a colori di una ragazza morta

 

ma torna l‘impazienza nelle mani.

 

 

RIAPPARE LA LUCE DEL SOLE

 

Sono sul muro in ombra e una donna esiste

lasciando i piedi nudi sul davanzale

che mi ricordano il meglio

e lei mi guarda dentro l’immagine dei vetri

forse inventando un giuoco.

Nei giorni di pioggia non c’era

cercando una voce, una mano

lungo strade che si oscurano presto

poi si resta in un vecchio locale di

sedie numerate

poi si resta da soli davanti allo schermo

come una tela bianca dell’assenza

che hanno messo in fondo

ad ogni sera.

 

 

ALLA RAGAZZA DEL 69

 

A causa tua non cadono le ali

dell’angelo mentale, e le corde resistono

molto: ritmo schianto inerzia silenzio

potrebbero curvare anche le ossa

di giganti.

A causa tua posso scrivere versi

con il fiato calmo.

E tu sei brivido delle mie strade

senza velocità;

passi tra ombre di persone ignare,

da sola, ed io posso saperlo.

Brivido e desiderio. Passi nell’aria

carica di festa, ed è più facile riprendere fiato

nel caos dell’afa fumogena:

macchine mobili ronzarono troppo

con l’indifferenza dei passanti,

immagini manifeste

avevano un ghigno di spia.

 

 

L’AVVERTIMENTO

 

Fammi toccare le tue dita

ancora dolce richiesta dei poeti adesso

non io

né zucchero di sguardi casuali trattenermi

pensandoti tra alberi spogli dopo una sera

di vento.

Mi dispiace, la memoria è vetro

con labili segni, ed io voglio toccare anche l’interno

per comprendere meglio me stesso

e la tua amorevole intelligenza

sessuale.

Puoi dirlo, il dialogo apre la nuova esperienza

come reciproca intesa:

ipotesi e sentimento.

L’attrazione dei corpi messa tra parentesi,

banale? secondaria? difficile?

Stringi al petto volumi della scuola

malata invece che distrarre sull’erba

la giovane energia delle gambe.

 

Il tempo passa. Però meglio rivolgere l’intento

alla vita comoda dei privilegi

intravisti sul video. Il tuo programma:

avere una laurea magnifica

un uomo che paga la casa in affitto

e l’automobile.

 

Forse il benessere inganna e la bellezza muore

nella cornice decorosa;

non è una bestemmia letteraria

ma l’avvertimento inutile, tardi

nell’ora dello specchio

questa lettura che ti svela

un timore.

Oggi per vivere significa lasciarsi l’illusione

e rimandarla al giorno della festa.

 

Dici che non lo sai, che possa vincere anch’io

questa corsa

con facili trucchi tesserati

nell’agenzia dinamica del gioco

 

Devo andare di fretta, presto, più presto

più presto: c’è poco tempo

insieme in questa mischia.

 

Frattanto segna sul calendario il giorno dell’abbraccio

come accettabile uso

non sarà questo che vuoi se ti verrà offerta

nel cavo delle mani acqua di primavera

o nella bottiglia fumo.

 

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