FLASHES E DEDICHE – 81 – PAROLA E’ SOSTANTIVO FEMMINILE

Oggi, senza cadere nel patetico, lascio la “parola” ad alcune voci femminili ospitate in questa rubrica.  Una buona lettura, la parola è donna e universale , i  nomi sono dentro ai versi.

 

Il tuo nome non è un agglomerato
di lettere ammassate artificialmente
arbitrario aprire e richiudere
tra labbra profane di chicchessia
ma un fitto sottobosco di desideri
che sa comporre la grammatica
dei piedi

 

Hai tagliato i capelli
rinunciato a blandire l’aria
con le volute bionde della testa.
Ti sei capovolta in crescita inferiore
sotterranea.
Dalla pianta dei piedi i bulbi gettano.
Radici che si allungano a succhiare
la durevole cheratina dei morti.

 

Accade lo stesso amore delle case vuote
un referto scritto sulla breccia dell’approdo
definitivo guscio senza peso di un bagliore
ora dissetare gli angoli degli occhi
è chiedere perdono all’acqua
filtrare il velo delle unghie con inchiostro.
Forse è questa la forma della soluzione
reinterpretare radici fangose, renderle gioia.
Potrei ricucire il modello pezzo a pezzo
scivolare intorno alla vista del fregio presente
adagiare le avanguardie alla finestra
eppure la pioggia disegna addosso
una specie d’agguato
dentro il freddo non arrossisce
si mantiene ai margini delle sue possibilità.

 

È stato come per gioco quell’estate,
un prendersi dei corpi
sulla branda, sopra i libri di Balzac,
dentro l’anno che fuggiva
scalzo più di noi
È stato veloce, senza dirsi
cosa fare di un gelo nella gola.

Dopo è venuta la paura,
la corsa in ospedale-un battito,
maternità dentro la pelle.
Il bambino non nato,
non saputo che nell’ombra.
Destino impossibile di gioia
tra me e te,
ancora stretto tra capitale e lavoro,
coi tuoi Grundrisse
mandati a memoria.

Quello, solo quello è stato
l’attimo intero
e non lo sapevamo.

 

Per la parola noi siamo andati oltre,
siamo stati macigni che planano
sopra i campi di girasole: oggi la gioia
scorre dai tornanti della gola
sfocia tra gli interstizi occlusi
del diaframma per metà
ci orienta al sole,
fissa per sempre il tuo verso
sopra la tavola, per questo gli eroi,
per questo la casa, la biblioteca,
il tuo mantice sopra il mio.

 

 

parlami con la voce,
raggiungimi,
che la carne diventi suono,
e il suono colpisca l’anima
facendone nido,
riparo dal mondo di là fuori.

raggiungimi,
diventa nido insieme a me

 

Il mio amante se n’è andato
è tornato da sua moglie
tutto il tempo ho pensato
al mio amore, anche lui ha una moglie,
dei bambini e una vita giusta,
io ho corso troppo lentamente
nel gioco delle sedie, sono tutte prese,
mi metto in grembo all’uno all’altro
ma per me non c’è posto
scivolo mi rialzo mi risiedo
cado.

 

Il corpo non dimentica la traccia
del ferro – è una via da aprirsi per fare
luce, per tornare alla terra,
al tronco materno, al fiume.

Si è lavato il corpo col pianto.
I nodi di pelle sono stati sciolti
da mani di feltro – preparate
le ultime cose.

Si è rinunciato per amore
al nome dei padri. Alla retta
che genera si è preferita
la conca di legno, che accoglie.

Si è atteso il ferro, e l’ago
e il sonno che viene
come una cura. Per rinascere
si è atteso una vita intera.

La natura si è nascosta
dove poteva essere trovata
ma nessuno confidava
nei suoi buoni propositi.

Il ferro ha inciso profondo,
ha frugato tra i rami, nel sangue,
l’ha portata fuori. Alla viva luce
si è compiuta la nascita.

Il corpo non dimentica la traccia
del ferro che taglia per liberare:
è un gesto atavico, primordiale.
La via si è aperta, la luce
torna alla madre, all’albero,
e la terra si congiunge alla terra.

Ma le cicatrici restano e neppure
quelle il corpo dimentica.
È come se la natura, liberata,
vi ballasse ora adagio sopra
a ricordarci che mai a niente
si rinuncia per sempre.

 

schizofrenica insolenza delle acque
sgorgate odore sulla vertebra del tinello
sbottonata la marcia del polso nutrito d’avvento
che invade il sapore dei limoni attorcigliati tra
i guanti allevati suono in quel masticare verbo
come certe ore deglutite allo scadere della sera

 

Eterna gola di gloria: parola
appena giunta sul molo, appiedata –
ma con piedi di polvere – dopo onde
e naufragi, sempre rediviva, ti
lascio incensita – e per questo divina.
Forse frutto del seno del mare che
sempre materno si gonfia e si svuota,
segno perennemente varcato.
Ti leggo come fossi scrittura postera.

 

Prendete una villetta con giardino, un cane, una famiglia,
parenti affettuosi,
amici numerosi, vacanze al mare. Prendete un padre buono
e una madre accondiscendente.
Togliete la villetta con giardino e mettete una stanza allagata
e scrostata.
Togliete il cane e mettete un vibratore.
Togliete la famiglia e mettete una badante rumena che non
lava i piatti, un padre disagiato,
una madre depressa.
Togliete i parenti affettuosi e mettete datori di lavoro
esigenti.
Togliete gli amici numerosi e mettete solitudine.
Prendete un uomo che vi completa.

 

Ama me come si ama la potatura selvatica del faro
senza sarcasmi, senza seme nei granai
con la fame del corvo al seno
se rimango nel fuoco senza muovere lo sciame
e vivo il volto, i getti negati nell’alveare
o non amarmi affatto!

 

Quando nulla ti è dovuto e non sai come
conosci il cerchio nero che ti assedia chiedi
quale strano progetto ha preso i tuoi occhi
per riempirli di colore giallo ocra e rosso

senti il passo della libella lo sfregare delle antenne
la resa in volo desiderio del maschio sul filo d’erba
e l’aria che sposta la curva il segmento che unisce
trovarsi dal nulla negli occhi del nostro calvo inverno.

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