I luoghi e le scritture (rubrica di Antonio Devicienti): Francesco Scarabicchi, la pittura di Lorenzo Lotto, la poesia

 

Il luogo è, questa volta, la pittura di Lorenzo Lotto, in particolare (ma non esclusivamente) il dipinto Presentazione di Gesù al Tempio custodito al Museo-Antico Tesoro di Loreto, la scrittura quella di Francesco Scarabicchi che nel poema con ogni mio saper e diligentia (stanze per Lorenzo Lotto) (Macerata, Liberilibri, 2013) dona ai lettori un libro di convincente bellezza e di rara limpidezza.

 

presentazione al tempio
“Stanze” è, lo sappiamo, sublime invenzione della poesia romanza che deriva il suo nome dallo “stare e fermarsi” entro ridotto e armonioso giro di versi – nel caso presente la successione delle stanze concilia l’esigenza meditativa con quella per così dire narrativa, permettendo al lettore, anche nel luogo fisico della singola pagina che, dopo il breve testo, s’offre in tutto il suo biancore, di lasciarsi pervadere dalla poesia meditante di Scarabicchi e di compiere al tempo stesso un cammino colmo d’interrogativi, d’improvvise virate, di significanti silenzi. E le “Stanze” sono raccolte in quelle che, in un libro di poesia, si sogliono chiamare “sezioni”, mentre qui le definirei piuttosto “stazioni”, dal momento che le diverse parti in cui si articola l’opera richiamano anche i periodi della vita e della produzione di Lotto, i suoi riferimenti geografici (ripetutamente Venezia e le Marche, ma anche Treviso, Roma, Bergamo, Trescore Balneario).
L’opera di Scarabicchi s’apre con una citazione dal Libro di spese diverse, iniziato ad Ancona nel 1538 e ch’è una sorta di libro mastro e diario nel quale Lotto annotò, con grande precisione, le proprie spese, introiti, fabbisogni e anche pensieri: “doi para de ochialj da veder luntano”, cui segue, in tutte maiuscole la dedica IN MEMORIA DI PIETRO ZAMPETTI che è stato il curatore della mostra Lorenzo Lotto nelle Marche (1981) e autore di una nota all’edizione a stampa del 1969 proprio del Libro di spese diverse. Appare chiaro che Scarabicchi sceglie proprio “le due paia d’occhiali per vedere da lontano” al fine d’alludere e alla vista (capacità di vedere e di penetrare la realtà, o almeno di tentare di farlo) e alla tarda età del pittore, i cui occhi si erano in effetti molto indeboliti. Da parte mia, dando per scontato il fatto che il poema sia anche una meditazione sul fare e sul senso dell’arte (pittura e poesia assumono dunque il medesimo significato), cercherò di discutere l’aspetto strutturale e la valenza delle immagini e delle metafore, mi sforzerò di evidenziare il valore dello stile e la tensione etica e artistica che fa da asse portante dell’intero lavoro. Aggiungo soltanto che il libro che ci accingiamo ad attraversare ha avuto una lunga e meditata, ma anche appassionata genesi: “Nel marzo 2011, in occasione dell’uscita del numero monografico di nostro lunedì, periodico da me ideato e diretto artisticamente dal febbraio 2002, dedicato a Lorenzo Lotto (L’attimo terrestre), apparve un allegato in versi contenente un poemetto di dodici strofe (con prologo ed epilogo), parallelamente pubblicato sul n. 130 dell’aprile 2011 de Lo straniero, il mensile fondato e diretto da Goffredo Fofi, intitolato La vela di Lorenzo. Da molti anni andavo vagheggiando l’idea di destinare un testo autonomo al pittore in assoluto da me amato senza riserve fin dall’adolescenza, quando, in un volume di storia dell’arte, vidi una riproduzione in bianco e nero della Crocifissione di Monte San Giusto (1533-1534) che letteralmente, pur nella difficoltosa decifrazione degli elementi e delle figure di quella pala, mi rapì. In silenzio, tra il 2008 e il 2011, si fece forma concreta la via della poesia attraverso la quale dar voce a lui nel racconto di un’esistenza in gran parte misteriosa” racconta proprio Francesco Scarabicchi nella Nota dell’autore a pagina 101; la primavera del 2011 è anche il tempo in cui si apre la mostra dedicata a Lotto e allestita alle Scuderie del Quirinale, ma è intuibile che l’opera di poesia che andiamo ora a sfogliare sia la concretizzazione di un lungo cammino personale, culturale e artistico e che di tale cammino conserva e restituisce tutta la complessità.

 

Crocifissione

 

con ogni mio saper e diligentia 

Antefatto

Gonfia di vento e bianca,
guardate com’è giovane la vela
che, quasi non vista, viaggia
sul fianco del colle delle croci
o l’altra, sempre verso riva,
dietro la gran figura del viandante
dal viso mesto e con il libro in mano,
scalzo, pesante e stanco,
poggiato al suo bastone,
mentre per terra sono
la bisaccia, il cappello, la borraccia
e la conchiglia cucita su una falda (pag. 21).

“Antefatto” (che con il successivo, “Premessa”, costituisce la prima e fondamentale stazione eponima dell’intero libro) è testo programmatico, il quale inizia con un’immagine gioiosa (la vela bianca, gonfia di vento) e presenta almeno due figure-simbolo: la Crocifissione di Monte San Giusto e il San Giacomo di Recanati, entrambi soggetti di due tra i dipinti più alti di Lorenzo Lotto e, soprattutto il secondo, incarnazione o trasfigurazione del pittore medesimo, “viandante”, Wanderer nella vita e nell’arte, sembra suggerirci Scarabicchi. Si noti la salda struttura del testo, il fluire quieto e armonioso degli endecasillabi e settenari, l’efficace ed elegante sintassi, caratteristiche, queste, di tutto il libro: luminosa e bellissima la lingua italiana di Francesco Scarabicchi, potente nella sua capacità espressiva e delicata quando accenna pensieri intimi, nobile nel dire e raffinata. Ma, ci accorgeremo presto, esattamente come dietro la sapiente pittura di Lotto si nascondono l’inquietudine e il turbamento derivati dall’esistere, così i bei costrutti e i ragionamenti di Scarabicchi alludono a quella medesima inquietudine, a quegli stessi turbamenti. L’inquieto errare, il non trovare né avere dimora sono, infatti, linee tematiche fondamentali e non a caso il testo successivo si apre con una bellissima immagine ch’esprime una sorta di topografia del pensiero e dell’arte:

Premessa

Oh, terre del pensiero, immaginari
paesi della nebbia,
case di sabbia e vento
accese d’alba,
luce ferita che s’insinua ferma
a decretare l’attimo, l’istante
in cui per sempre avviene
quel che non si ripete (pag. 23).

Comincia ora la parte del libro intitolata al fin de l’alfabeto e se nel Prologo riappare la figura di “Giacomo pellegrino / (…) / come se fosse sosta verso dove / questo passo che tiene, questo fiato” (pag. 27), nella stanza di pagina 29 viene detto:

Perché così, perché l’abisso d’ombra
che il cuore annega oltre la porta e il muro,
oscuro mondo che all’estremo vedo,
se appena un po’ mi sporgo a incontrarvi
da quest’anta di scena, dalla soglia
della mia vita che s’appresta a spegnersi?

e, nel primo testo della stanza successiva, “Vi guardo dal ciglio della storia” (stanza n. 2, pag. 30).

Chi parla è la figura di vegliardo che, nella tela lauretana, s’affaccia dal varco della porta in alto a destra e che, nel dipanarsi delle stanze, è colui che guarda e che è guardato, colui che espone le ragioni di un esistere e di un’arte e colui che prende congedo dal mondo. Seducente si fa l’ipotesi che “guardare dal ciglio della storia” sia una possibile definizione della poesia da parte di Scarabicchi, come se poetare fosse, appunto, uno scegliersi una posizione in limine da cui osservare e in tal senso la poesia sarebbe anche un fare i conti con la storia e col tempo, cercando però di mantenere la lucidità dello sguardo: il poeta (l’artista) non si isola, non si ripiega in sé stesso, ma, anche grazie all’esperienza di vita, osserva il mondo con partecipato distacco, con simpatetica lucidità, pur consapevole del fatto che il lume degli occhi si affievolisce. Si tratta di un essere umano capace di dare di sé una pregnante definizione in otto versi:

L’odore delle terre mi consuma,
l’ossido è nube e notte,
ogni risveglio è figlio della morte
in questa stanza che non sa nessuno.
Sono nel tempo senza via d’uscita.
Nascere mi condanna a un’eterna
memoria del mio niente,
caduta e resa oltre ogni confine (stanza 4, pag. 32).

Non c’è nulla di trionfalistico, nulla d’eroico, ma un’umanissima consapevolezza del limite e della finitudine, insieme con espressioni d’affetto per un esistere così tanto terrestre e inteso alla ricerca di sé, del bello, dell’umano: “luoghi del mio andare” (pag. 34), ” cose del mio andare” (pag. 36) detti con una “musica che non chiede partitura, / voce che in sé si tace al suo sentire” (pag. 35) – si noti quanto pacata e intensa sia la voce di Scarabicchi, quanto capace di guadagnare alla scrittura questi spazi di meditazione fortemente contrapposti al rumore, al convulso procedere di cui sono vittime moltissime vite sottratte alla necessità del silenzio, della riflessione, della contemplazione.
Ed ecco un’altra efficace definizione del fare poetico:

(…)
povero me che sto tra le mie labbra
e il dubbio, occhi che più non guardano
e non sanno le verità nascoste dell’amore (stanza 10, pag. 38).

Con una specie di “poetica in negativo” l’autore sembra volerci additare contemporaneamente la forza e la debolezza del fare arte, la quale è posizionata tra il parlare (o il dipingere) e il dubbio, con la consapevolezza di un proprio sguardo indebolito e che, cosciente dell’esistenza delle “verità nascoste dell’amore”, sa anche di non saperle vedere – l’umiltà dell’artista è proprio questo desiderio d’arte e questo sapere i limiti del fare artistico; e tuttavia tale fare non ne viene diminuito o inficiato o screditato, ma ulteriormente caricato della sua valenza umana. Così lo dice Scarabicchi poco oltre, avviando la seconda parte intitolata soto speranza d’esser reconosuto: “L’alba del mio colore è un mare azzurro” (Alba, pag. 43), è un’alba di bellezza unita alla solitudine (“se questa solitudine degli anni / è il solo pegno che mi resta in vita” è detto a pagina 44), per cui, ancora una volta, erranza e dimora emergono poli dialettici e la dimora è un’impossibilità, un’assenza, una non-compiutezza: infatti Scarabicchi ripercorre per accenni e allusioni la vicenda di Lorenzo Lotto materiata di molti viaggi e del tentativo di venire, finalmente, riconosciuto un pari di Tiziano e Raffaello, due dei pittori più ammirati del tempo.

Dimora

Dove sarò, lasciata questa piaggia,
vie della Marca che percorro errando?
Nel non aver mai luogo è il mio destino,
un abitar precario albergo e mondo,
senza dimora alcuna che m’accolga (pag. 45).

E nel notturno che segue s’esprime l’enigma della creazione artistica, ancora una volta il suo stare sospesa tra fantasia e realtà, tra noto e ignoto, forse tra conscio e inconscio:

Notte

Nulla s’avverte dal vento dietro ai vetri,
se il mare sia in tempesta, se le voci
che ascolto nella stanza sono loro
che vengono a cercarmi o altri ancora
che non ho conosciuto e a cui m’affido
perché dal nulla nero dove stanno
vengano alle mie tele per salvarsi (pag. 47).

Infatti arte significa, tra l’altro, ricerca del nome, volontà di nominare per dare forma all’informe, evidenza all’invisibile:

Il nome

È quest’ora di notte il tempo del ritratto,
quando li vedo al fondo del mio sguardo
che li percorre come un continente:
quegli occhi che mi incontrano già sanno
che saranno la scena del ritorno,
l’isola abbandonata che s’incendia
dei fuochi della festa, un nome perso (pag. 48).

 

 

giovane malato

 

Il pensiero del lettore va al Luzi del Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, all’Ashbery dell’Autoritratto in uno specchio convesso, all’Harpur di Voci del libro di Kells, al Simic che riflette su Joseph Cornell e ancora al Parmigianino secondo Attilio Bertolucci, alla Cappella Brancacci cantata da Yves Bonnefoy, al Cristo di Velázquez secondo Unamuno, ad Antonella Anedda nella Vita dei dettagli… Esiste fin dalla descrizione dello scudo di Achille nell’Iliade questo bere della poesia alla fonte feconda delle arti figurative e con ogni mio saper e diligentia si colloca a buon diritto nel novero delle opere di poesia che hanno saputo trovare una loro validità e autonomia artistica anche tramite il proprio porsi in dialogo con altre espressioni dell’arte. E infatti il complesso libro del poeta marchigiano è, anche, un amorevole riconsiderare l’intera opera di Lorenzo Lotto, per cui nelle varie stanze s’incontrano di frequente riferimenti a singole opere del pittore veneziano traverso le quali Scarabicchi nello stesso tempo dialoga con l’artista, gli rinnova continuamente il sentimento della propria ammirazione e riflette, per dir così per interposta persona, sul farsi stesso dell’arte, concependo (e a ragione) la ricerca artistico-esistenziale di Lotto di decisiva modernità; nei due versi seguenti, per esempio, Scarabicchi si riferisce a un celebre dipinto ricco di simboli e comunque a tutt’oggi enigmatico, “Il giovane malato”: “esser per sempre il giovane malato / con il libro sul tavolo e quei petali” (pag. 49) – e quella che chiamo “la voce” e “l’intonazione” che il poeta di Ancona presta prima al vegliardo della Presentazione al tempio e poi al pittore stesso è, in verità, voce e intonazione meditante di chi scrive poesia adesso, legando il proprio pensiero alla ricerca artistica di un grande modello che, dal passato, offre strumenti altissimi di confronto e, soprattutto, d’interrogazione, ché questo libro che stiamo leggendo non è pacificato e non trova pacificazione né con sé stesso né col mondo, la tensione sottesa è sempre di carattere interrogativo e mai, mai dogmatico e, infatti, giungiamo a una pagina secondo il mio modesto avviso nodale, rivelatrice del carattere più profondo dello straordinario lavoro di Francesco Scarabicchi: “è traccia d’eloquenza misteriosa / (…) / quest’ossessione inutile e costante / di dare voce al fiume della vita” (La voce, pag. 51): un mistero, una o più voci che emergono, s’intersecano, interloquiscono, nutrono un’ambizione, sono consapevoli del possibile fallimento o di una possibile inconcludenza, ma continuano a farsi udire (e per “voci” intendo qui l’eloquenza misteriosa di cui dice il poeta per tramite del pittore, ma anche quel “dare voce” che significa poetare o dipingere per esprimere il fiume della vita, il costante, forse eracliteo scorrere, che l’arte cerca di fermare, ma rischiando di ucciderlo imbalsamandolo in un eterno istante da museo, e che sempre l’arte ha l’ambizione di restituire, contemporaneamente, quale flusso, fluire, élan vital, divenire, fieri inafferrabile).

L’isola

Ma questo chiaro che m’invade e tiene
è misura di me e del turbamento
che provo ad ogni passo, in ogni dove,
ferita del mio essere straniero
all’isola del mondo, a un universo
di cui conosco il cielo e le alte stelle (pag. 52).

E chi parla qui, nell’Isola? Lotto, Scarabicchi, ognuno di noi lettori, ovviamente: inquietudine e turbamento sono il nostro segno distintivo.
E leggiamo un altro testo di perfetta fattura e di modernissimo sentire:

Tramonto

Il Libro è labirinto, non scrittura.
Da questo declinare dell’occaso
ora lo so, lo sento
che in lui, di me, c’è in verità quel vero
che mai non mostro, inquieto e solitario,
scostante forse, insofferente e crudo,
ma la bellezza ha per virtù l’orrore (pag. 53).

Ci portiamo dentro un labirinto, dunque, ma nell’arte la macerazione interiore non traspare per una sorta di pudore e di rettitudine anti-narcisistica; eppure, mi vien fatto di pensare, l’un sodale (Scarabicchipoeta) sa scorgere nell’altro sodale (Lottopittore) proprio quella solitudine e quell’inquietudine, proprio quell’insofferenza e quella crudezza che li accomunano, mentre al centro del labirinto, il cui essere percorso è atto d’arte, s’annida l’orrore, il minotauro che occorre affrontare: nel labirinto s’entra (o si è già), ma bisogna uscirne. Con splendida chiarezza Scarabicchi affronta qui il tema del rapporto tra la soggettività dell’artista e la sua opera, tra il mondo interiore dell’artista che è anche un individuo e i risultati della sua azione artistica: l’agognata bellezza (manifestatasi magari in un libro o in un dipinto) ha per sua celata controparte e prezzo e contrappasso un nucleo d’orrore che sta acquattato al centro del labirinto che si trova dentro l’artista medesimo.
C’è poi la passione del pittore per i colori (del poeta per le parole e i suoni):

(…)
rammemoro i colori: l’arancio, quel violetto,
il verde del turchese, il blu più intenso
tra il fondo cupo e il cielo che nasconde (Il cielo, pag. 55).

 

 

Paolini_Giovane-che-guarda-Lorenzo-Lotto-1967

 

 

E c’è, di nuovo, il Leitmotiv del guardare e dell’essere guardato – opportunamente Michele Polverari nella Postfazione ricorda la realizzazione del 1967 di Giulio Paolini Giovane che guarda Lorenzo Lotto, riproduzione fotografica su tela del Ritratto di giovane conservato agli Uffizi: “guardando te che guardi” (Autoritratto, pag. 56) scrive Scarabicchi, ribadendo l’attitudine dell’arte a essere un dialogo tra poeta e lettore, tra pittore e osservatore, tra compositore e ascoltatore, là dove l’artista ha sempre in mente i suoi eventuali destinatari, là dove l’opera d’arte muta lo stato psicologico di chi vi si accosta e, a sua volta, chi vi si accosta legge o guarda o ascolta in maniera sempre nuova l’opera. Ben a proposito giunge allora la lettura della stanza seguente:

La visita

Aspetto chi mi visita ogni giorno,
chi passa e mi trascura oppure lascia
il sentimento muto di un saluto.
I secoli che porto fan leggero
il peso delle epoche, la rara
fisionomia di me che mai non muta,
la barba del mio volto, il copricapo,
l’aguzzo viso, il mio farsetto scuro (pag. 58).

Se la musealizzazione delle opere d’arte ne fa spesso delle mummie (da osservare a distanza e dopo aver pagato l’adeguato biglietto), mummie allontanate dalla loro giusta collocazione ambientale, storica, sociale, qui Scarabicchi-Lotto sembra volerci riportare alla privilegiata situazione di chi, malgrado questo, riesce a trovare quella consonanza e quell’intimità con l’opera e trovo molto efficace il concetto espresso nel primo verso, secondo il quale l’opera “aspetta” chi andrà a visitarla (visitare è etimologicamente connesso a visus e a vidēre, a sua volta connotato nella radice vid- che esprime il concetto di sapere e conoscere); non a caso il movimento, il muoversi e il viaggiare, già lo sappiamo, attraversano le stanze per Lorenzo Lotto, cosicché il vento non può non essere presenza concreta e vivificante: “e il mio mantello si fa ala e vela” (Il vento, pag. 60), reduplicando e quindi amplificando proprio l’immagine della vela presente nel componimento incipitario (e sia l’autore della nota introduttiva, Massimo Raffaeli, sia il già citato Polverari si soffermano sull’immagine e il significato della vela in questo libro); in effetti già l’inarrivabile Crocifissione s’impone, anche, per quel moto come di vele sotto il cielo plumbeo e in tempesta che hanno i panneggi che cingono i fianchi dei tre condannati, punti focali sia visivi che concettuali della tragedia in atto sul Calvario, ma la vela è elemento che permette al vento di spingere una nave da Venezia ad Ancona, la vela è metafora del “navigare nell’esistenza”, qui in particolare dello spingersi fin sulla soglia della morte, “ultimo approdo o porto”. Il tutto ribadito e detto con quieta, virile melancolia nel testo seguente:

La traccia

In quanti ho seminato il mio sospetto,
nascosto volto che non vi abbandona?
Ho inteso rammentarmi fra gli sguardi,
lasciar traccia di me mentre trascorre
la vita che non sa che noi esistiamo
e passeremo come acqua di fiume
o il vento che oramai ha conquistato
la piazza, il porticato, le alte mura (pag. 63).

Ogni lettore potrà riconoscervi echi di Kierkegaard, forse, o del di Scarabicchi conterraneo Leopardi, un segno profondo della consapevolezza esistenziale a noi contemporanea, la coscienza del destino umano, umanissimo anzi. Così il poeta anconetano può qui scrivere: “Mi somiglia la luce di Venezia / nell’ultimo di aprile, / si fa verde del mare nel canale / e taglia nubi alte, le distende. / Partirò un’altra volta” (Committenza, pag. 68): vivere e dipingere (poetare) è “partire un’altra volta”, ma anche dover fare i conti con le esigenze (talvolta o spesso fastidiose) della vita pratica.
Siamo a una nuova stazione, infatti: Senza domandarli niente.

Dell’ora

Senza domandargli niente l’ho riconosciuta
la donna nel dipinto, l’ho guardata
per un intenso istante stando muto,
vedendo andar le cose al loro verso,
sentendo il suo respiro nell’affanno.
Con il Cristo deposto dalla croce,
lei in ginocchio,
nella luce terribile dell’ora,
mi ricordo d’aver penato tanto
a combinar colore,
a tessere degli abiti la forma
e i gesti che si fanno intatto coro
del giorno disperato (pag. 75).

Quanto sia affare serio e tremendo l’arte lo dimostrano versi come questi, la cui riuscita m’induce a riflettere brevemente sul senso dell’ékphrasis nella poesia contemporanea: non si tratta, evidentemente, di comporre testi descrittivi di un’opera d’arte visiva, ma di costruire un testo capace di restituire le valenze e la forza espressiva dell’opera cui si fa riferimento, servendosi degli strumenti propri della scrittura in versi (ritmo, accenti, immagini, metafore, comparazioni e via enumerando); il testo ecfrastico verrebbe così (con ogni mio saper e diligentia lo dimostra benissimo) a essere in stretta connessione e al contempo perfettamente autonomo rispetto all’opera o alle opere di riferimento (Scarabicchi è e, contemporaneamente, non è Lorenzo Lotto), l’ékphrasis realizzerebbe il superamento dei confini tra generi artistici, strapperebbe l’opera all’isolamento contemplativo per restituirla alla polidimensionalità entro cui ogni opera d’arte dovrebbe rimanere; e la presenza del libro nelle opere di Lotto (particolare non sfuggito a Scarabicchi) sembra compiere l’itinerario per dir così inverso: il dipinto rimanda a un testo, a una scrittura, esso cerca di superare il limite della superficie pittorica e del genere pittorico per farsi suono e parola, spazio e storia (sia individuale che collettiva), perché dimentichiamo troppo spesso che un dipinto, una scultura, una xilografia eccetera sono all’origine inseriti in un ambiente tri- e quadridimensionale (se si considera anche la dimensione temporale) e che, di conseguenza, sono parte (o sono stati parte) della vita quotidiana delle persone; che c’è una psicologia, una persona appunto, un accumularsi degli istanti: anche questo ci rammenta il lavoro di Francesco Scarabicchi e riporto a congiungere questa parte della mia lettura con la successiva il distico seguente nel quale Lotto, meditando su sé stesso, dice: “sempre altrove a inseguirmi, / a perdere il più dolce istante mai incontrato” (Mai, pag. 79). E la Crocifissione torna ancora, potente, straziante, ricolma e anche debordante di significato:

(…)
Tratterrò in me il soldato ch’è a cavallo
sotto la croce indicata dalla lancia,
ne serberò postura e sentimento
vicino a me che verso voi mi volto,
se mai riconoscendomi capiste
quanto della pietà son braccio e ingegno (Della pietà, pag. 81).

Legittimo il desiderio dell’artista di essere compreso, scorto anche nel non detto, riconosciuto e nella capacità della mente e della mano e nella sua umanità – è una fune lanciata verso il lettore (o verso lo spettatore) affinché egli, aggrappandovisi, entri nel mondo dell’artista per coglierne le ragioni profonde; Francesco Scarabicchi riesce in questo punto del suo libro (ma anche nell’intera sua opera) a scrivere una sorta di trattato poetico senza che questo sia la solita stanca tiritera del “poeta che riflette intorno alla poesia”, bensì una meditazione in poesia intorno alle umanissime radici della poesia – ma, poiché poesia è “poièin”, cioè fare creando, quanto egli scrive vale per ogni forma d’arte, a maggior ragione per l’artista di riferimento che s’è scelto, Lorenzo Lotto.

Proseguiamo, ulteriore stazione: senz’altro segno o scritto.

 

 

sangiacomomaggiore

 

 

(…)
A chi indirizzare la versione
che pacifichi il cuore e altrove mandi
colui che ciecamente ancor si ostina
a vedermi un epigono scudiero,
l’emblema del minore di provincia,
un secondario versato nella forma? (Carpan, pag. 85)

Pertiene al vero artista la consapevolezza del proprio valore e del proprio ruolo: Lotto vuole uscire dall’ombra in cui sembrano relegarlo le personalità di Tiziano e Raffaello, di Bellini e di Giorgione, afferma così con puntigliosa fierezza la propria indipendenza e originalità, anche se i pensieri del pittore non s’affannano soltanto attorno all’arte; si apre in lui un’angoscia esistenziale e metafisica, una ferita dell’anima che sembra rispecchiare la partitura stessa del dipinto di Loreto da cui parte il libro di Scarabicchi: la stanza in cui il vegliardo osserva ciò che accade e l’aula in cui Gesù viene presentato a Simeone potrebbero costituire le due dimensioni concomitanti eppure separate dell’umano e del divino e, comunque, per una sorta di paradosso, comunicanti:

Veglia

Che sa di me il divino, che so di lui?
Lo immagino nel vento della piazza,
nel gelo della lama che lo taglia,
notte che di più non si può,
prigione e regno: l’ho visto nella mente,
l’ho ascoltato parlarmi da quel nulla
di porte e corridoi dove i bisbigli
aiutano la veglia a consumarsi (pag. 87).

Trattasi, è chiaro, dello stato di chi si riconosce umano in cerca del divino, stato d’angoscia, Sehnsucht per “l’intatta luce” (pag. 88) che non è, in tal modo, soltanto un espediente dell’arte, ma (e siamo nella brevissima stazione finale, bisogno de l’opera e soi ornamenti)

(…) chiarore della luce
che in me non è mai stata un ornamento,
ma il luogo in cui s’invera la passione
che sceglie, nel colore, vocazione
a dire l’imprendibile che oscilla
tra il nulla e il niente del sipario eterno (La vocazione, pag. 95);

(…)
Ho visto il precipizio, il solo abisso
a cui ho opposto una bellezza rara
nei frammenti preziosi delle cose,
in quei comuni nomi abbandonati
ai bordi della tela o su una mensola,
centralità in disparte che dà gioia
e tiene a bada quell’ardere infinito
che consuma (I dispersi, pag. 96).

Nell’ossimoro (centralità in disparte) si esplica il paradosso di cui scrivevo poc’anzi, per cui il divino è il presente-assente, il qui-nel-quotidiano e anche il radicalmente altro-e-altrove, esso è

L’enigma

L’umano nel divino e quei colori spenti
sono l’ultima incognita che lascio,
la doppia chiesa ch’è tempio e basilica,
tra Simeone e il vecchio che s’affaccia
nel semibuio della scena alta.
Per voi l’enigma di quei piedi umani
su cui poggia la tavola a mensa vuota.
L’eredità che lascio è un testamento
che non ha parole. Senza solennità,
a bassa luce, nell’impreciso gesto che si compie
avviene ciò che narra l’evangelio
e l’ombra dei miei occhi ancora vede,
se immagino quel tempo e me in esso,
cronista che già incespica malfermo,
ma certo d’aver scelto del futuro
la via che guida al mondo che resiste,
la sola che prosegua in tanta notte (pag. 97).

C’è qualcosa del tormento di Torquato Tasso e dell’austero sentire dei Riformati, forse è corretto pensare anche alle riflessioni di Simone Weil e di Karl Barth, di Sergio Quinzio e di Gabriel Marcel, certamente Francesco Scarabicchi dà voce tramite i suoi endecasillabi e un’articolata sintassi alla domanda di senso che l’esistere umano pone anche in relazione al divino (o al nulla) e raramente accade che un poeta sappia parlare anche di sé in modo così toccante e indimenticabile, senza solipsismi e senza vezzi, “facendosi oblato” del pittore amatissimo, così come questi si fece oblato della Santa Casa di Loreto.

Clausola

In fine non è tutto il poco che si ferma
fra le righe corrette del mio libro,
quelle parole spese a cancellare
ciò che di me non so, ciò che non dico.
Ho appreso l’arte di incorniciare il sogno,
l’immagine che sceglie il luogo e l’ora
e me come suo tramite al servizio
d’una concreta forma dell’umano.
Forse l’errare del mio inquieto passo
per le città che ho visto e abbandonato
è la virtù felice in tanta pena.
Forse è soltanto immaginaria
la pesante catena che trascino
o forse tutto è stato un’altra vita
di cui ancora serbo la memoria (pag. 99).

Riconsideriamo i versi: “Ho appreso l’arte di incorniciare il sogno, / l’immagine che sceglie il luogo e l’ora / e me come suo tramite al servizio / d’una concreta forma dell’umano” – anche questa è bellissima definizione dell’arte e della poesia che partono da, come si vede, e approdano nell’umano e nella Nota dell’autore da pagina 101 a pagina 104 Francesco Scarabicchi dà conto, come ho detto all’inizio, della nascita e del progetto di questo libro, richiamando con forza l’importanza decisiva, per comprenderlo, della Presentazione di Gesù al Tempio: “Fu Bernard Berenson a definire il “Novecento” di Lotto in quest’opera inquietante ed enigmatica, ma con degli azzardi di modernità che sconcertano. Proprio la figura che esce dal vano di una porta nella zona alta del dipinto è l’origine della “voce” che parla di sé in questi versi, che pone una teoria di domande, dentro l’ardere incessante, a cui non c’è risposta. Il suo stesso affacciarsi contempla una folla di sensazioni e “climi” interiori di altissima tensione: lo sporgersi da quell’antro buio è preludio di che? osserva o vuole essere osservato? tacendo, cosa in realtà dice? che sentimenti porta in sé? che sentimenti genera? è commiato o sapiente ironia del palesarsi? // Il cammino lungo le sessantuno stanze del poema è la volontà di cogliere il taciuto di un destino che resta, fino ad ora, in gran parte ignoto di un nomade inquieto e solo, di una solitudine che non ammette aggettivi”.
È sul finire di questo mio attraversamento del libro che voglio riflettere infine sul titolo, il quale esprime la clausola con la quale ogni buon artigiano sottoscrive un contratto in cui lo si incarica dell’esecuzione d’un lavoro: “eseguire il lavoro a regola d’arte” è, infatti, affermazione di un’etica del lavoro (dell’arte) che impegna l’onestà e la serietà della persona, indipendentemente dalla cifra di denaro pattuita; Scarabicchi riconosce nel pittore e nell’uomo Lorenzo Lotto il difficile, continuamente insidiato equilibrio tra le esigenze anche sgradevoli della vita pratica e della necessità tutta prosaica di doversi procacciare il denaro necessario al proprio sostentamento e gli slanci della mente che vorrebbe senza ostacoli dispiegare la propria creatività e sviluppare la propria ricerca spirituale.

 

Tutte le immagini che illustrano l’articolo provengono da Wikipedia.

 

 

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