Appunti a margine: un assoluto sottrarsi al dominio del tempo. Pietro Russo – A questa vertigine

di Diego Conticello 

Tempo fa, recensendo alcune poesie di Pietro Russo incluse nel Quadernetto di poesia contemporanea 4X10 ho definito le sue liriche come: «versi dell’attesa e dell’inciampo verbale-sintattico, ma già “scafati” all’ombra del magistero di Sereni, Petrarca e Dante. Una poesia che si fonda sulla sottolineatura dell’errore, del fallimento a stemma non solo individuale ma di ogni vicenda umana e, pertanto, collettiva. Possiede una profondità memoriale data non solo da una prospettiva storica più meditata ma anche da un evidente e macerato dolore esistenziale».
Oggi, leggendo la raccolta completa dal titolo emblematico e suggestivo A questa vertigine (Italic, Ancona 2016 pp. 67 € 12) mi rendo conto di quanto la “logica” dell’errore e la profondità memoriale si declinino con modalità rafforzate ma per certi aspetti più secolarizzate di riflessione temporale e di concetti di matrice cattolica quali “peccato” o “colpa” che permeano l’intero libro.
Russo parte con ottimo grado di originalità tuttavia con la poesia incipitaria della raccolta, che è tutta incentrata sulla metafora del tempo sospeso in uno sport come la pallacanestro che contempla, in effetti, alcuni istanti decisivi di sospensione temporale (concentrati solitamente sul finale di partita allorquando il punteggio è in bilico) in cui il tempo di gioco si è concluso ma dove è possibile ancora assegnare uno o più punti qualora il tiro effettuato prima dello scadere si realizza. Qui la fine del tempo apprende un’ulteriore chance di dilatazione solitamente non permessa, nella quale è tuttavia possibile “realizzare” quanto sperato alla conclusione di un tempo effettivo concesso.

E’ l’istante assoluto
tra palla e polpastrelli
solo luce e la sirena. Lo schiaffo
del nylon, quando entra.
Volti. Dappertuttto. Sfigurati
da una gioia che risale i millenni.
La successione del finale
ogni giorno, implacabile
dentro la stanza.
Nemmeno erano contemplabili
una tempistica diversa, il ferro,
un tremore inopportuno del polso.

Durante questa sospensione, come si nota dalla chiusa, l’errore non è più contemplato e anzi scatta un meccanismo escatologico (che si rivelerà perpetuato anche in altri componimenti) in cui si mette sotto scacco lo sbaglio e si ha la concessione di un rimedio che ha quasi dell’ultraterreno e su cui l’uomo può fare ben poco. In questa “ode al baloncesto” per dirla alla ispanica si configura dunque una metafora dell’errore non rimediabile se non per intervento taumaturgico, poiché l’errore è invece insito nella natura umana senza avere la ventura di poter essere evitato. Come si nota tuttavia, a rinforzare questa continua sensazione di fatalismo, l’osservatore è esterno e pertanto in certo modo può solo “subire” il susseguirsi degli eventi, senza intaccarne lo svolgimento.
Il tempo è “dimensione” sempre subita e mai dominata attraverso la quale è possibile tuttavia attingere a delle istantanee porzioni di luce, degli sfioramenti salvifici, delle coincidenze eccezionali in cui però questa stessa dimensione è sempre calcolata come esterna perché eterna, incorruttibile sebbene talvolta “graziante”:

Il giorno: quello
che ti avrebbe strappato (non bruscamente
spero) dal buio che eri per intrecciarti
verso queste latitudini e longitudini
in un tempo che attecchisce sul nostro.

Ma tu c’eri prima e sapendo ogni cosa,
dal balzo dell’antilope al centro vivo
della rosa.

Anche i tentativi di denominazione degli spazi noti ed ignoti, le “schede” tassonomico-lessicali di questo immenso ed inutile archivio provvisorio che è la catalogazione “storica” delle esistenze non può che confarsi alla mutevolezza determinata dall’a-sincronicità e dalla ineguaglianza degli attimi che inesorabilmente scorrono, pertanto l’impalcatura linguistica deve necessariamente riflettere tale “somiglianza” nella transitorietà.

Mettiamoci d’accordo su questo almeno
non è uguale a se stesso il tempo
c’è tempo e tempo per ognuno
un nome diverso, anche quello
dove non stiamo insieme si deve battezzare
assieme al tempo mai avuto, che fa male
come quello che non avremo.

Si registra ancora una volta la “mancanza” nel certificare la finitezza umana in contrasto con l’eternabilità del flusso temporale alla maniera di un maestro imprescindibile come Lucio Piccolo che in Gioco a nascondere scrive:

[…] E queste oscillazioni? Cerca
una sua fase il tempo, e se uno specchio
si svela ci riflette
come fummo o saremo; volti
trascorrono, cui diedero un contorno
l’ansia, l’ignoto…
[…] simulacri
d’altri (o di noi?) che sono lontananze
irrimediate se li sfiori…
[…] forme che la marea
fatue sospinse…
[…] verso l’orbita d’ombra…

Eppure si perpetra un continuo tentativo di annullamento degli effetti dissolventi e, pertanto, dolorosi del tempo attraverso un moto incessante nello spazio che “vanifichi” questi annichilimenti attraverso una condanna della stasi (esistenziale più che fisica):

Questa notte dimentico l’artrite, la cervicale
infiammata, stavolta mi lascio andare
vieni, ti dico, usciamo sotto le bombe
vediamo se riescono a prenderci ma non credo
i droni che danzano sulle nostre teste,
muoviti, così, mi muovo anch’io, guarda
scomposti, scoordinati, non importa
e il movimento che vanifica la mira,
se stiamo fermi è già una fine, lanciamoci
ancora per questa notte, poi si vedrà.

Cercare di annullare gli effetti del tempo attraverso lo spazio è l’unico modo dato all’uomo per illudersi di una presunta sopravvivenza. E’ proprio qui che si innesta la funzione cardinale della poesia quale strumento utile ad un “moto del pensiero” che sottragga dalla fugacità acherontea del tempo. Con le esemplificative parole di Gianluca Furnari si potrebbe sottolineare quanto la poesia di Pietro Russo sembri «intercettare l’eco di alcuni appelli frequenti nel primo De Angelis («È dentro, deve continuare, in un ritmo / infinito, come una parola / scoperta da altre parole / deve parlare, bagnarsi in un fiume / che non è suo ma lo tiene in vita, e non ha rive», dovunque ma non, in Somiglianze). Del poeta di Somiglianze la poesia di Russo conserva le ambizioni ascensive, le inquietudini di fronte al destino avanzante, l’urgenza di un moto qualsiasi: purché si resti in gioco, si duri contro la tentazione di «abbandonare il dramma, la linea bianca / dritta che sembra un miraggio».
Il tentativo estremo di elusione del tempo nella seppur precaria occupazione illusoria di uno spazio è tuttavia destinato ancora una volta ad un fallimento, un errore, uno scacco poiché, avendo sempre a riferimento un punto “utopico” e sovradimensionale di natura divina a cui rendere conto del proprio agito, si è passibili di “peccato” e di “colpa” anche solo del proprio “essere nel mondo” e la pena è il decadimento nella sofferenza per l’ardimento del tentativo stesso (peraltro ancora delineato attraverso la metafora sportiva).

[…] “Trovatevi un posto, il fisico del ruolo”.
Di più non concede
l’offesa di questo esserci
un corpo e un corpo imprescindibile
sotto questi cieli, invadere l’aria
che subito si rimargina; chiedere scusa
per ogni millimetro guadagnato
nostro malgrado.

L’assunto conclusivo di A questa vertigine è proprio che neanche l’attimo in cui è permessa la sospensione riesce alfine risolutivo al fine di sciogliere il nodo del nostro esserci tra tempo e spazio. La denuncia lanciata da Russo è quella dell’essere stati deprivati dagli obiettivi a lungo termine – e come non pensare a quest’epoca di precarietà – per non permettere il germinare di una speranza seppur illusoria. E adesso dunque vaghiamo in un’epoca senza meta che ci “strappa” i sensi, la sensibilità, la facoltà di percepire e di rompere definitivamente i legami (tra spazio e tempo, tra padri e figli, tra esistenza e paura, tra miseria di sopravvivenza e immutabile felicità?).

Non si muore a questa vertigine. La meta
per non sbagliare è stata strappata dagli occhi.

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