InVersi Fotografici: La strada, il corpo e la memoria – William Klein Vs Gregory Corso

L’InVerso fotografico che apre questa nuova stagione della rubrica mette a confronto due voci assonanti, due artisti ribelli e controversi, insofferenti alle regole dell’accademia e ad ogni conformismo.

Klein è un artista di strada anche quando lavora per le pagine di riviste patinate come Vogue, rompe gli schemi, scava nel profondo dell’animo umano mettendone a nudo le contraddizioni e la fugacità dell’esistenza. Corso mantiene il suo temperamento dissacrante e disincantato anche dopo la consacrazione a poeta della Beat Generetion. La condizione dell’artista contemporaneo è marginale, insignificante, eppure non abbandona il campo, lotta fino alla fine e lo fa con passione e orgoglio, persino con gioia. Non si adatta all’orrore della condizione umana, alla frenesia delle città moderne, all’uomo-macchina che agisce in modo automatico. Il ribelle non si adegua nemmeno alla poesia aristocratica, alla fotografia dei salotti e delle riviste: nel mondo e nei conflitti moderni cerca la propria strada. Non mira alla perfezione ma all’autenticità, dove la bellezza è carne che pulsa e sangue che circola veloce.

Gun 1, 1955, dipinto 1999
Gun 1, 1955, dipinto 1999  

 

Poco più che trentenne Gregory Corso è conosciuto come poeta eversivo e sperimentale: ha pubblicato quattro importanti e originali lavori poetici, ha partecipato ai famosi e affollati “poetry reading” di San Francisco, in locali e in aule universitarie, in cui affascina gli spettatori con la sua forza umana e poetica. È il più giovane dei quattro padri della “beat generation”, nata a New York intorno al 1950, che come modello di vita sostiene la libertà da ogni vincolo sociale e il nomadismo, il rifiuto del conformismo e dell’opulenza americana, dell’assillo del denaro e del successo, la ricerca di nuove dimensioni di conoscenza attraverso il viaggio, la trasgressione, l’eros, l’uso di sostanze stupefacenti.

Le Petit Magot, 11 novembre, Parigi 1968 (dalla sezione Parigi) © William Klein
Le Petit Magot, 11 novembre, Parigi 1968 (dalla sezione Parigi)

I versi di Corso sono fulminei, spesso melodiosamente violenti, privi sia di sentimentalismi che di eccessi intellettualistici e solo nelle ultime composizioni, talvolta, viene fuori un pizzico di autocompiacimento, di ironico autocitazionismo (“Sono solo un orfanello invecchiato / Non ho papà, né mamma, né denti, né casa”). Piena di sarcasmo e stupore, di venature comiche e scanzonate, di colpi bassi e fendenti, di ritmo jazzistico e di un primitivo flusso vitale perennemente in movimento.
E questo anche se poi la morte, fin dall’inizio – fin dalla prima poesia pubblicata in La Vestale di Brattle, “Suicidio a Greenwich Village” – è, e resterà fino alla fine, una costante presenza, un’ossessione, che non è corteggiamento ma sfida: la morte non esiste è solo “una favola messa in giro dalla vita…” o, come in “Finestra” (tra gli inediti): “disprezzo la morte / posso provare sentimento solo per i vivi”.

Stazione ferroviaria di Kiev, Mosca 1959 (dalla sezione Mosca) © William Klein
Stazione ferroviaria di Kiev, Mosca 1959 (dalla sezione Mosca)

a volte anche l’inferno è un buon posto, se serve a dimostrare con la sua esistenza che deve esistere anche il suo contrario, cioè il paradiso. E cos’è questo paradiso? La poesia.

 

Nella poesia di Corso la sensibilità alla sofferenza (personale, ma anche quella altrui), l’estraniamento, la deriva, la polemica contro ogni convenzione sociale, si accompagnano sempre a toni originali di nostalgia o di esaltazione creativa, di ironia e autoironia. Il dolore non diventa mai autocommiserazione ma, al contrario, può trasformasi in capriola filosofica che tutto ribalta, o in guizzo clownesco, risata liberatoria, impennata d’orgoglio per la propria libertà personale e artistica.
In lui il rifiuto di ogni regola sottintende sempre la totale accettazione di un’unica, semplice regola: essere poeta fino in fondo e senza compromessi.

 

Locandina cinematografica, Tokyo 1961 (dalla sezione Tokyo) © William Klein
Locandina cinematografica, Tokyo 1961 (dalla sezione Tokyo)

 

NELLA MANO FUGGEVOLE DEL TEMPO

Sui gradini del manicomio luminoso
odo la campana barbuta battere per il prato di bosco
l’estremo rintocco del mio mondo
salgo ed entro in una infuocata assemblea di cavalieri
questi ignari della mia presenza espongono piani di pergamena
e con dita inguainate fanno risalire il mio arrivo
su su fino a quando stavo sui neri gradini di Roma Nerone con la cetra
nelle mie braccia il filosofo lamentoso
l’estremo singulto della storia folle
Ora la mia presenza è nota
il mio arrivo segnato da macchie miniate
Le grandi vetrate del Paradiso si aprono
In polvere radiosa si disfano le tende del Passato
Arrivano in volo stormi di uccelli multicolori
Ali lievi lucenti oh la meraviglia della luce
Il Tempo mi prende per mano
nato il 26 marzo 1930 sono sospinto a 100 all’ora sul vasto mercato della scelta
cosa scegliere? cosa scegliere?
Oh – – – e lascio la mia camera arancione del mito
nessuna possibilità di mettere sotto chiave i miei giocattoli di Zeus
Scelgo la camera di Bleecker Street
Una madre bambina mi ingozza con un pallido seno milanese
Poppo mi divincolo grido oh madre olimpia
strano questo seno per me
Nevi
Decennio di asfalto ghiacciato cavalli condannati
Sogni deboli   Corridoi scuri della Scuola Pubblica 42   Tetti   Piccioni con colli di topo
Sospinto a 100 all’ora per queste strade mafiose fin troppo reali
profondamente depongo le mie ali d’Ermes

Oh Tempo sii misericordioso
gettami sotto la tua umanità di automobili
dammi in pasto a giganteschi grattacieli grigi
riversa il mio cuore nei tuoi ponti
io rinuncio alla mia lira d’orfica futilità

E per tale tradimento salgo questi luminosi pazzi gradini
ed entro in questa stanza di luce paradisiaca
effimero
Il tempo
un cane lungo lunghissimo dopo aver rincorso la sua coda orbitante
viene ad afferrarmi la mano
e mi guida nella vita condizionale

*

CIAO

È disastroso essere un cervo ferito.
Sono il più ferito, lupi incalzano,
e ho anche i miei difetti.
La mia carne è artigliata dall’Inevitabile Uncino!
Da bambino vedevo molte cose che non volevo essere.
Sono la persona che non volevo essere?
La persona-che-parla-da-sola?
La persona-presa-in-giro-dai-vicini?
Sono colui che, sui gradini di un museo, dorme coricato sul fianco?
Porto l’abito di un fallito?
Sono lo svitato?
Nella grandiosa serenata delle cose
sono il brano più cancellato?

*

 

SUL PONTE NEUF

Mi lascio il paradiso alle spalle
il mio paradiso interamente sperperato
Ciò che muore muore in bellezza
Ciò che muore in bellezza muore in me –
Solo in questa cella monastica
Passo monete di mano in mano –
Con il cancello sbagliato aperto
Tengo un occhio diabolico sulla Montagna Rossa
– È una sera calda
spiove da mezzogiorno
Stasera piango che non c’è amorevolezza
Niente amore! – Niente amore e amore!
Grida di amore! Grida di disamore!
Bestemmie dei disamorati!
Armonie degli amati!
Vorrei una corda intorno al collo
Una fredda scossa di musica –
Oh che idiozia rang-a-tang, ora insensata e bagnata,
sotto uno dei cavalli degli uomini illustri di Francia
sto mettendo a fuoco?

 

 


 

Biografia

William Klein nacque a New York nel 1928 da una famiglia ebrea di origine ungherese. Nel 1948 Klein si iscrisse alla Sorbona, dove si interessò di pittura e scultura. A Parigi iniziò a lavorare come pittore ma ben presto spostò la sua attenzione al mondo della fotografia e divenne un quotato fotografo di moda per la rivista Vogue; a Milano vennero allestite le sue due prime retrospettive, realizzate insieme all’architetto Angelo Mangiarotti. Nel 1954 ritornò a New York e ne fotografò i quartieri e gli abitanti riflettendone la vitalità e rompendo le tradizionali regole della composizione fotografica. Pubblicò poi le fotografie nel libro New York, per cui ricevette il prestigioso premio Nadar nel 1957. Negli anni successivi Klein fotografò molte città in giro per il mondo tra cui Roma, dove fu invitato da Federico Fellini per fargli da assistente per Le notti di Cabiria.

Il lavoro di Klein è considerato rivoluzionario per il suo approccio ambivalente ed ironico, per il suo rifiuto senza compromessi delle regole prevalentemente accettate della fotografia e per l’ampio uso del grandangolo e del teleobiettivo, della luce naturale e della tecnica del mosso. Klein infranse i “tabù”, quando scattava potevano capitare incidenti, come foto mosse, eccessivamente granulose, ad alto contrasto, sfocate o mal composte. Tuttavia Klein riuscì ad usare questi errori a suo vantaggio. I suoi scatti non sono puliti, sterili e clinici, ma anzi, sono pieni di energia, vitalità e danno un senso di ribellione.

 

***

(New York 1930 – Robbinsdale, Minnesota, 2001) poeta statunitense. Figlio di immigrati italiani, ebbe un’infanzia e un’adolescenza difficili e conobbe anche il carcere. È ritenuto uno dei più significativi esponenti della «beat generation». Durante i primi anni ’60 i testi di Gregory Corso iniziano a essere tradotti e a farsi apprezzare anche all’estero. In Italia nel 1964 esce l’antologia Poesia degli ultimi americani (Feltrinelli), a cura di Fernanda Pivano, che comprende “Bomba” e altre poesie di Corso. La raccolta Benzina viene tradotta da Gianni Menarini e pubblicata da Guanda nel 1969. Dopo le prime quattro raccolte Corso dirada molto le sue pubblicazioni. Soltanto nel 1970 darà alle stampe la sua quinta e ambiziosa raccolta Elegiac Feelings American con testi quasi epici, sempre spiazzanti, imprevedibili e provocatori, dove il poeta-profeta esprime il suo amore-odio per gli Stati Uniti d’America (v. “Historia politica d’America, in spontaneità” e, soprattutto, “La Via Americana” : “Ve lo dico io la Via Americana è un mostro orribile / che mangia Cristo (…) / Non c’è modo di uscire dalla Via / L’unica via d’uscita è la morte della Via / E cosa ucciderà la Via se non una coscienza nuova / Qualcosa di grande e nuovo e magnifico deve succedere / per liberare l’uomo da questa bestia”). Nel 1981, sempre per la casa editrice New Directions, pubblica dopo undici anni la sua sesta e ultima raccolta poetica Herald of the Autochthonic Spirit (Nunzio dello spirito autoctonio), dai toni retrospettivi, a volte autobiografici (Nunzio Gregorio era il suo nome di battesimo. Nel 1989 esce l’antologia tradotta nel volume della Newton Compton: Mindfield: New and Selected Poems (nuova edizione 1998), che contiene un’ampia selezione dalle sei raccolte pubblicate da Corso dal 1955 al 1981, con l’aggiunta di una corposa sezione di “Poesie inedite”.

 

 

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