Hidden Gems (a cura di Alessandro Calzavara) – 35) Amen Dunes

Credo (senza particolari sforzi teoretici –che ci hanno insegnato essere i principali nemici della leggibilità e della remunerazione conseguente) che una discreta parte dell’appeal del pop (o del rock) risieda nella sua semplicità. D’ascolto, innanzitutto.
Ma se l’innanzitutto lo cogliamo dal lato dell’esecutore direi che esistono davvero pochi modi altrettanto efficaci in cui la pena e lo sconforto che la vita elargisce all’animo sensibile (se tutto funziona regolarmente) sappiano transustanziarsi così agilmente in qualcosa di bello. La Bellezza è davvero democratica: si dona a chi la insegue meticolosamente prodigandosi in minuziosi studi al microscopio ma altresì se sei scappato di casa e resti a bighellonare con i cani randagi del vicolo Miracoli. Mi dispiace, amici elitari.

David MacMahon

A vederlo in uno dei video circolanti su Youtube, David McMahon (aka Amen Dunes) ha il piglio del perdigiorno arrabbiato: sguardo torvo; ricciolo scomposto e sfrangiato che sembra necessitare d’uno shampoo; immedesimazione nell’interpretazione delle sue canzoni da rasentare l’autismo. Chissà perché non sorride: ce ne sarebbe ben donde. Chissà perché non si distrae un attimo dal suo playing: gli accordi d’ogni singola composizione di “Love”, il suo disco più bello, sono al massimo tre o quattro. Facciamo cinque, va’. È questo che sorprende e allo stesso tempo conferma la mia teoria: il segreto di un buon songwriting pop/rock non sta in primo luogo nell’affastellamento sconsiderato di ghirigori armonici. Piuttosto basterà un saldo centro di gravità permanente costituito attorno a un corroborato giro di accordi (che non può oggidì non essere diverso da: tradizionalista, reazionario, bisunto) e un calibrato uso dell’arrangiamento atmosferico, metti: un pianofortino annoiato o una slide guitar stiracchiantesi. Tutto il resto lo farà la melodia vocale. Vuoi per caso dire che McMahon fa assoli jazz con la voce? No, per fortuna. Al contrario: salmodia, ripete, si lamenta come intestinalmente toccato. E il disco è bello, dici? Sì, molto bello. E ha pure una bella personalità. Scorre come un fiume sereno, in sé ben centrato (l’assenza di comunicatività fisica potrebbe appunto essere un non-bisogno d’essere altrove, compreso il mondo immaginale dell’ascoltatore), è sempre ficcante anche quando l’impasto “gratta” un po’ di più (“I can’t dig it”) o forse così sembra solo perché non lo si prende sul serio quando fa finta di voler andare altrove che verso se stesso.

FOTO-AMEN-DUNES

Ma veramente, “Love”, è un miracolo di risultato con il minimo dello sforzo. E immagino McMahon alle prese con un bambino che produce accordi random con il suo Guitar Hero e lui che gli va dietro, facendo sempre centro melodicamente. Chissà, magari “Love” è stato composto interamente con Band in a box (un software a cui devi solo suggerire gli accordi e il resto va da sé). Oppure no e invece è il prodotto ultra-raffinato d’interminabili pomeriggi con il loop degli stessi accordi inseguiti vocalmente in tutte le direzioni possibili. Comunque sia: è un disco che crea una certa dipendenza, proprio perché cattura con una certa immediata semplicità e tuttavia secerne un’elaborata appiccicosità alle proprie aspettative d’ascolto. È psichedelia soffice e reiterativa, scrigno di cantilene imbambolate: come quando improvvisamente l’attenzione si separa da un oggetto fisico e fa le flessioni sull’ineffabile. Dopo centinaia ascolti ho sempre ancora voglia di metterlo su, senza che neppure Pandora (la mia micetta) si lamenti. Prendiamo il secondo pezzo: “Lonely Richard”. Fa pensare ai Creedence Clearwater Revival in chiave raga, a dei pistoleri indiani al rallentatore. “Sixteen” è un ipnotico pestaggio di pochi accordi di tastiera sul cui sfondo David entra in calore, ma senza disturbare il vicinato. “Rocket Flare” sembra voler solcare l’orizzonte in una galoppata escapista, e invece mescola tè e acido in un rassicurante pomeriggio speso ad accarezzare il gatto sulla poltrona. “I know myself” è malinconica introspezione di chitarra acustica con spire di autocoscienza centripete che sollevano foglie al crepuscolo. “Green eyes” fa la stessa cosa col piano, carezzevole e capricciosa. “Lilac in hand”, singolo prescelto, s’incunea nell’insostenibile cantabilità dell’essere per trovare un locale climatizzato e risiedervi quanto basta per esservi definito ospite esemplare. Consigliato soprattutto per le sere d’Autunno; da consumarsi con un buon vinello e le caldarroste appena tirate via dal camino.
Lo sguardo si perde sulle braci, l’udito lo segue a ruota.


In copertina: “Love” (front cover, Amen Dunes, 1998)

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