Hidden Gems (a cura di Alessandro Calzavara) – 24) The Laughing Soup Dish

The Laughing Soup Dish

laughing gruppo

Subcapitolo uno: la genesi

Talvolta, a chi mi chiede perché non abbia mai avuto a cuore la questione della pulizia del suono nei miei dischi, soprattutto a chi non conoscendomi bene ignora d’avere come interlocutore uno dei soggetti più pigri e vanitosi dell’universo noto, rispondo: perché, durante la mia adolescenza, ho avuto la fortuna d’imbattermi in dei capolavori che ne facevano bellamente a meno. Se dico ‘capolavori mal registrati’ intendo dischi belli, bellissimi e non dischi famosi o famosissimi, opere a ‘finta’ scarsa diffusione che verosimilmente qualunque adolescente d’oggi può ingurgitare senza alcuna fatica filologica (e peggio ancora: senza alcun desiderio stringente) sulla colonna di destra di youtube nei suoi compulsivi giri d’approvvigionamento nomi e stimoli evanescenti.

Del disco a cui ancora soltanto alludo lessi una recensione invitante di Luca Frazzi su uno dei miei primi Rockerilla, giornaletto a cui dedicavo un culto fanatico e fondamentalista. Si faceva menzione di questo primo parto sulla lunga durata d’una combriccola americana (New Jersey) di malati di mente. Dal riquadro dedicato alla riproduzione della copertina saltava agli occhi una pentola antropomorfa, bitorzoluta e caudata, che tenta di accoltellare delle piccole forme sfuggenti che potrebbero ricordare frattaglie alimentari. Per uno come me che è sempre stato attratto dai “b-movies, gli horror e gli zombie” (cit.) il richiamo suonò irresistibile e, approfittando d’un viaggio di madre e fratello in quel di Milano, commissionai tra mille salamelecchi l’lp, catalogandolo come questione di vita o di morte. Non avevo nessuna speranza di sentirlo alla radio, nessuna speranza di trovarlo nei negozi cittadini di dischi ed ero troppo pigramente giovane per procurarmi tutti i numeri di telefono dei negozi specializzati del 1987 (tenevo tredici anni e le interurbane costavano). Pessimista per indole, nonostante l’ampio dispendio energetico per convincere mia madre –che inopinatamente accondiscese- non facevo alcun affidamento sul quadruplo colpo di fortuna: 1) che realmente lo andassero a cercare; 2) che, pur cercandolo, entrassero nei negozi giusti (“cerca i negozi più strani e senza i Duran Duran in vetrina”); che 3) anche i negozi più strani lo avessero; e soprattutto che 4) fosse davvero il parto d’una combriccola di malati di mente (a tredici anni conoscevo già un sacco di persone “sane di mente” e non mi andavano granché a genio. Le probabilità dunque mi sembravano grossomodo le stesse di vincere al totocalcio (o “fare tredici”, come si diceva).

Ecco, sì, quella fu l’unica volta in vita mia che vinsi qualcosa. Vinsi uno dei capisaldi assoluti della mia formazione musicale. In proporzione vent’anni prima avrei dovuto comprare “The Piper at the Gates of Dawn” per essere altrettanto fortunato.

Subcapitolo due: il tributo

Capitò poi dalle parti dei primi anni ’90 di avere la fortuna d’incontrare nel grosso paese di Messina city, in cui tuttora vivo, alcuni ragazzi che non strabuzzassero gli occhi quando nominai loro, tra i miei ascolti preferiti, i Laughing Soup Dish. Mauro (che di lì a poco sarebbe diventato il chitarrista solista della band) ne aveva sentito parlare, e se non ricordo male, Roberto (che di lì a poco sarebbe diventato il cantante della band) ne deteneva addirittura il per me mitico (e non posseduto) primo 45”. Per poterlo ascoltare avevo dovuto spendere un’interurbana verso Stereodrome, trasmissione radiofonica condotta da Federico Guglielmi e Luisa Mann, ma contrariamente a quanto sarebbe stato ovvio, potendo scegliere un solo pezzo, chiesi di ascoltare la B-Side di “Teenage Lima Bean” (“Il fagiolo dell’adolescente di Lima”). Non so perché, ma mi sembrò più adeguato, a un malato di mente, chiedere una seconda opinione sui legumi peruviani. E la seconda opinione sui fagioli andini altro non si rivelò che la spugna d’un giorno di pioggia (“Rainy Day Sponge”). Se è possibile quel pezzo era persino peggio registrato dell’lp. E che titolo grandioso, che allegoria straziante, e come cadeva a fagiolo per descrivere il mio umore prevalente di moccioso! Forte della rivelazione neo-amicale fornii ai due le canzoni che in quegli anni piovosi andavo scarabocchiando con il mio primo multitraccia analogico, manco a dirlo marchiate a fuoco dalla personalità in qualche modo schiva (e in qualche modo schizoide) del gruppo di tale Wayne Larsen. Le canzoni piacquero e, dopo che Roberto ci permise di ascoltare con l’attenzione che meritavano quelle due canzoni, proposi per la band che nasceva il nome di “Rainy Days Sponge”, che fu senza esitazioni accettato. Reclutammo allora un bassista (mio cugino Luigi) e un batterista (amico di Mauro, Renato) e iniziammo un’attività che tra alti e bassi finì per durare quattro anni (1994-1997) e un demo e mezzo. V’interessava?

Subcapitolo tre: il disco

Nell’epoca di youtube non potei esimermi dal caricare (dato che mancava) il disco sul tubo. Presi così il vinile e lo riversai in formato digitale. Dopo qualche mese, in calce ad “Acidland” (l’opening track) apparve un commento di Wayne Larsen, che mi ringraziava calorosamente. Notate che per lo stesso motivo sarò presto apostrofato “you fuckin’ asshole” dal fidanzato di Kate Bush e cancellato dai monitor della terra dagli sgherri di Julian Cope e Leonard Cohen. Feci poi ascoltare a Wayne i Rainy Days Sponge, ricevendone sperticate lodi. Capirete bene come il legame con questa musica finisse – semmai ve ne fosse stato bisogno- per rinsaldarsi. Ne scrissi per il fu indiepop.it e ancora oggi a distanza di dieci anni qualcuno mi ringrazia per aver portato nella sua vita “We’re the dish”, facendomi sentire –con grande autostima- il Luca Frazzi di qualcun altro. Recentemente il buon Ricardo Martillos ha scritto una breve monografia dei L. S. D. (avevate notato l’acronimo beatlesiano?) per Distorsioni, corredata d’intervista al disponibilissimo Larsen che, tra le altre cose, notava che mentre negli U. S. A. nessuno conosce il suo nome e i suoi dischi, dall’Italia continuano a provenire postumi attestati di stima.

Fate attenzione però: questa non è solo una piccola pippa auto-celebrativa. Sto parlando di un’opera ingiustamente catalogata come “disco di genere” al tempo della sua comparsa, probabilmente per via dell’etichetta che la pubblicò (la Voxx del mai abbastanza ricordato Greg Shaw). Ma “We’re the dish” è un disco che s’erge come opera assolutamente unica nel panorama del revival sixties degli ’80 passato agli almanacchi come neo-psichedelia. Non ne segue alcuna regola formale (no jingle-jangle, niente zuccherini vocali, niente capelli a caschetto, niente estenuanti svisate, nessuna pulizia del suono). Al contrario: si respira tra questi solchi una libertà assolutamente indifferente ai canoni codificati degli ascolti raccomandabili e settoriali; per la sua anarchia sonora mi sembra più vicino agli esperimenti originali dei sixties più ruspanti (chessò, Fifty Foot Hose o Holy Modal Rounders) con la precisazione che però qui la forma canzone non perde la sua forza comunicativa, e i curiosi suoni d’altromondo post-industriale che schizzano da un canale all’altro –pur centrali- non sottraggono brillantezza a un songwriting drogatissimo d’alto rango in bilico tra il fruscio e la melodia in sé perfettamente conchiusa.

Per dischi di questo livello permane il veto morale di citare singoli brani specifici, ché l’operazione toglierebbe piuttosto che apportare. I capolavori sono fatti di questa luce indifferenziata, e di questa vividezza narrativa: non occorre neppure riempire i polmoni di fumo quando puoi riempire le orecchie di cotanta alterità.

laughing interno

Alessandro Calzavara


In copertina: We are the dish (front cover, The Laughing Soup Dish, 1987).

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