Sororità – Claudia Iandolo

Un lungo epitaffio si snoda attraverso i 20 testi di questo libro di Claudia Iandolo, “Sororità” (LietoColle, 2014) che sin dal titolo rimarca la tensione luminosa e affettiva per un’amica scomparsa, evitando – pur in un sotteso dolore – ogni rischio di trenodia. La scelta di inserire l’omaggio in uno scenario di “genere”, quello della sorellanza, rinvia a una precisa opzione di campo storico-politica ma soprattutto alla esigenza di dar senso e continuità alla presenza dell’amica, presenza che non viene meno con la morte, nella quale anzi si accentua la necessità di preservarne i valori e l’attualità. Di qui l’ubiquità di Lina (nome casualmente da eco sabiana), trasmutata in una dimensione (ora che sei onda e corpo/ aspettaci agli arrivi//manda al solito indirizzo/ tempo che non ci affanni) che attende ognuno di noi, e rammemorata in una vitalità perdurante all’infinito, dato che l’orologio del tempo del mondo/ è un’inutile necessità.

L’esperienza drammaturgica della scrittura dell’autrice emerge oltre che nella modalità prevalentemente dialogica dei testi, testardamente volti a Lina, nella messinscena di un simbolico tutto al femminile. Dalle madri sorelle di Medea, alla luna che compare ripetutamente nelle poesie, a Lilith, la prima, ad Anadiomene in passo guascone la scena si affolla di figure forti, ribelli e risorgenti (si noti appunto Anadiomene, la Venere colta nel momento della nascita) con un riepilogo finale delle Grandi Madri (sarà tenera la madre di ogni madre Demetra, Cibele, Ishtar/l’oscura Inanna), non mancando di rievocare nel concreto eretiche sorelle di anime semplici/e corpi straziati: Ipazia, Margherita Porete, Guglielma la Boema, Giovanna d’Arco . Siamo quindi in un contesto che è volutamente combattivo e di “resistenza” dove tuttavia Lina è sì guerriera astrale ma anche scanzonata e scalza per un altro viaggio, navigante e marinaio, e ridente (accavalli le gambe e ridi) in un rinvio sottotraccia alla Silvia leopardiana.

Strutturato in quatto sezioni, ognuna delle quali con un andamento di poemetto in frammenti, “Sororità” ricorre a un dettato trasparente e lineare, che nella misura del distico e delle terzine trova una incisività tale da fronteggiare il sospetto di enfasi, con un’alternanza di elementi lirici e fulmen in clausula che sorreggono l’impianto complessivo persino nel parco inserto di formule latine.
La capacità di restituire affetti e memorie costruisce in questo libro una sorta di liturgia laica, il tentativo di “dire” e attualizzare un potenziale di eternità, fatto di luce, onda e corpo, perché il mondo, lo sai,/ è quello che hai in testa.

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Se hai visto Margherita
Bruciata in piazza
Come Giovanna

Se incontri Ipazia
O Guglielma che fu di nuovo Cristo
Sorelle di anima semplice
E corpi straziati

Tu accarezzale per noi
Per questo tempo maledetto
Di paradisi rimandati
—–
Di che luce si veste il tuo respiro
Mentre fluttua lo spazio di energia
Mentre corri l’infanzia delle stelle.

Di che respiro è fatta la tua luce
Ora che spenta è questa luce poca
In cui ci dibattiamo come pesci di tonnara.

Di che luce sei ora che l’occhio non ti coglie
Se non al ciglio di un sogno appena fatto
Al mattino mentre un mondo nasce ed uno muore.
—–
Avremmo impastato pane
E figli maschi
Nel nome del padre
Per la pace del letto

Ma tu
Signora del gioco
volavi
Sulla gravità delle madri.
—–
Succhiare luce
Come acqua gli alberi
Ridendo
Nel cielo capovolto
Di chi conosce il tempo
E non ha tempo

Amica mia di cuore
E fegato straziati
Perderemo tempo
Tutto il tempo

Come radici
Come erba
Come nuvole

Come un capogiro

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