Le altre lingue: Poeti del Québec – Antonio D’Alfonso

Nono capitolo della rubrica “Le altre lingue”. Il poeta del Québec selezionato da Francis Catalano è Antonio D’Alfonso. Buona lettura.


Le altre lingue: Poeti del Québec (9)

Antonio D’Alfonso

Tre poesie di Antonio D’Alfonso
(tradotte da Anna Ciamparella)

 

Passeggiata a Humewood

Il suo cammino lo ha portato in questa città
per costruire una casa, non per riposare le ossa,
non ha ossa da deporre in terra.
Riposare è un lusso che non si può permettere
non si può permette altro che pisolare
guardando un film.
Non riposa, non dorme, non sogna più.
Non importa se ai vostri occhi sembra in forma,
questo scheletro d’uomo non è più utile
di una catasta di legna dimenticata sotto la pioggia.
Una donna ed una bambina camminano
nel parco. Le guarda dalla finestra.
Rievocano in lui la canzone della vita.

Con un giubbetto giallo che reca un orso grigio,
la bambina sale e scende una collina
correndo verso l’altalena dove sua madre
la invita a sedersi. Ogni giorno
la stessa altalena, ma quella di sinistra
è la meno utilizzata. E’ un atto d’abbandono
che piange più forte di questo corpicino
sempre più pesante tra le braccia
della sua mamma. Un giorno anche tu
invecchierai e ti faranno male le ossa.

Uno si batte per la giustizia.
Un altro chiude gli occhi davanti alla giustizia.
Ecco un trio che crede in un gioco leale.
Non è un crimine rifiutare di svelare
i segreti di famiglia che si possono leggere
comunque tra le righe.

Proviene da una di quelle famiglie normali,
da una di quelle famiglie di ceto medio,
ha avuto la sua parte di problemi normali.
Diciamo che una mattina si sveglia,
realizza di aver perso l’appoggio
che la sua città natale gli prometteva.
Allora apre la porta del garage,
non guarda più indietro.
E’ solo. E’ la fine di novembre.

Come oggi, in questo 15 di marzo.
solo dietro questa finestra che da sul parco,
sorride alla propria tristezza.
La sua non è una sofferenza gaia,
come si può gioire di qualcosa che non si è trovato?

Abbiamo chiuso porte vecchie
ma qualche soglia non si è aperta.
Certo non si è aperta quella che voleva
si aprisse. Le porte che si aprono
sono quelle di cui egli ignora l’esistenza.
Si aggira in un ufficio senza finestre.
Si aggira in uno studio
Con troppe finestre dai vetri sporchi.
Si aggira in una tenuta,
in un bar dove vanno tutti.
Si aggira in un granaio divenuto un orizzonte.
Maledice questa mansarda. E maledice il castello.
Maledice la culla di suo padre, maledice la sua cava.
Dimentica che si può pulire lo sporco,
i vetri potevano essere cambiati, puliti, riparati.

Barcolla in un paesaggio anonimo e inesistente.
Non si può cambiare quello che vede:
le strade controllate dai militari:
lo fermano ad ogni passo
per chiedere della sua provenienza;
le strade controllate dalla gente d’affare:
uno perde la pazienza, diventa violento.
Si vorrebbe urlasse, che colpisse e uccidesse ciò che ama.
Lo imprigionano per poter trasformarlo in una macchina–
un motore valso a tritare la gente che stima.

“Ma noi siamo tutti macchine”, grida al mondo.
Menziono Gurdjieff, ma la gente non mi ascolta.
So che il corpo è come una congegno.
Imparo a fermarlo e farlo partire.

Riconosco che è tempo
Di arrestarmi e di scavare un percorso
verso la casa dei miei genitori,
perché anch’io sono come un bambino che sale
e scende la collina correndo verso l’altalena.

 

*

La tua carne

Io sono la tua carne. Tu sei la mia anima.
Prendi quest’anima e mutala in carne.
Questo è il cielo. Tu sei la mia terra.
Questa è polvere, trasformala in fuoco.
Questa è una nuvola. Tu sei un canto di balena.
Prendi la mia carne. Conducimi al tuo pozzo.
Tu sei il mio riparo. Recludi la notte.
Le foglie sono motori celesti,
eliche che si muovono contro l’acqua e la fanghiglia.
Questa è la mia carne. Concedimi i tuoi sortilegi.
Perché siamo tanto imperfetti?
Perché siamo pieni di voragini?
Tu sei farina. Io sono sabbia.
Un toro attraversa la città come dannato.
Una fiamma arde in tutto.
Tutto arde in qualche fiamma.
Questa è la mia parola. Questo è il tuo vocabolo.
Tramutami in verbo. Tramutiamoci in frase.
Prendi questo sandalo. Donami un ramo.
Dipingimi come un’icona. Danziamo la tarantella.
Le mie dita sono sporche. Questa è una nuvola.
Ecco il cuore. Ecco la pelle con la quale
si avvolge il respiro intimo.
Regalami un iris. Viaggia sulle mie ali.
Una fiamma arde in tutto.

*

Porta girevole

Mi alzo di notte per aprire una porta che di giorno non esiste. Incontro un uomo che porta il mio stesso nome, che ha il mio stesso passato. E’ una mia copia, ma è più limpido e molto meno pessimista di me che il pessimismo lo porto appeso alle spalle quando viaggio sotto i raggi ruvidi del sole. Paradossalmente quando attraverso l’uscio di questa porta, vi lascio la mia pelle, i diversi strati di pelle che mi coprono e che formano quella cosa che i credenti chiamano “anima”. La mia anima è il mio corpo e il mio corpo è la mia anima. Il mio essere è la somma delle relazioni di questa stratificazione cutanea e gli orifizi in cui penetra l’aria. Sono meno di un insetto; sono come polvere la quale si trasformerà al mattino in un essere che respira e mangia.
Non passa un solo giorno in cui non contemplo il suicidio. Perché continuare a trascinare questo sacco di pelli e orifizi? Perché continuare ad integrarmi a questo vento e questa terra che mi attraversano appena io l’attraverso come un pesce attraversato dall’acqua che attraversa? Inoltre il postino suona alla porta e mi riempie la cassetta di lettere e buste che apro immediatamente come le porte a condurmi a questa intimità notturna verso la quale corro spesso dopo la mezzanotte.
Quando capisco che questo calore della notte è unico, è già troppo tardi. Allora m’infilo nel letto e mi addormento. Non è infelicità, che’ l’infelicità è la felicità che porta bene il suo male. Appena mi sveglio abbandono questa esistenza che aspetta dall’altro lato della porta del sonno.
Io stesso sono una porta che chiede di essere aperta. Sono anche una defenestrazione. Si cerca spesso di espellermi, ma io stesso sono quella porta dalla quale uno mi vuole buttare fuori. A volte quando la polizia mi spinge dalla porta, mi ritrovo dal lato dal quale uno vuole eliminarmi. Sono la pelle e nel contempo i suoi orifizi. Sono il vento che mi spinge e trattiene. Vado e vengo da dove sono andato per partire. Sono la vite ed il buco nel quale si gira la vite. Giro su me stesso. Sono anche il giravite. Sono una porta girevole.
Non ho niente da nascondere, ecco perché dormo la notte con le porte di casa aperte. Mangio, lavoro, faccio l’amore, piscio con la porta aperta. Entri chi vuole, esca chi vuole. Sono l’argenteria che al tocco altrui diventa acqua. Sono il cinabro da dove si estrae il mercurio che gli stagnini fondono dietro i vostri specchi. Sono lo specchio a riflettere ciò che non può riflettere. Non mi riduco alla semplice somma degli elementi che mi compongono. Rivolgo come la vita che diventa morte, come la morte che diventa vita. Attraverso quello che mi attraversa.


Antonio D’Alfonso, poeta, traduttore, critico letterario, saggista, cineasta indipendente, Antonio D’Alfonso fonda nel 1978 Les éditions Guernica. La casa editrice viene venduta nel 2010. Termina il dottorato in studi italiani (cinema) all’Università di Toronto nel 2012. Il suo romanzo Un vendredi du mois d’août (2004) ottiene il premio Trillium. È autore di più di trenta libri. Traduce soprattutto poesia. Ha girato tre lungometraggi. Uno di essi, Bruco, gli ha valso due premi al New York Festival of Indipendent Film nel 2010. L’ultimo uscito è Antigone.

(Trad. Laura Liberale)


In copertina: Antonio D’Alfonso
(Foto di Elisabeth Pouyfaucon).

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