FLASHES E DEDICHE – 50- L’Io cantore e narrante dagli aedi ai poeti domenicali

Oggi, in occasione del numero 50 di Flashes e dediche,  ripropongo un intervento già apparso qua su Carteggi Letterari e pubblicato in AA.VV. “Con gli occhi di Giano”- Narrazioni e unità delle scienze umane- a cura di Paolo Chiozzi -Bonanno Editore Catania 2014

Non è strano né particolare parlare di “narrazione” in poesia. Miti e luoghi comuni popolano la visione d’insieme che circonda ciò che di più magico e misterioso accompagna l’uomo da millenni. Non possiamo dire cosa sia realmente la poesia, possiamo provare a dire cosa “non” è, liberarla dai pensieri banali e banalizzanti, provare a delineare una corretta prospettiva di interpretazione.
La poesia è in declino, i poeti inutili, un assunto che si rafforza quotidianamente.
Il sistema scolastico ha contribuito ad una cattiva conoscenza e al disfacimento della tradizione poetica. Programmi obsoleti basati sulla cronologia poetica e non sulla periodizzazione. “Fare poesia” è l’insieme di tutti i poeti che si trovano nello stesso momento attorno ad un tavolo e “producono” qualcosa. Da un punto di vista antropologico possiamo pensare a come sia nata, ai primordi, ai prodromi poetici. Uomini riuniti che, utilizzando battiti ritmici, “dicevano”, cantavano, narravano, un argomento. La poesia quindi nasce e narra storie e Storie. Come ogni narrazione quindi fondamentale è la presenza dell’Io narrante. Dobbiamo fare immediatamente un distinguo, esiste un Io ed esiste un Me. Ci sono degli studi interessanti come quello di Benn[1] e di Gardini[2] che in maniera più semplificata, ripercorrono la genesi e le differenziazioni di questo Io. Trovo questo uno dei fulcri del discorso che stiamo facendo in questa sede. Pensiamo agli aedi, ai provenzali, ai menestrelli sconosciuti. I frammenti orali che andarono a comporre l’Iliade e l’Odissea narravano una storia ben precisa, una ricostruzione: storie di soldati e di naviganti quando tutti facevano la guerra e andavano per mare. L’Io quindi poteva definirsi universale in quanto raccontava vicende appartenenti a tutti. Questo concetto ha accompagnato per lunghi secoli la storia poetica. Paradossalmente era un Io che di volta in volta assumeva dentro sé la soggettività e l’oggettività della narrazione, quasi come se il Me fosse accessorio alla composizione poetica e il poeta stesso fungesse da tramite tra Erato ed i lettori, senza interpolazione apparente di vissuti personali. Il poeta dunque era il cantore di un popolo e in quel momento rappresentava il popolo stesso come nel caso dei poemi omerici. Dante scrive in prima persona ponendosi addirittura personaggio all’interno della Commedia ma il suo Io è ugualmente; universale, la sua storia non è una metafisica del Me ed è il racconto di insieme di un momento storico, politico, religioso.

Si devono attraversare i secoli e giungere fino all’Ottocento per un significativo mutamento della prospettiva narrativa. L’Io perde lentamente l’universalità ed assume i contorni dell’eccezionalità e allo stesso tempo dell’esemplarità. Quello che il poeta “sente” è l’enfatizzazione di quello che sentono tutti, solo che lui lo sublima con la scrittura e gli altri si limitano a scoprirlo leggendo ed immedesimandosi. Questo utilizzo va anche oltre la autoreferenzialità, non è un Io soltanto autobiografico. La storia dell’Io in poesia è lunga, complessa. L’Io poetico è una “maschera”, dall’etimo greco. L’Io deve essere sempre un Io narrante e trova nel linguaggio la sua espressione. L’Ottocento concentra in sé una crisi del soggetto. In realtà la crisi dell’Io poetico cela un’altra crisi molto più profonda che è quella del linguaggio stesso. La reazione e la conferma a ciò la si vede ovviamente nella produzione poetica francese, Rimbaud, Mallarmè, Baudelaire. La critica di norma si sofferma su questi autori ma non è ancora sufficiente questa visione tradizionale; dobbiamo invece operare usando il concetto di poesia come ipertesto ed anche a livello comparatistico. Un Io non è un Io soggettivo e basta, contiene molti Me, ne è la discendenza e al contempo un progenitore. Anche Jung sarebbe d’accordo su questo concetto[3]: l’Io si genera globalmente. Rimbaud è ricordato per aver scritto “Io è un altro”, affermazione considerata la pietra miliare sulla discussione del soggettivismo poetico. Nello stesso periodo però dall’altra parte dell’oceano Walt Whitman pubblica Leaves of Grass, in cui riappare un Io epico, potente e che, secondo l’autore, contiene moltitudini. Il concetto sarà ripreso e mutuato da Borges successivamente. Tutto questo sarà amplificato nel Novecento, studiato e approfondito da critici di ogni genere. “Io è un altro” diventerà, purtroppo per Rimbaud, uno dei refrain più sfruttati generando un’espressione di per sé insignificante, obsoleta, un vero e proprio luogo comune. L’ottica corretta a cui si deve approdare è “Io siamo in molti altri”. Rivediamo allora il concetto di poesia-ipertesto più dettagliatamente. Crediamo che la poesia possa essere vista come un punto geometrico; anche se l’accostamento è apparentemente illogico. E` un “ognidove” in cui passano infinite rette, ovvero le poesie, che si sfiorano, si uniscono, si allacciano creando strutture simili ad un ipertesto. Si costituiscono dunque telai di intere letterature che confluiscono nel “nessundove”, che non è termine negativo, ma luogo infinito dove la poesia si rigenera con la poesia[4]. Il componimento rinasce ad ogni lettura, rielaborata e ripresa, si rinnova nel suo stesso linguaggio come scrive anche Salinas[5]

la poesia è affidata a quella forma superiore di interpretazione che è la malentendu. Quando una poesia è scritta è terminata ma non finisce; comincia, cerca un’altra poesia in se stessa, nell’autore, nel lettore, nel silenzio”.

Quasi tautologico ricordare sempre che “la poesia non è formula”[6], con buona pace dei puristi reazionari della metrica.

Se possiamo affermare che “Io siamo in molti altri” è anche grazie all’opera fondamentale di T.S. Eliot. Il premio nobel per la letteratura nel 1948 è l’autore del capolavoro poetico del Novecento : The waste land[7].

Soprattutto in questo opera, nata anche grazie alla revisione di Ezra Pound, “il miglior fabbro”, vi è un disconoscimento dell’Io, una frammentazione che arriva ad assumere connotati quasi polisemici di un medesimo soggetto. Quindi l’Io si perde e si ritrova, cambia prospettiva e significanza. Diventa canto che si frammista a citazioni, dialoghi, intersezioni storiche che si collocano atemporalmente tra riti e correlativi oggettivi. Un soggetto oggettivo e viceversa. Eliot farà da scuola ed influenzerà anche la letteratura italiana, in primis Eugenio Montale che su binari di pensiero paralleli, utilizzerà il concetto citato poc’anzi di correlativo.
Da un Io frammentato, per quanto riguarda la linea poetica italiana, si arriva lungo le assi del Novecento ad una spersonalizzazione della poesia, dove il soggetto non è più né Io né Me, ma diventa narrante l’assenza soggettiva, rendendo quasi impossibile la comprensione del narrato e giocando su concetti verbali e linguistici ai limiti della sperimentazione settaria e distruttiva della lirica[8]. Quella che doveva rappresentare l’innovazione si blocca su se stessa, diventando omologazione e dispersione.

Il poeta diventa allora autoreferenziale; l’Io narrante diventa un SuperIo traboccante. Luzi comprende bene questa situazione di stallo e degenerativa ed affronta la questione in alcuni saggi di primaria importanza[9]. Il narcisismo troppo elevato, l’Io autoreferenziale che avviluppa i testi: Luzi mirabilmente illustra i concetti di vanità e di modestia. Il poeta deve essere naturale e usare la voce per altri, non per essere egli stesso attore princeps. Deve combattere una sorta di petrarchismo che sembra affliggere generazioni intere, orgogliose, troppo, delle qualità personali a discapito della vera natura e naturalezza poetica.

L’imborghesimento intellettuale dei “post nuovi poeti” ha praticamente indirizzato l’ars poetica nella direzione di un’autopoesia in cui l’attore è il poeta. La poesia però sopravvive a se stessa, come nota Berardinelli[10], e concordo con questa affermazione: il poeta è inutile[11]. L’avvento del web e dei Social Network ha poi creato le condizioni per un altro imbarbarimento. Il poiein si è ridotto ad una ridicola mostra di dilettanti dei dilettanti – poeti domenicali- che pur di dar sfogo al proprio ego pieno di narcisismo, infestano pagine e pagine con risultati riprovevoli e mortificanti. Paradossalmente ci si è riscoperti tutti poeti oltre che santi, navigatori e allenatori di calcio. Nessuno nega il diritto di esprimersi ma si deve anche realisticamente osservare che la poesia brutta deturpa e opprime quel poco di buono che resiste alla decadenza.
Sono sorte case editrici a pagamento specializzate in pubblicazioni poetiche che stampano anche 40 o 50 libri in un mese. Si paga e si diventa “poeti”. La poesia però è parlare di qualcosa parlando di qualcos’altro. Si devono muovere le parole, si deve sviscerare il linguaggio; non partorire banalità patetiche dai toni serafici e scritte in “poetichese”[12].

Insomma, come sosteneva la Szymborska, un po’ di talento bisogna averlo. L’Io invece si è perso e si è perso l’epos nell’accezione globale del termine. Non si studia poesia, si mortificano i padri e i maestri, in ombra o no, non si seguono i consigli che un grande russo del Novecento -Vladimir Majakovskij[13]– ci ha lasciato. Probabilmente questi nuovi “cantori moderni” non lo conoscono neanche. A loro basta un foglio ed una penna per sentirsi poeti.
Solo il diverso modo di elaborare una poesia rende differenti i poeti. Solo la conoscenza, il perfezionamento, l’accumulazione e la varietà dei procedimenti letterari, questo in sintesi il pensiero del grande russo. Altro che Io, SuperIo, Io frammentato od occultato. Quale narrazione può offrirci questo vuoto, questa “terra desolata”, questo Io disperso?  Io siamo in molti altri,… ma quali altri?


Note:

[1] G.Benn – Lo smalto sul nulla Adelphi 1992 Milano

[2] N.Gardini – Com’è fatta una poesia Sironi 2007 Milano ed anche N.Gardini Letteratura comparata. Mondadori Università 2002 Milano

[3] C.G.Jung Psicologia e poesia –Bollati Boringhieri 1979 Torino

[4] Si veda il mio saggio G.Maffii Le mucche non leggono Montale – Marco Saya Edizioni 2013 Milano

[5] Si veda in particolare la pagina XVII dell`introduzione a cura di E.Scoles di “La voce a te dovuta” , Milano 2007, Einaudi per il riferimento preciso di tale citazione

[6] T.S.Eliot, Il bosco sacro, Milano 2003, Bompiani pag.15 dell`introduzione in risposta ad un contributo critico di Edmund Gosse apparso nel Sunday Times il 30 maggio 1920

[7] Si veda ad esempio l’edizione italiana del 1982 uscita per la Bur Rizzoli Milano dal titolo La terra desolata

[8] Importante è la scuola del 63 dove si raggiunsero livelli altissimi nella produzione poetica

[9] Fondamentale è sicuramente M.Luzi Sulla naturalezza del poeta – Garzanti 1995 Milano

[10] A.Berardinelli – Poesia non poesia – Einaudi 2008 Torino

[11] Rimando per un approfondimento della tematica al mio saggio Le mucche non leggono Montale op.cit.

[12] Al riguardo si veda N.Gardini 2007 op.cit. alle pagine 61-63

[13] V.Majakoskij- Come fare versi – Acquaviva 2008 Milano

5 pensieri su “FLASHES E DEDICHE – 50- L’Io cantore e narrante dagli aedi ai poeti domenicali

  1. L’ha ribloggato su squarcidisilenzioe ha commentato:

    “Non si studia poesia, si mortificano i padri e i maestri, in ombra o no, non si seguono i consigli che un grande russo del Novecento -Vladimir Majakovskij[13]- ci ha lasciato. Probabilmente questi nuovi “cantori moderni” non lo conoscono neanche. A loro basta un foglio ed una penna per sentirsi poeti.”
    Io l’ho scritto due giorni fa in maniera semplice; qui è scritto in maniera argomentata ed esauriente.

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