Le altre lingue: Le aree anglofone – Anita Nair

Quarto capitolo della rubrica “Le altre lingue” dedicato alla poesia anglofona. Il poeta selezionato e tradotto da Francesca Diano è Anita Nair. Buona lettura.


Anita Nair (4)

Anita Nair, universalmente nota come romanziera, è anche autrice di testi poetici, che sono stati raccolti e pubblicati per la prima volta nel 2002 col titolo di Malabar Mind (Cuore di Malabar) e, nel 2013, in una nuova edizione per i tipi di Harper Collins India, ma inediti in Italia, se non per alcuni testi da me già tradotti e pubblicati.

Sono la sua traduttrice italiana fin dai suoi esordi narrativi e ho pensato di offrire anche per Carteggi Letterari un assaggio della sua poesia.

Anita Nair è nata a Shornur, nello stato del Kerala e attualmente vive a Bangalore. Prima di dedicarsi alla scrittura ha iniziato lavorando presso un’agenzia pubblicitaria. Il suo primo libro è stato la raccolta di racconti Il satiro della sotterranea, cui è seguito Un uomo migliore e il successo internazionale Cuccette per signora, tradotto in 25 lingue. Successivamente ha pubblicato alcuni libri per bambini, un testo di poesie, Malabar Mind, da noi inedito, un testo teatrale, i romanzi Padrona e amante, L’arte di dimenticare, e La ferocia del cuore e Il custode della luce, tutti editi in Italia da Guanda.
Vincitrice di numerosi premi e riconoscimenti, è una delle autrici indiane in lingua inglese più note al mondo.

Il significato del titolo della raccolta Malabar Mind lo spiega all’interno lei stessa: “Un tempo il Malabar era un distretto britannico. Dopo l’Indipendenza, il Malabar non venne più riconosciuto come distretto e la regione venne divisa a formare la parte settentrionale dell’attuale Kerala. Anche se il Malabar non ha dei confini geografici, ne’ compare sulle carte geografiche dell’India, esiste comunque tutt’ora come uno stato d’animo.” 
Da queste parole deriva la mia scelta di tradurre mind con cuore e non con mente, poiché quella che celebra Anita è la dimensione non duale della mente/cuore.
I quaranta testi, scritti nell’arco di una decina d’anni, esplorano un mondo che per l’autrice è stato, fin dagli inizi, un potente serbatoio di ispirazione, immaginazione, ricordo e amore, miscelati e cucinati sapientemente nella sua fucina/cucina. Anita Nair vive da molti anni a Bangalore, ma il Kerala è la sua terra natale e dei suoi avi, dove torna spesso per ritrovare il legame profondo con una continuità familiare, sentimentale e storica. Ma soprattutto il Kerala è una terra di miti, riti magici, esoterismo e tradizioni antichissime e da questo serbatoio inesauribile Anita Nair attinge quasi tutte le storie che animano i suoi romanzi.
Il Kerala, stato indiano tra i più alfabetizzati e socialmente progrediti, è però anche un luogo dove vige ancora una forte tradizione matriarcale, mai toccata dall’invasione aria del Nord dell’India, (la popolazione è dravidica, come le lingue che vi si parlano) dove il mito e le divinità prevediche parlano una lingua udibile. Il cognome Nair (o Nayar) non è in effetti un cognome, ma la denominazione dell’antica casta di guerrieri/storici/viaggiatori originaria del Kerala, le cui caratteristiche per tradizione sono la discendenza matrilineare, (in antico veniva praticata la poliandria), la pratica della più antica arte marziale (Kalaripayattu) e il culto radicato di un dio serpente, unitamente al culto di una Dea Madre di grande potenza e dalle molte forme. Questa miscela di società avanzata, sapienze antiche, strutture sociali e tradizioni arcaiche, questo fiume sotterraneo e impetuoso, è l’humus della sua poesia. Che, analogamente a tutta la sua produzione, è scritta in inglese. Anita Nair è dunque a pieno titolo una delle esponenti di spicco della letteratura indiana postcoloniale.
Troppo complesso, in quella che vuole essere una semplice nota introduttiva, sarebbe l’affrontare il discorso sulle implicazioni che questo comporta, ma va precisato che gli scrittori indiani in lingua inglese appartengono in genere, per censo, alla media e all’alta borghesia, e ambientano le loro storie all’interno di questa fasce sociali, ma tenendo ben presente un pubblico di lettori occidentali. Insomma, scrivono più per l’Occidente. Raramente discendono da una tradizione letteraria antica e colta, come invece i numerosissimi – e spesso grandissimi – scrittori indiani che scrivono nelle varie lingue indiane ed esprimono una realtà più articolata e più autenticamente indiana. Di loro quasi nulla è tradotto in Occidente, e certamente non in Italia, per una precisa ma miope scelta editoriale.
La voce delle poetesse in India, sia in inglese che nelle lingue indiane, è molto presente e non smentisce una tradizione antica. Negli ultimi decenni nomi come quelli di Kamala Das , Eunice De Souza, Imtiaz Dharker, Sujatha Bhatt, Tara Patel, sono divenuti ben noti. I loro versi sono spesso ispirati alla poesia occidentale del ‘900, con un’attenzione radicale al ruolo e al sentire della donna in generale e della donna indiana oggi.
I testi della Nair hanno essi pure, è vero, questo sapore naturalista, postmoderno, ma con qualcosa di diverso e di più. Anita Nair non dimentica mai, nemmeno per un istante, la sua origine, il suo legame con la terra natale, gli odori, i colori, i suoni, i racconti antichi. Ed è questo che fa la differenza. La sua India è quella dell’uomo/dio, che vestendo ogni giorno i panni del dio Mutappan, ne assume la natura. È quella delle donne i cui mariti sono lontani, per lavorare all’estero. È quella che accoglie lo straniero che non percepisce le differenze culturali e lo fa sentire a casa finché non infrange antichi tabù. Ma è anche quella di una donna che può scrivere di lascivia e di desideri e di sensi e può farlo solo in inglese.


ANITA NAIR – POESIE
Tradotte da Francesca Diano

da

MALABAR MIND
Cuore di Malabar
Yeti Books 2002
 

 Solitamente un uomo, a volte un dio

Sappilo, donna
Mille soli s’avvolgono al mio braccio.
Marchio di chi io sono
Solitamente un uomo, a volte un Dio.
Striscianti, predatori
Sento i tuoi occhi
Tracciare segni di tintura vermiglia, di curcuma e di riso
Squarciando la seta bruna della mia pelle.
Donna, sento il tuo tocco.

Macerie di luce:
Densità di una notte senza stelle.
Il mio indice divenuto pennello,
Lampada scintillante oscuro il mio colore.
Quando il tuo sguardo incontra il mio
Nell’arena d’amore ch’è lo specchio,
Mi tremano le mani,
I contorni si sfumano.
Donna, non sai quel che mi fai.

Donna, ho abbandonato la mia pelle.
Ho assaporato l’eternità.
Ed ora cesserò di essere.
Ma prima che tu scemi nel nulla,
Assaporo la linfa della palma da cocco.
Stringo la tazza di terracotta come fosse il tuo mento.
M’inumidisco le labbra alla tua bocca.
Bevo profondamente di questo desiderio proibito e
——————————————————————————————[mortale.

La mia corona è intrecciata d’erba e divinità.
Labbra carnose, labbra bianche, lanugine nasconde la mia
——————————————————————————[bocca d’adultero.
Tendo   l’arco di bambù.
E sollevo la lama scintillante.
Vibrano i tamburi a ridestare il dio che s’è assopito.
Tremor di cavigliere mentre l’uomo ch’è in me si ritrae.
Non sono più chi tu hai desiderato.
Sono il tuo protettore.
Il fiero dio Muthappan.[1]

Parla Muthappan:
Io sono il signore della giungla, il figlio dei vitigni torturati
Lesto di piede, leale sino in fondo.
Il cane m’accompagna,
Il cieco Thiruvappan è il mio compagno.
E nei momenti oscuri di questo tempo
Sarò con te.
A darti aiuto e consolazione.
A proteggerti ed a sostentarti.
Guarda, con questa freccia
Che perfora l’occhio del cocco
Io distruggo ogni male
Che ti turbina intorno.
Spicco dal serto della speranza,
Frammenti perché tu vi costruisca
Tutti i tuoi sogni.
Premo la mano sulla tua testa;
Che i tuoi nervi trasmettano il messaggio
Che mai io t’abbandonerò.

Tutto questo e altro ancora
Farò per te.
Ma prima dentro di me la sete
Spegnerò con latte ancora tepido.
Con il vino di palma che ribolle
Senza fermare il tempo.
Succhio dalla lunga canna di bronzo
Mastico un pezzo di pesce secco
Muthappan è soddisfatto;
Muthappan è felice.

Muthappan ha parlato.
Più non gli sono necessario.
La mia corona del potere è fatta d’erba vizza.
Scorre sulla mia fronte il sale del sudore.
Con dita che un tempo cercarono perfezione,
Di dosso mi rimuovo la maschera del dio.
Donna, sono di nuovo chi io ero,
Un uomo con la pelle ed occhi
Che cercano i tuoi.

Donna, che al tuo desiderio il mio s’unisca.
Che la mia bocca sia sigillo alla tua.
Che la mia fame bruci la tua pelle.
Perché ora mi sfuggi?
Perché senti l’odore di selvaggio?
Temi colui che fui?
Ascolta donna,

Io sono un uomo;
Solo talvolta un dio.

*

Mostly a Man. Sometimes a God

Know this, woman.
Clasped around my forearm are a thousand suns.
The mark of who I am
Mostly a man, sometimes a God.
Crawling, marauding
I feel your eyes
Trace vermilion, turmeric and rice paint paths
Slashing the brown silk of my skin.
Woman, I feel your touch.

The debris of light;
The density of a starless night.
My forefinger my brush,
Glistening lamp black my paint.
When your eyes meet mine
In the mating pool of the mirror,
My hand falters,
The line smudges.
Woman, you do not know what you do to me.

Woman, I have shed my skin.
I have sipped at timelessness.
Now I shall cease to be.
But before you diminish
Into nothingness
I savour the life juice of the coconut palm
Cup the baked earthen pot as if it were your chin.
I wet my lips at your mouth.
I drink deep of this forbidden mortal desire.

My crown is wrought of grass and divinity.
Fat lips, white lips, wool fuzz hide my adulterous mouth.
I sling the bamboo bow
And raise the gleaming blade.
Drums throb to awaken the slumbering god.
Anklets shiver as the man in me retreats.
I am no longer who you desired.
I am your protector
The fierce god Muthappan.

Muthappan speaks:
I’m lord of the jungle, son of the tortured vines
Fleet of foot, loyal to the last.
The dog is my comrade,
The blind Thiruvappan my companion.
Through the dark times of this age
I shall be with you
To help and console
To provide and protect.

Look, with this arrow
That pierces the eye of the coconut
I destroy all evil
That swirls around you.
I pluck from the crown of hope
Fragments for you to build
Your dream upon.
I press my palm on your head;
Let your nerves ends carry this message
That I shall never forsake you.

All this and more
I shall do for you.
But first there is a thirst in me
That I shall quench with milk still warm.
With toddy that bubbles
Unable to still time.
I suck on the long bronze spout
I crunch a piece of dried fish
Muthappan is satisfied;
Muthappan is happy.

Muthappan has spoken.
He no longer needs me.
My crown of power is of wilted grass.
The salt of sweat runs down my brow.
With fingers that had once sought perfection,
I wipe away the guise of divinity.
Woman, I am once again who I was,
A man with skin and eyes
That seeks yours.

Woman, let me match my longing with yours
Let me sear your lips with mine.
Let me burn your flesh with my hunger.
Why then do you evade me now?
Is it that you smell the savage?
Is it that you fear who I was?
Woman, listen,

I am a man;
Only sometimes a god.

 


Cuore di Malabar

Nei suoi occhi il lampo del folle.
“Ciao  Madras, ciao  demoni infernali
Tenetevi le vostre politicanti e le mosche malate.”
Il treno del Malabar ansa e ridacchia.
Guarda questa ragazza, il pazzo guarda,
Le sue curve son meloni maturi
Mi scusi, non so quello che penso,
Posso sfiorarle i piedi?
Per piacere
La mia follia svanirà
Con la tenera brezza.
Lasciatemi andare, non sono matto
Solo deprivato
Perché ho lasciato la grotta di smeraldo?

Il fiume Nila
Rive alte di ghiaia giallastra
Un tempo fioriva il triangolo d’odio
Chi adorava la vacca, chi odiava il maiale
Chi – capelli di sole – la vacca la mangiava.
Nessuno sa come accadde.
Mille uomini pigiati in un vagone
Trasportati e sballottati, soffocavano.
Quando apriron le porte,
Per il puzzo, dicono
La  gente vomitò  per miglia intorno.
In Malabar ancora non dimenticano.
Talvolta la brezza ha il lezzo del sangue.

Lo Zamorin[1] vide il proprio volto
In una scheggia di vetro.
Aprì le porte all’avidità coloniale.
Abbiamo tanto pepe,
Così tante le spezie.
Datele  in cambio per avere  specchi
Deve vivere l’uomo ignaro del suo volto?
Ora i nostri uomini percorrono i mari
Oltre la baia verso Speranza deserta
Su acque stagnanti salpano le donne
Zattere solitarie, filando fibre di cocco, tessendo sogni.

Zubeida, nata in una sudicia capanna
Ora è regina di un palazzo verde
Ogni giorno rivoli di succhi
Di frutta le scorrono sul mento
Che altro si vuole dalla vita? Chiede.
Geeta ha la voce del marito su cassetta
I bambini ogni tanto l’ascoltano
Venu, lontano cugino
Fa l’amore con lei mercoledì e venerdì
Saziando il desiderio e il bisogno di coccole
Le carezza la pelle.
Lei gli lecca le palpebre  e lo incita
A possederla in un’estasi ritmata.
Soltanto finché “lui” non torna a casa,
dice a Dio.

Malibar
Manibar
Mulibar
Munibar
Melibar
Minibar
Milibar
Minubar
Melibaria
Malabria *
Dove la pioggia sibila
L’eco di mille passi
Ciascuno a misurare un cerchio d’umidore.
Dalle grondaie stillano infiniti pensieri derelitti
Lo strombo delle tegole rivela travi a cosce spalancate.

La politica è uno stile di vita
Iscriviti a un partito
Per un’identità
Al Congresso o all’RSS
Ai comunisti o alla Lega Musulmana.
Qui vita ce n’è ancora
Un’aria quieta di serenità.
Nayadi dentro al fango che arriva alle ginocchia
Trattori e bufali a fargli da compagni.
Insieme osservano il tempo passar lento.
E come  si può essere appagati
Sapendo i tuoi diritti?
Militanti si vestono con vesti di insegnanti
La foresta nasconde cuori disincantati
Ad ogni istante incombe la pazzia.

Stesa nella  piscina verde e limpida
A bocca aperta a bere la rugiada,
La concubina del nonno ieri è morta.
Chi gli accenderà la lanterna? mi domando.
Mio padre è ritornato dai suoi vasti giri
Ha costruito una casa e ci ha messo i suoi libri.
Mia madre ama non pensare a nulla.
La grotta di smeraldo ti avvolge consolante.
L’uccello-diavolo piange: puh-ah, puh-ah.
Bacio il mio talismano di peli d’elefante.
Le palme da cocco fan frusciare le dita.
Dicono che il coraggio e la tenera brezza
Curino la pazzia.

________________________________

[1] Saamoothiri, anglicizzato in Zamorin, era l’appellativo dei  Signori di etnia Nair che governavano il regno di Kozhikode (attuale Calicut, da non confondersi con Calcutta) che fu capitale del Distretto del Malabar. Nel 1498 lo Zamorin  Manavikraman Raja accolse l’esploratore portoghese  Vasco da Gama (N.d.T.)

*  Dal 522 d.C fino all’XI o XII secolo, il Malabar era chiamato anche con questi nomi

*

Malabar Mind

In his eyes, the lunatic gleam.
“Ta ta Madras, ta ta fiends of hell
Keep your lady politicians and diseased flies.”
The Malabar mail wheezes and chuckles,
Look at this girl, the lunatic stares,
Her curves are ripe melons
Pardon me, I know not what I think,
May I touch your feet?
Please
My madness will vanish
With the soft breeze.
Let me go, I am not mad
Only deprived
Why did I leave the emerald cave?

The River Nila
Sand banks rising yellow and gritty
Once flourished triangular hate
The cow worshippers, the pig haters
And the sunshine-haired cow eaters.
No one knows how it came about.
A thousand men piled into a carriage
Trundled and truckled, gasping for life.
When they opened the doors,
The stench, they say
Made people gag a mile away.
In Malabar, they cannot forget,
Sometimes the soft breeze smells of blood.

The Zamorin saw his face
On a piece of glass
Opened doors to colonial greed.
We have so much pepper,
So many spices.
Give it to them for mirrors
Should man live a stranger to his face?
Our men now sail the seas
Across the bay to the desert Hope
In the backwaters, women sail
Lonely rafts, spinning coir, weaving dreams.

Zubeida, creature of the grimy hovel
Queen now of a green mansion
Fish juices trickle down her chin every day
Is there more to life?  She asks.
Geeta has her husband’s voice on tape
The children listen to it now and then
Venu, distant cousin
Loves her on Wednesdays and Fridays
Satiating lust and a need to be held
He caresses her skin.
She licks his eyes and wills him
To take her in rhythmic ecstasy
It is only till ‘he’ comes home,
She tells God.

Malibar
Manibar
Mulibar
Munibar
Malibar
Melibar
Minibar
Milibar
Minubar
Melibaria
Malabria*
Where the rain hisses
Echoes of a thousand footsteps.
Each seeking to measure the girth of wetness.
Eaves drip countless forsaken thoughts
Tiles splay revealing parted rafter thighs.

Politics is a way of life
Belong to a party
For an identity
The Congress or the RSS
The Muslim League or the Communists.
There is still about life here
A quiet air of restfulness.
Nayadi knee deep in slush
Tractors and buffaloes his companions.
Together they watch time amble by.
How can man be content
When he knows his rights?
Militants dress in school teacher guises.
The forest hides disenchanted hearts
Madness threatens to erupt at any time.

Lying in the limpid green pool
Mouth open to catch the first dew drop.
Grandfather’s concubine died yesterday.
Who will light his lantern at night? I wonder.
Father came back from roaming the plains,
Built a home and settled his books.
Mother likes to think of nothing.
The emerald cave has a soothing clutch.
The devil bird weeps: Poo-ah, Poo-ah.
I kiss my elephant hair talisman.
Coconut palms rustle their fingers.
Courage and the soft breeze
Will cure madness, they say.

______________________________ 

[1] Muthappan, il cui nome letteralmente significa “zio maggiore del padre”, è il benevolo Dio Cacciatore del Kerala. Il suo culto antichissimo risale all’India prevedica. Il dio viene fisicamente impersonato ogni giorno da un uomo che ne indossa i coloratissimi panni e i pesanti ornamenti, che ricordano i più antichi personaggi della danza Kathakali.. In quel momento l’uomo perde la sua natura umana e diventa il dio. Muthappan racchiude la doppia natura di Vishnu e Shiva. Il cane è il suo animale sacro. (N.d.T.)


In copertina: Anita Nair.

 

2 pensieri su “Le altre lingue: Le aree anglofone – Anita Nair

Rispondi