TAT – WE ARE BUT ONE a cura di Laura Liberale – 5) Antiche recitazioni

TAT (WE ARE BUT ONE)

—–Messaggio originale—–
Da: Laura Liberale
A: Claudia Boscolo

Oggetto: Antiche recitazioni

Quando Dio creò Adamo, lo fece maschio e femmina, poi lo divise in due
Bereshit rabba 8,1

Quando farete dei due uno, quando farete il dentro come il fuori e il fuori come il dentro, e l’alto come il basso, quando farete di maschio e femmina una cosa sola, così che il maschio non sia più maschio e la femmina non sia più femmina (…), solo allora entrerete nel Regno
Vangelo di Tommaso, 22

Come fanno gli esseri umani a connettersi a livello profondo, per evitare di annegare nella superficialità senza fondo della datasfera? Fanno l’amore, scopano, si masturbano, procreano. Attraverso l’orgasmo, si fondono con un altro essere senziente nel modo più completo finora conosciuto
Breyer P-Orridge

Quella che segue è, fra l’altro, una storia di:
amore e morte
passione
esclusione dal consorzio (più-che-)umano
lutto e disperazione
ascesi e mortificazione corporea
devozione
cambio di pelle
specchi e riflessi
essenza e immagine
gelosia
errore e riconoscimento
anelito di totalità

Personaggi principali:
Śiva, il dio
Satī, la prima sposa di Śiva
Dakṣa, il padre di Satī
Pārvatī, la seconda sposa di Śiva

(dall’Antica Recitazione di Kālikā[1] in sanscrito)

Śiva, accompagnato da Satī, raggiunse l’alta cima simile al sole nascente, variegata di gemme preziose, splendida d’oro e d’argento.
In quel luogo celestiale, Egli godette intensamente con Satī per diecimila anni divini, senza più distinguere giorno e notte, dimenticando il Brahman, l’ascesi e la pacificazione. Totalmente assorbito da Satī, faceva solamente l’amore.
Nel frattempo, Dakṣa, il Benefattore dei mondi, diede inizio alla celebrazione di un grande sacrificio a beneficio dell’universo intero.
A quel sacrificio, nessuno fu escluso dal magnanimissimo Dakṣa. Nessun dio, nessun saggio veggente, nessun essere umano, nessun uccello, nessun animale, nessuna pianta, nessun vegetale.
“Śiva non è gradito in quanto portatore di teschio[2]”. Così deliberò Dakṣa, che quindi non invitò Śiva al sacrificio. Nemmeno Satī, sebbene figlia sua, venne invitata da Dakṣa, ai suoi occhi colpevole di essere la sposa di un portatore di teschio.
Saputo che il padre aveva dato inizio al sommo sacrificio e compresa la realtà: “Io non sono gradita poiché sposa di un portatore di teschio”, Satī s’infuriò con Dakṣa, gli occhi arrossati dalla collera, e considerò di distruggerlo con una maledizione. Infine decise: “Secondo la risoluzione da me presa un tempo, abbandonerò il mio corpo e, a beneficio dell’universo intero, rinascerò come figlia della Montagna. Allora Satī, gli occhi rossi d’ira, chiuse tutte le nove porte del corpo, produsse un forte suono e, grazie a esso, aperta la decima porta, i suoi soffi vitali fuoriuscirono da lei.
Śiva raggiunse l’amata figlia di Dakṣa e la trovò senza vita. Venne così a conoscenza del motivo della sua morte. Per la rabbia il dio s’infiammò e, con lo splendore del sole al termine di un ciclo cosmico, sprigionò da orecchie, naso, occhi e bocca tremendi dardi ignei. Poi si recò svelto al luogo del sacrificio di Dakṣa e, colà giunto, si fermò all’esterno dell’area sacrificale. Dopo aver visto da lontano le ricchezze ivi ammassate, mandò immediatamente sul posto Vīrabhadra, una delle sue manifestazioni terrifiche. Questi, circondato da molte altre schiere, cominciò a distruggere il sacrificio del magnanimissimo Dakṣa.
Ricordando disperato le innumeri qualità di Satī, Śiva piangeva come un normale essere umano. Poi, sempre rievocandola, rideva, l’abbracciava più e più volte come se lei giacesse pronta all’amore, invocava incessantemente il suo nome, le toglieva di dosso gli ornamenti e poi glieli rimetteva.
Brahmā e gli altri dèi si allarmarono assai per tutto quel piangere. “Se le sue lacrime dovessero cadere a terra, la brucerebbero sicuramente. In che modo possiamo dunque risolvere la faccenda?”, dissero in preda all’ansia.
Intanto Śiva, sconvolto dal dolore, caricatosi il cadavere di Satī sulle spalle, si avviò piangendo verso oriente. Gli dèi, vistolo errare come un folle, rifletterono sul modo in cui rimuovere il cadavere. Così entrarono nel corpo di Satī, lo smembrarono e lo fecero cadere in diversi luoghi. Caddero per primi i piedi, a Devīkūṭa; poi le due cosce, a Uddīyāna; a Kāmarūpa, sulla montagna Kāmagiri, cadde la yoni[3], e sempre là, sulla terra di quella montagna, pure l’ombelico; a Jālandhara il seno ornato di collane d’oro; le spalle e il collo a Pūrṇagiri; la testa, al di là di Kāmarūpa. Le altre parti del corpo tagliato dagli dèi finirono a pezzetti nella Gaṅgā celeste, colà portati dal vento.
Spinto dall’attrazione, per attaccamento nei confronti di Satī, Śiva finì per dimorare, in forma di liṅga[4], in tutti i luoghi in cui erano caduti i frammenti del corpo dell’amata.
La dea Kālikā, che aveva precedentemente assunto la forma di Satī, rinacque poi come figlia di Himavat e Menakā, e venne conosciuta col nome di Pārvatī. Ella, al fine di conquistare Śiva, si dedicò a una strenua ascesi per migliaia di anni.
Divenuta emaciata a causa del digiuno, avendo rinunciato perfino alle foglie come cibo, la figlia di Himavat venne chiamata Aparṇā[5] dagli dèi. Mediante il voto dei cinque fuochi, restando in acqua e poi ritta su un solo piede, ella si consacrò a lungo alla grande ascesi, e infine, compiaciuto, Śiva la sposò.
Talvolta, dopo aver raccolto dei fiori, Śiva confezionava per la figlia della montagna una splendida ghirlanda con cui avvolgerle le membra; talaltra contemplava allo specchio il proprio volto accanto a quello di lei. Talvolta disegnava col muschio delle foglie di ègle sui suoi due seni sodi, talaltra ne decorava il corpo con orecchini e altri ornamenti fatti di oro puro.
Śiva, innamorato della sua sposa, non desiderava altro che amoreggiare con lei, a beneficio dell’universo intero. Ella, la madre del mondo, la grande illusione sostanziata d’universo, il sonno dello yoga, l’intelletto universale, la personificazione di scienza e nescienza, la natura primordiale, la suprema forma divina, l’artefice della manifestazione, della conservazione e della distruzione del tutto, conquistò il dio e godette con lui come il chiaro di luna gode con la luna.
Un giorno però Śiva la offese, definendola scura come la polvere d’antimonio, così Pārvatī, infuriata, lo lasciò e andò a nascondersi in cima ai monti. Disperato per l’abbandono, invano lui la cercò, finché Pārvatī non decise di riapparire. Śiva le rivolse queste parole: “O amata dal volto di loto, qual è la causa della tua rabbia? Dimmelo subito, ché la mia mente non trova pace!”. Śiva cercò dunque di abbracciarla, ma lei lo respinse dicendo: “O signore delle creature, sono scomparsa da quando tu mi hai paragonata alla polvere d’antimonio. Ti dico il vero: finché il mio corpo non sarà diventato dorato, io non mi unirò a te”. Detto ciò, la dea tornò là dove si era recata un tempo allo scopo di conquistare Śiva, e in quel luogo propiziò il dio per cento anni.
Alzato il piede destro e ritta sul sinistro, il viso rivolto a nord, la testa sollevata, il digiuno osservato, ella, la conoscitrice della vera natura del Sé, venerò il supremo, benefico Śiva essenziato di luce, meditando per cento anni.
Così adorato, il grande dio compassionevole nei confronti di tutte le creature disse a Pārvatī: “Sono compiaciuto, o dea. Chiedimi dunque ciò che vuoi”. Ella rispose: “Che il mio corpo diventi subito color dell’oro, e che tu non abbia mai un’altra donna!”. Allora Śiva fece immergere Pārvatī nelle acque del Gange celeste, dalle quali ella emerse fulgida d’oro. In quella corrente cristallina, la dea assomigliava a una folgore nel cielo autunnale.
Il Signore disse: “O cara, io non avrò altra sposa all’infuori di te, né la mia mente concepirà il desiderio di un’altra, puoi starne certa!”.
Dopodiché Śiva ritornò con lei sul monte Kailāsa, e il tempo passò.
Un giorno in cui sedeva accanto a lui, Pārvatī vide, senza riconoscerlo, il proprio riflesso sul bel petto del dio e lo scambiò per l’immagine di un’affascinante fanciulla sorridente. Dunque Śiva, malgrado la promessa fattale e grazie al suo potere d’illusione, aveva nascosto un’altra donna nel proprio corpo! Pārvatī fuggì di nuovo in cima ai monti, e solo molto tempo dopo Śiva riuscì a trovarla.
“Amor mio bellissimo e furente, desidero che tu mi dica il motivo della tua collera.”
La dea rispose: “In passato ti chiesi di farmi una promessa. Come hai potuto mancare a essa volendo un’altra sposa? L’ho vista coi miei occhi, nascosta nel tuo petto!”. Udite tali parole, il volto di Śiva s’aprì in un sorriso.
“Non ho sposato nessun’altra donna, né ho mancato alla promessa, sciocchina! Il tuo errore è nato dall’ignoranza. Sul mio ampio petto, lucido come uno specchio, hai visto solo il tuo riflesso.”
Dopo aver pulito il petto del dio, Pārvatī riguardò a lungo la propria immagine e si vergognò.
“O Śiva, ti chiedo di far sì ch’io possa seguirti per sempre come un’ombra compagna. Desidero l’estasi dell’abbraccio e del contatto eterno con tutte le tue membra.”
Il beato disse: “O incantevole, prendi metà del mio corpo. Che metà del mio corpo sia femmina e metà maschio! O bella, se tu sei capace parimenti di dividere il tuo, io ne prenderò la metà. Che metà del tuo corpo sia femmina e metà maschio! Ho tale potere, ma ti chiedo di acconsentire”.
La dea rispose: “O Śiva, prenderò metà del tuo corpo!”.
E così avvenne.
Una metà dei capelli di Gaurī era acconciata in una treccia attorno al capo, l’altra metà in una massa attorta; da un orecchio pendeva l’orecchino d’oro, dall’altro il serpente; un occhio era di cerbiatta, l’altro di toro; una metà del naso era simile al fiore di sesamo, l’altra metà era larga; una metà con lunghi baffi, l’altra metà senza; metà bocca con bei denti rossastri e labbra rosse, l’altra metà con spesse labbra bianche e lunghi denti; metà collo con collana, metà di colore blu; un braccio ingioiellato, l’altro robusto e adorno di serpenti; una mano bella e aggraziata, l’altra nella postura della proboscide d’elefante; le dita di una mano con anelli, quelle dell’altra disadorne; metà petto villoso, l’altra metà dotata di seno; un fianco bello, morbido, largo e attraente, l’altro massiccio e compatto; una delle due gambe simile al tronco di banano, con un bel calcagno e un piede delicato.
La coppia poté così godere in svariati modi delle gioie dell’amore.

i due

Ti porto
come il più necessario dei pesi
il più caro
il più doloroso
soma d’inerme bellezza
che mai più, mai più.
Sulle spalle ti porto
sono un uomo piegato
che strazia i punti cardinali
con la tua esposizione
un dio deposto
che ti lascerà cadere
frammentata in meteore
a fecondare la terra
su cui ora strisciano le fronti.
E cadranno i tuoi occhi
irraggiando cupole e vicoli di nerezza
cadranno le tue gambe
moltiplicando tumuli e altari
cadrà il velo dei tuoi capelli
su ogni operosità e ogni rinuncia
cadrà il tuo ventre
l’humus del sesso
a colmare i solchi perimetrali
cadrà anche la chiostra dei tuoi denti
ad azzannare l’aria del precipizio
e spalancare i templi.

Il tuo corpo smembrato
fonderà città e territori.
Il tuo corpo smembrato
edificherà la topografia del lutto.

Siva-Gauri

Laura Liberale

In copertina: Gaurī sdraiata con Śiva bambino (Sadyojāta). Periodo Pāla, XI secolo, Nordest dell’India o Bangladesh (Probabilmente Nordovest del Bengala).


NOTE

[1] Kālikā purāṇa, capitoli 16, 17, 18, 43, 45.

[2] Il teschio è segnacolo di Śiva e sua ciotola delle elemosine. Si tratta, miticamente, della quinta testa di Brahmā, da Śiva recisa con l’unghia del suo pollice sinistro.

[3] La vulva.

[4] Simbolo fallico del dio.

[5] Colei che è priva di foglie (come cibo).

 

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