Della profondità di un rimpianto in “TATATO” di Gianmarco Orlando

di Marta Cutugno

 

“Perché non osate? Io mi pento di tutto nella mia vita, tranne di non aver osato; quindi, in fondo, non mi pento di nulla” –

TATATO, La vita di un comico non fa ridere – di Gianmarco Orlando, 2018 Edizioni DrawUp

Parte da lontano Tatato: dal lallare primordiale, incomprensibile nel suo significato che niente e tutto vorrebbe dire. Posto a titolo di questo primo romanzo, Tatato ricorda un personaggio immaginario, legato all’infanzia, presente in un monologo scritto ai tempi dell’Accademia. Questo termine dagli insistenti suoni serviva ad indicare gli oggetti di cui Gianmarco bambino non riusciva a pronunciare il nome e fa parte del campionario di paroline nonsense utilizzate dall’autore nei primi anni di vita ed appuntate dalla madre per tenerne memoria. 

Durante una presentazione al testo tenutasi i primi giorni di settembre presso La Feltrinelli Point di Messina, Gianmarco Orlando accompagna i suoi lettori alla scoperta di Tatato e spiega le motivazioni che stanno alla base della scrittura del testo:

Cosa mi ha spinto a scrivere Tatato? La solitudine. La solitudine ed il sentirsi incompresi. Nella società dei consumi siamo stati male indottrinati sull’argomento. “Devi imparare a stare solo, devi imparare a stare solo con te stesso”. “Si nasce soli e si muore soli”. L’essere umano si è evoluto grazie alla sua capacità di fare comunità, grazie alla sua capacità sociale. La solitudine è la condizione peggiore che si possa augurare ad un essere umano. Questo libro parte da alcune lettere sulla solitudine e vuole rappresentare un viaggio nella vita di Nicola Beninati, il protagonista, nella speranza di una redenzione. Spesso l’ambizione porta a rimanere soli e poi andando avanti ci si chiede perché e se ne valga veramente la pena. Tatato nasce dalla voglia di combattere questo senso intimo di solitudine che proviamo un po’ tutti. Siamo al mondo e ci hanno sempre detto cavolate perché non siamo soli” .

In un andare fluido, la scrittura di Gianmarco Orlando non lesina in colori, giunge a destinazione ed a soddisfazione del lettore che trova interesse nei suoi particolari e nell’intreccio immediato delle parti. E lo fa con una maturità profondissima: circostanze e strutture raccontate con una sensibilità ed una sincerità spiazzante. Il teatro che ha formato l’autore è tessuto finemente nelle pagine di questo romanzo, nella narrazione dei fatti quanto nell’immaginazione del lettore che visivamente riesce a lasciare rivivere Nicola Beninati e tutte le figure impegnate in questo circuito d’esistenza. E quanto il teatro sia stato e sia fondamentale nella sua formazione, ma non solo, lo ascoltiamo dalle sue vive parole: “Il teatro, la recitazione, sono le cose più belle sul pianeta Terra. È proprio tutto in un attimo, è la capacità di entrare dentro un personaggio che non sei tu, di entrare nella vita di qualcun altro e sentirla tua. È empatia, dovrebbero farlo tutti e non esisterebbero più differenze, ostilità e paura del diverso”.

È la vita la vera protagonista di Tatato: la vita di Nicola, nato a Palermo negli anni di piombo, le cadute e i cambiamenti che ne hanno irrimediabilmente segnato il percorso e quel candore bambino che risiede già a partire dal titolo e che, nonostante i chiaroscuri dei giorni, persiste prepotente e immutato nello sguardo limpido alle cose grandi. Il rimpianto costituisce lo snodo primario che attraversa il romanzo ma è ridisegnato in una prospettiva che sa di buono e positivo così come racconta lo stesso Orlando: “Il rimpianto è uno strumento interessante: è un’energia ed in quanto tale può essere distruttiva o costruttiva. Può portare rabbia, frustrazione e annichilimento o, al contrario, può portare a qualcosa di buono, può costituire una spinta e la voglia di fare altro, di riprendersi, di andare avanti. Viviamo in un momento confuso, ci si riempie la bocca di parole come libertà dimenticando cosa sia la libertà e che, in fondo, comprenda la responsabilità ed il rispetto dell’altro. Nella mia riflessione sulla percezione del tempo, viviamo trapassati da impulsi, immagini, notizie ed in un solo giorno sembra di viverne quattro. Anche questa velocità, questa corsa alle cose, al successo, è già un rimpianto”.

Il rimpianto, la solitudine, la malinconia, i desideri, la motivazione. La vita di Nicola è una vita barocca. Per mezzo di questa, l’autore può toccare ed attraversare grandi spazi di riflessione. L’ambientazione palermitana negli anni difficili guarda all’anima sanguinante dell’isola ed a questa si accostano le vicende familiari del protagonista. Da qui la trattazione della morte come tema necessario, come rivelazione. Spiega Orlando: “La morte. Si muore. Impariamo ad essere liberi nel momento in cui sappiamo che moriremo e da lì la vita sarà più preziosa. Bisogna avere paura della morte per non averne paura”. La rabbia, la Sicilia e le sue piaghe ma anche la famiglia, l’amore, le passioni che muovono il mondo. Determinanti le figure femminili che Gianmarco Orlando ridisegna in Tatato, a partire dalla madre, creatura fragile e controversa: “(…)La detestavo nel periodo della vita in cui i bambini amano la madre. Ma è stato un bene perché crescendo l’ho amata con la sensibilità degli uomini (…)” (pag 21); e poi le tre donne che la superba ed accattivante copertina del fumettista Michele Pasta ripropone quali scure sagome a delineare le forme diverse che l’amore può assumere: “[…] a Emilia ti amo glielo direi cento volte. In un tempo sospeso tra gli universi. Non in un tempo reale. Lo farei nel tempo parallelo. Nelle linee temporali che si diramano da una storia d’amore finita. Gli universi paralleli in cui tutti gli amori che abbiamo perso continuano. In quel tempo ci si ama anche quando l’amore finisce […]” (pag 52). 

Sono centotrentaquattro pagine di vita, opera di un venticinquenne messinese dalla maturità importante e dalla personalità tanto istrionica quanto malinconica. In fondo a queste, Nicola Beninati ritroverà gli applausi del pubblico, “[…] Non sono scroscianti, né eleganti e fieri; sono scomposti, come il vero orgasmo. Sono accompagnati dal calore delle lacrime. Le mie lacrime e le loro” (pag 134). Ed è il Paradiso per più di una ragione che solo la lettura completa del romanzo riuscirà a svelarVi.

Gianmarco Orlando nasce a Messina, classe 1993. Consegue i suoi studi a Roma nell’Accademia teatrale del Brancaccio. Il mondo della recitazione lo fa avvicinare immediatamente al mestiere della scrittura. Inizia a realizzare i suoi primi testi teatrali, tra cui: Il curioso caso della signora Hudson, Com’è profondo il mare e Il bar da Liborio, messi in scena con la propria compagnia: La compagnia del caso. Tatato è il suo primo romanzo.

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