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Impressionismo e crisi nella poesia di Diego Valeri

Diego Valeri è stato per lungo tempo un poeta popolare, spesso antologizzato in volumi per le scuole primarie.

La sua produzione primo-novecentesca è stata piuttosto opulenta. L’esordio risale addirittura al 1908, con Monodia d’amore; successivamente pubblica Le gaie tristezze (1913), di cui 17 poesie confluiranno poi in Umana (1915).

Lo stile di quest’ultima raccolta è, a detta di molti, decisamente impressionistico, accosta piani sensoriali diversi secondo varie prospettive di visione. In realtà si riscontra una grande profondità filosofica al di sotto della superficie formale, anche se il compianto Luigi Baldacci aveva visto in Valeri solo <<il poeta dell’oggettivazione>>.

Glauco Viazzi pensa che Umana rappresenti il culmine della crisi valeriana e che, nella successiva Crisalide (1919), non si esca ancora da tale empasse.

Questo assunto trova conferma nelle pagine di Gianfranco Contini, il quale parla di <<dislivelli interni in Umana>>, riferendosi in particolare al marcato espressivismo paesaggistico e alla delicatezza infantile di alcuni passaggi. Altri critici vedono questi difetti in maniera più attenuata. Paolo Zublena ha scovato arcaismi e stilnovismi accanto agli infelici termini infantili, delineando dunque un <<generale decoro>> del poeta; Galimberti pensa invece ad una <<sommessa nobiltà>> insita nel verso di Valeri.

In una lettera del 1927 all’amico vicentino Piero Nardi, il nostro si lamentava dell’oggettivo fraintendimento critico nei confronti della propria poesia. In effetti, pensando a motivi filosofici come quello del “sentire il tempo” in “Mattino d’estate” (“E il cielo: tutto una malinconia/ muta uguale infinita,/ grigia greve compatta:/ un coperchio di piombo su la vita”)  o della “dilatazione sul vuoto”, di matrice simbolista, qualche dubbio sorge. Valeri risentiva molto delle letture giovanili dei simbolisti franco-belgi come Samain o Jammes (da un verso di quest’autore prende il titolo Le gaie tristezze).

Secondo le puntuali ricostruzioni che ne ha fatto Matteo Giancotti, Ariele – del 1924 – sembra il libro della svolta definitiva (lettera a Nardi datata 8 febbraio 1924).

Una complessa inclinazione al pascolismo è attestabile soprattutto in Umana, assumendo risvolti nominalistici associati all’attitudine visiva (ipotesi di Luciano Anceschi).

Mengaldo ha parlato di un <<pascolismo immediato che agisce a tutti i livelli>> anche se, a partire da Crisalide, risulta voluto e meditato. Una lentezza congenita nella poesia di Valeri deriva invece, secondo Silvio Ramat, dall’abitudine a far precedere un sostantivo da una coppia aggettivale (“… lunghi rombi tremuli/ di due campane gravi”, in “Mattino d’estate”). Questa lentezza viene esasperata in certi passaggi dal sapore leopardiano, composti per aggettivazione ternaria legata con asindeto (“Il cielo, scialbo, tremulo, accorato”, dalla poesia “Canale” della raccolta Ariele). Zanzotto fa eco a quest’affermazione, pensando ad un colorismo tonale post-simbolista, con un trascorrere ‘pigro’ della costruzione poetica delle immagini (“Dalle schiuse imposte/ filtra un freddo biancore, un fiato bigio,/ un livido barlume: del colore/ della vita”, da “Risveglio” della raccolta Crisalide). Uno stilema valeriano di stampo simbolista contempla una certa impossibilità a definire le ‘cose’, rinforzato questo da un uso armonico di sinestesie e avverbi in -mente: un insieme che porterebbe a definire Valeri quale poeta ‘impressionista’. Tuttavia, in Umana, la riflessione tocca pieghe ontologiche, ad esempio nel tema dell’ineluttabilità della morte. Il modello in questo senso è Ada Negri (“morire tutti i giorni un poco”); in “Mattino d’estate” si legge: “sento che se ne va,/ che si stacca da me la giovinezza,/ che muore in me tutti i minuti un poco…”.

Tacciare ancora ai giorni nostri Diego Valeri di facili superficialismi, alla luce di quanto è emerso da studi recenti soprattutto dovuti alla dovizia di Matteo Giancotti, ci sembra francamente un’ingiusta disattenzione alla quale porre rimedio.

Diego Conticello

cfr. Matteo Giancotti, Diego Valeri. Padova, Il Poligrafo 2013.

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