Antonio Devicienti su “Cotone” di Martina Campi (buonesiepi libri, 2014)

Ad agosto Carteggi Letterari si prende una pausa e sospende la programmazione ordinaria. Riproporremo post apparsi nel secondo anno di attività. Il primo lavoro critico di Antonio Devicienti per Carteggi Letterari che si concentra sulla raccolta “Cotone” di Martina Campi (pubblicato il 31 agosto 2015).


Antonio Devicienti su Cotone di Martina Campi

copertina-cotone-ritagliata

Cotone di Martina Campi è volume caratterizzato già nel suo aspetto dal bianco ed è un oggetto-libro davvero bello nella sua sobrietà: ovvio, visto che esso è edito da buonesiepi libri, più che una casa editrice, una filosofia dello scegliere testi e grafica da proporre ai lettori (lo steso progetto grafico è di Officina delle immagini / Alessandra Roccasalva) e la lepre di düreriana memoria, disegnata da Francesco Balsamo e che compare in prima e tra risvolto e quarta di copertina, sembra volerci guidare attraverso pagine di nitida bellezza. Cominciamo dalla nota del primo risvolto di copertina a firma di Giampaolo De Pietro, essa stessa poesia: “Questa è scrittura chiara e dura a rompersi, e ha il suo fondo di trame trasparse e nere, corporee, ad angoli di pelle, che abbiamo sangue che scorre, e che impaurisce. Si raggiunge, allo spezzarsi della fibra del cotone, il soffice, l’equilibrio sul filo a tutto corpo, che l’intorno ha il respiro trattenuto, mentre il funambolo trema di fiamma e acqua, quasi fuma, va, pur sapendo che niente sa: è già caduto, del resto. È di cotone, e non si scioglie, ma freme, esiste, canticchiando tra confusione e passato prossimo, ora e qua, è un corso dall’andatura appena appena avverata, atterrata magari a voce, girando in quota alla vita con la natura di un filo d’erba che chiede agli altri di restare, e fare prato, cotone, respiro”, poi, entrando nel libro, ci accolgono le parole di Emilio Villa scelte da Martina Campi: «Sembra tutto così, ma succede per sottile / indulgenza, e insieme non succede, ma si spalanca». È una sorta di viatico e di filo d’Arianna per attraversare testi talvolta impalpabili e sommessi, ma che, in realtà, sanno spalancare e mostrare gli abissi che ci portiamo dentro o davanti ai quali giungiamo durante il nostro percorso esistenziale. E altro viatico è costituito dai sei disegni di Francesco Balsamo che cadenzano le sei sezioni di Cotone – per chi non conoscesse (ahimè!) l’arte di Balsamo dirò brevemente che si tratta di disegni a matita eseguiti con una tecnica capace di cogliere nel medesimo tempo il particolare di un oggetto, di un ambiente, di una figura umana, inscrivendolo in un moto di enigma e d’interrogazione, sia grazie alla natura dei tratti di matita che sanno suggerire il movimento e anche il fatto che corpi e oggetti sono immersi nell’aria e nella luce in perpetuo movimento, sia per la scelta di “ritagliare” o “inscrivere” il disegno in figure geometriche che le fanno sembrare incollate nel bel mezzo della pagina bianca o, talvolta, le fanno dialogare con altre figure geometriche sulla stessa pagina.
Scrive Martina nel primo testo:

Tutte le persone
oggi avevano caldo
e scarpe aperte

dalla maglietta e dallo zaino
residui del giovedì.

Aria, un profumo
ch’è ricordo;

si parte da qui
che c’è la luce giusta.

Mah. Dipende da come
si alza il sole, mi hanno detto.

(pag. 9)

Che cosa significa comporre poesia dentro la realtà anche urbana contemporanea? E pongo la domanda ancora in limine al libro perché Cotone è ricco di strade, finestre, muri, balconi e persone (corpi) che vivono letteralmente immerse in una tale realtà con la quale la voce poetica registra le interazioni sia fisiche che mentali; non a caso leggiamo infatti quell’attacco (Tutte le persone) che dice subito di un’attenzione antisolipsistica al reale; poi, dipanandosi come sottovoce (le scarpe aperte, la maglietta, lo zaino), l’andamento della scrittura approda all’aria, un profumo / ch’è ricordo dal quale partire, quasi fosse l’attacco o l’intonazione della giusta melodia e il sole che si alza (o meglio come si alza) è la significativa premessa per un modo di poetare che presta attenzione alle sfumature cromatiche e sonore, a quei dettagli che, a ben guardare, determinano i moti del sentire e del pensare, del relazionarsi con se stessi e con il mondo.

Il viale si arriccia
sotto la carta
da regalo e
fiocchi.

Gocce d’acqua smossa
dalle pensiline
e correnti distese

verso gli indirizzi appesi.

Con tutte le carte
in mano
si resiste nuotando
a tentazioni

(e)

sbadigli
pensili.

Ancora qualche monetina
tintinna tra i ritmi
in tensione
d’incedere. Sorrisi, da snocciolare.

(pag. 10)

Il testo poetico si presenta come uno spartito, anche se certamente (e ben a ragione) Martina Campi vuole che il suo libro venga letto e apprezzato in quanto libro di poesia; ma non resisto alla tentazione d’immaginarmi Cotone detto da lei, con le modulazioni della sua voce che sembra sempre emozionata di manifestarsi, felice di comunicare, attenta alle pause e alla pronuncia corretta, sensibilissima alla musica con cui sempre dialoga: e allora, dopo l’immagine vagamente surrealista del viale che s’arriccia (probabilmente il tempo è quello di una festività), ecco uno dei leitmotiv della raccolta, la pioggia, ma voglio soffermarmi, a titolo esemplificativo che spero potrà valere per ogni altro testo, sulle valenze sonore, senza le quali sfuggirebbe una delle anime dell’opera e per esempio sul ricorrere dei nessi con sibilante -sm- -ns- -st- -rs- -sb- (smossa, pensiline, distese e successivamente verso, resiste, sbadigli, tensione, snocciolare) che suggeriscono lo scorrere dell’acqua, ma che, non lo si trascuri, vanno pronunciati tenendo conto anche della durata dei versi e dei salti strofici, vanno associati ad altre sonorità tra di loro in connessione, come, ad esempio, monetina / tintinna tra i ritmi / in tensione, per cui allitterazioni e anche omoteleuti costituiscono un’ossatura sonora fondamentale per l’intero libro. Ma gli effetti sonori non sono disgiunti dalle immagini risultanti né dal tessuto concettuale, si pensi soltanto a quegli sbadigli / pensili o, poco prima, agli indirizzi appesi. E che dire di quella (e) che, chiaramente, suggerisce un cambio di tono, isolata, tra l’altro, tra due salti strofici? È come se Cotone contenesse in sé il suo essere libro di poesie nate sia per la lettura che per la recitazione ad alta voce, là dove la pronunzia e le pause risultano essere elementi determinanti per il venire ad essere della poesia.

Le parole lasciate davanti alle stufe
i nodi a scaldare
non finite che parole non avevano
amore.

Nelle macchine chiusi,
a respirare
avvolti nei cappotti.

Altezza dei cieli domenicali che ritornano
gli spigoli sobbalzano,
le sedie con le giacche
le stufe accese
stanchezze intorpidite agli occhi

la tua presenza, qui.

(In fuga dai freddi).

(pag. 11)

In questo caso direi che il testo si costruisce per accumulo successivo di situazioni rappresentate tramite l’ellissi del verbo coniugato e che la metafora del freddo (evocato in absentia ricorrendo ad elementi ad esso antitetici quali le stufe, i cappotti e le giacche) conduce, rendendola molto pregnante, alla tua presenza, qui, vale a dire al calore dell’amore e in chiusura, come sarà per molti altri testi, isolato, tra parentesi e in corsivo si legge qualcosa che, credo, potrebbe essere nello stesso tempo un verso-clausola, ma anche una sorta di titolo posto inusualmente (ma quello di Campi non è un caso isolato) in coda al testo e che assume anche la valenza di un suggerimento interpretativo della lirica o una conferma a quanto il lettore avrà ipotizzato mentre leggeva. Trovo molto interessante questo lavoro che Martina Campi effettua sul testo evidenziandone la mobilità e la complessità sia concettuale che sonora.

È da prima che trovo
parole in giro

che sanno
di tante altre cose

le tue scie d’inverni tradotti

, a metà

tra nostalgia
e quell’altra
(impazienza)

del sentire
quel tanto d i spazi
bianchi

(pag. 12)

Qui si noteranno subito scelte tipografiche che confermano la natura anche di “spartiti” di queste liriche le quali, dunque, resterebbero dimidiate se si procedesse alla sola lettura mentale; la virgola ad inizio verso, pur rammentando certi stilemi di Cummings, suggerisce una pausa di maggior durata rispetto alla sola variazione strofica (non mi stupirei se volesse richiamare i segni di pausa di un pentagramma) o una cesura più forte, mentre il penultimo verso è caratterizzato da una visualizzazione dello spazio (il modo in cui è scritta la preposizione d i), per cui il testo sembra assumere una particolare tridimensionalità: la sua valenza concettuale, la sua natura sonora, il suo disporsi tipografico nello spazio della pagina. E discorso affine vale per la quinta strofa della composizione successiva, che chiaramente dimostra come Martina Campi abbia bisogno di forzare e piegare alle proprie esigenze espressive la sintassi e la punteggiatura ufficiali, servendosene per modulare la voce, dando al doppio punto, al punto e virgola, al trattino valori funzionali e necessitati dalla pronunzia della strofe stessa:

 (…)
la definizione di un obiettivo;
una piccola kunzite a portata di mano;
l’aprirsi all’amore innato degli altri; -che:

(…)

E sempre a pagina 13 leggiamo: «senza voce non si sarà colorati e, voltata pagina, abbiamo atteso / il suono / pausa del silenzio e poi: abbiamo saputo di muoverci / soltanto le mattine allungate / rintocchi di luce dalle finestre e incontri, per la via». Se si volessero cercare dichiarazioni di poetica, esse potrebbero trovarsi in questi versi: esistiamo perché abbiamo la voce e viviamo nell’apparente paradosso del suono “pausa” del silenzio, ma la migliore poesia sa quanto il silenzio dia senso alla parola, esattamente come fa la pagina bianca. Infine Campi riprende il leitmotiv della luce (qui essa, non a caso e con bella sinestesia, “rintocca”) e apre di nuovo il suo dire agli altri (gli incontri per la via).

È così l’addio di ogni giorno
la piccola morte che si ripete
mattina e sera
mattina e poi, sera
scorrendo.

Il paesaggio che si ripete
piccoli respiri sulla terra
piccoli respiri senza percorrere
quella morte che si ripete.

Poi, quando si torna,
c’è ancora il cielo.

(pag. 16)

Potrebbero essere definite “minimaliste” queste brevi liriche; in realtà lo stesso titolo, Cotone, allude, tra l’altro, a un vivere nel tempo che è fatto dell’accumulo di secondi che poi diventano ore e giorni, giustificando così la cadenza di testi delicati e tenaci proprio come il “filo” della vita; ma, più che al tessere, questo modo di poetare fa pensare appunto al dipanarsi del rocchetto intorno al quale è avvolto il lunghissimo filo di cotone che, a meglio osservarlo, è a sua volta costituito da due o più sottilissimi fili avvolti l’uno attorno all’altro, ripetendo la verità di un qualcosa che è nello stesso tempo fragile e tenace, sottile eppure resistente; o si pensa, anche, all’atto del cucire, il quale ripete i medesimi, piccoli e precisi gesti che, col procedere dell’ago, formano il ricamo o cuciono i tessuti: in questo modo l’autrice rappresenta il ritmo del vivere e del parlare, un respirare e un guardare che si profilano come una silenziosa eppure eloquente tramatura che, nel caso del libro, è la stessa parola scritta.

Poi quando si torna
c’è ancora un cielo
e colori come occhi

sbavature in curva
mentre si discende
come rosso sul braccio
che avanza

leviamo lo sguardo
agli aeroplani
ed è mattina,
da qualche altra parte

(Le luci del venerdì sera)

(pag. 17)

Ed esiste un’architettura sapiente, un “cucire” appunto le varie parti del libro in cerca di armonia e corrispondenza fra le parti, come in questo caso: il primo testo accennava ai residui del giovedì, questo di pagina 17, che è l’ultimo della prima sezione, esplicita il momento temporale, che è un venerdì sera – ma senza dimenticare che da un’altra parte del mondo è già mattina. Abbiamo percorso, ci accorgiamo, l’arco di una giornata, ma grazie al dire poetico tale arco è fatto di diversi momenti ognuno conchiuso eppure infinito e il disegno di Francesco Balsamo f_balsamo

che contemporaneamente chiude questa sezione e apre la successiva rimanda al booktrailer del libro

in cui possiamo vedere donne vestite di bianco che cuciono e ricamano secondo una tradizione antichissima, al ritmo di una cantilena e di una gestualità che possono essere definite rituali e questi atti lasciano immaginare una dilatazione e una sacralizzazione del tempo, un abbandonarsi ai pensieri e ai ricordi e un volerli salvare.

Nelle conversazioni notturne, tenute per sogno,
le persone si attraversano annuendo,
corpi resti di lividi.

Le televisioni trasmettono immagini analogiche
da contorni indefiniti, che possono essere corretti
con una speciale messa a fuoco dello sguardo.

Le poltrone poi, sono quelle conosciute,
accumulate nella memoria, con le tappezzerie e tutto il
resto,
di qualche luogo appartenuto all’infanzia.

E ogni cosa è un messaggio (senza generalizzare,
né per la necessità di costruire coerenze),
regno d’altre sfuggevoli significanze.

Ogni scoperta fatta qui è piccola e raggelante,
segreto torbido, corpo che non ha materia
come quella donna, immobile sul pavimento.

Si vorrebbe fuggire, cercare i luoghi certi della pioggia
o sfumare soltanto, in tumultuoso silenzio:
ma il fatto è che non ha veramente sanguinato.

Anche i cori, sono lontani
voci senza gola, anime appartenute ai viventi
alito d’ombre e tamburi.

Il gatto, con polmoni piccoli di gatto, infine
prende la sofferta decisione di fumarsi una sigaretta

e lo spazio, che trasporta distanze lunghe come lunghe
bugie, si mostra noncurante di ogni altrove.

(pagg. 21 e 22)

Il libro che stiamo leggendo insieme può legittimamente essere definito una speciale messa a fuoco dello sguardo, specialmente se è vero che ogni cosa è un messaggio, ma ad una tale affermazione segue l’intelligente chiosa di chi non cede ad un simbolismo attardato e ormai insufficiente ad attraversare la realtà a noi contemporanea e sa che non c’è nulla di pacificato nel vivere, specialmente quando l’angoscia, gli spaventi, il male e il dolore si profilano inattesi (come davvero accade nella vita e qui è il corpo di una donna sul pavimento che non ha veramente sanguinato); infatti occorre tener conto anche degli stridori, delle discordanze, delle instabilità che venano il vivere: «le discordanze che tengono ancora insieme / questo giorno instabile / (…) / le azioni sono disperse nel passato / il futuro si compone di conseguenze» (pag. 23); ma comporre un libro di poesia, o un brano musicale, significa (e di questo non si è mai dimentichi, a meno che non si sia artisti della domenica) possedere consapevolezza del proprio respiro che, in accordo con il ritmo cardiaco, detta l’andamento del dire e del cantare e addirittura (dice Martina capovolgendo un luogo comune) ci ascolta: «il respiro ci ascolta / il respiro ci fa vivi. / I sogni ci dicono la verità» (pag. 24); i sogni, da associare probabilmente anche alla scrittura poetica, ci rivelano a noi stessi, ragion per cui scrivere (e cantare la parola scritta) significa anche ripercorrere il sogno che svela l’inconscio.

Le catene di pioggia si rovesciano, allagano
e le strade di campagna si confondono coi fossi incolti
e le auto coi finestrini serrati azzurri si bloccano
e la città, vista da qui, sembra un miraggio.

Gli anni luce impiegati dal tempo non hanno tenuto conto
dei fili, dei legami, di un giubbetto inzuppato,
dei lacci delle scarpe, della suola, della gomma,
la scelta di non conservarsi a ricordo;

queste stagioni, di taglio impreciso, non hanno tenuto conto
di una bicicletta nera col cestino del pane, un soffitto bianco
sfondato da piedi bambini in fuga.
Di una voce che ha smesso di farsi sentire, da questa parte del mondo.

La città, vista da qui, sembra un miraggio
E gli alberi raccolgono pioggia tra le foglie
E noi ci facciamo acqua, sgocciolanti dai vestiti e dal volto
E portiamo in salvo le nostre borse, dalle correnti.

(Tutto intorno a noi).

(pag. 26)

Le piccole e piccolissime cose, apparentemente trascurabili e transeunti, meritano in questo libro, invece, memoria e salvezza, sono “un tentativo di restituzione”, per dirla con Sebald e la lieve malinconia che traspare dalla pronuncia dell’autrice è la stessa malinconia che sente ognuno di noi quando si sofferma a contemplare più da vicino e a tempi dilatati i piccoli oggetti che accompagnano la sua giornata e che si rivelano, improvvisamente, non “cose” da usare e da mettere da parte quando più non servono, ma piccoli magneti che attraggono e accumulano le storie del nostro quotidiano per poi perdersi per sempre o che, come splendidamente dice Martina Campi, compiono la scelta di non conservarsi a ricordo.
La pioggia (e anche, altrove, la neve) non assume ovviamente il ruolo di semplice fenomeno atmosferico, ma è senhal di una realtà in continuo movimento e mutamento e che letteralmente avvolge il soggetto senziente, ché in Cotone si coglie frequentemente proprio questo stare della voce poetica dentro gli ambienti (chiusi o aperti che essi siano) e di respirarli o di esserne respirata.
E infatti leggiamo (non a caso proprio questo testo conclude il booktrailer del libro):

Non è per piacere.
Non è per dolore.
Non è per spezzare
il corpo in due –

Ci interroghiamo sugli esiti,
come rondini stonate
all’arrivo dell’estate.

Ed è per sentire
fino a dove si può sentire

ed è per guardare -misurare,
quanto piccola e sottile-

la circonferenza che raccoglie
la differenza,

tra l’esserci o svanire.

(pag. 27)

Sentire, guardare e misurare: ripetiamoci questi verbi, non casualmente all’infinito e ripetendoceli realizziamo che sono essi a guidare la voce di Campi; li ritroveremo ancora più avanti.
La terza sezione si apre con i seguenti versi: «Il silenzio delle finestre / ha parole d’altri spazi, / interstizi sottili illuminati di bianco, / decori del buio // (…) // non posso dire che gli spazi. / Piani che volano su altri piani. / I miei piani di non dire niente». Nel gioco di parole incentrato sull’omofonia (piani / piani) e che evidenzia la divergenza dei significati, si coglie la sottigliezza del dire una condizione esistenziale tramite il flatus vocis della parola, che, appunto come il cotone, sembra avere impalpabile natura e determinante presenza. Poi, come spesso avviene, è la realtà a imporsi con brutalità: «La donna urla da lontano (…) / (…) sopra la televisione / fatta a pezzi» (pag. 33).

Il resto è passeggero: odori voci teste
il resto invece è soppesato, cenere sparsa,
mai
sazia mai mai mai

le voci gli odori le voci le teste
l’attesa

—————————————-piovono

Niente che valga il buio del presente
che sia bisognoso davvero
il cuore bisognoso
da salvaguardare
accogliere in braccio,
consolare

scampata poi assolta scampata gravosa dissolta
precipitata ferita rovinata esposta, cenere.

(Cenere).

(pag. 35).

<

p style=”text-align:justify;”>Vedete come il suono, l’assonanza, la concomitanza sonora sono determinanti per l’autrice, ma mai disgiunte dal valore concettuale che si vuole esprimere? Come già in altri testi della raccolta la reiterazione del medesimo vocabolo e la soppressione o lo spostamento rispetto all’abituale ordine sintattico del verbo coniugato danno vita ad una tessitura sonora e concettuale che ha il proprio perno su di un moto innanzitutto affettivo da parte del lettore, poi razionale; il verso in corsivo è citazione da Neukölln di Giovanni Lindo Ferretti e stabilire un tale rimando significa sottolineare il tema del dolore entro il presente che tocca in sorte: «dove sono sempre stato / dove tornerò comunque / immobile lo spazio. muove il tempo. / puro movimento dove sono stato / sempre. / pioveva alla fine da un basso cielo / schermato a intermittenza / traffico di rumorosi colori in
sfondo grigio nero / pioggia tagliente su gelida atmosfera / pioggia tagliente. dura. / non c’è Futuro, inconsistente ora / non c’è Passato che significhi ancora / niente che valga il buio del Presente / spenta ogni luce indulgente / s’allertano i sensi, si restringe lo sguardo / s’affina penetrante / quello che non mi sono concesso / quello che non mi sono permesso
 / quello che chiude il conto adesso / – les jeux sont faits, messieurs – / s’insinua frammento, l’eternità / nella vita di un giorno e / niente / come da sempre». Si nota immediata l’affinità tra il testo di Ferretti e il libro di Campi, il comune interesse al tema del tempo e all’apparente paradosso dell’attimo quale infinito: il presente non viene ad essere il superficiale mordi e fuggi di moda, né l’assai malinteso e distorto carpe diem, ancor meno la deprivazione di orizzonte e di senso della profondità, ma una presa di coscienza radicale dell’accadere e del vivere come concatenazione di accadimenti, pensieri, sentimenti, percezioni.
E all’accoglimento, alla disponibilità nei confronti del mondo accenna un verso come il seguente: «La forma del corpo si fa conca» (pag. 38), con una consapevolezza che significa vigilanza dei sensi e della mente: «Nella sequenza successiva (molto più tardi), / l’acqua sprofonda in letteratura pericolosa / fissata a caldo dentro la testa» (pag. 40). Forse per questo è necessario il dialogo con un “tu” che strappi dal solipsismo e dal narcisismo:

Hai portato il sole e guardo fuori.

Il silenzio è necessario come la luce.
E ora, qui, non ci sono che fogli bianchi, ammucchiati.

Ho atteso tanto.
Tanto tanto ho atteso.

E ora.

Il silenzio è necessario.

(pag. 41)

Il bianco e il silenzio sembrano possedere numerose affinità, ripercuotendosi fin nella quarta sezione, la quale si apre con dei versi che recano in calce tra parentesi il verso/titolo la parola di un occhio (pag. 45), ribadendo quindi la coincidenza tra dire e guardare e approda a questo testo:

Come neve,
ricopre e poi disgela,
silenzia i rumori,
nel cielo artico

la stella del Nord
stilla anelli di latte.
Eravamo i soliti
a risalire le colline.

Apparteniamo al silenzio
ai ricordi cuciti di blu.
Sarà il rinvenirsi degli occhi.

(Canzone dell’ultimo inverno III).

(pag. 58)

Accanto al bianco s’installa il blu, colore della tradizione romantica, ma riconsacrato in pieno Novecento da Yves Klein, Giorgio Morandi e Derek Jarman; è interessante ritrovarlo a dialogare con il bianco del cotone e della neve, o di un gatto:

Quando è caduta la piuma dalle mani del vecchio,
il gatto bianco ha esitato: un batter d’occhio,
un soffio, e poi via.

Nella penombra della stanza
cantano i tocchi delle campane
e ci si prepara

a ridiscendere la pioggia.

(pag. 59)

Come scrivevo all’inizio i testi di Cotone sembrano essere anche spartiti all’interno dei quali i segni d’interpunzione, gli spazi bianchi e i salti strofici posseggono una funzione determinante; si legga la lirica seguente:

Le forme si muovono nella nebbia.
Hanno gambe e braccia.
Quello che non vedi.

Poi: blu.

Si ondeggia soffici sulle vibrazioni
le prime, a entrare
per i piedi smuovere
l’istinto amplificare
la voce dei sogni
attraversare

la distanza

dei corpi

in movimento

E poi, venirsene fuori con qualcosa
di completamente differente

per poco non accorgersi
di tutti i piccoli incantesimi.

Questo. È il luogo. Cui. Apparteniamo.

(pag. 63)

Con il suo stesso esserci un testo di tal fatta restituisce alla lingua e alla struttura poetica la propria funzione di ritmo e di canto, dalla brevità del verso acuita dai frequenti enjambements, ai versi isolati, fino alla radicalità nell’uso del punto fermo del verso conclusivo.
La sesta e ultima sezione è articolata in quello che si potrebbe definire un poemetto in nove parti dal titolo Dimmi che cosa vedi.

II

E dunque vi sorregge questa sconcertante certezza
d’una lingua di cui conoscete segreti.
E non si spezza e non s’affretta,
con le virgoline e le maiuscolette
tutte intente, sai.

Tende da portare, tende da sbrogliare,
tutti i perimetri di una partenza.

E poi, solo attenzione al fermaglio,
questa volta. Il fermaglio.

(pag. 68)

L’ironia della strofa iniziale vuol fare piazza pulita della sicumera con la quale spesso verbalizziamo il nostro vivere per ricordarci il nostro essere nomadi («io mi muovo e respiro», scrive Campi a pagina 74), anche quando crediamo di risiedere sempre nello stesso posto; l’immagine del fermaglio (per i capelli? per dei fogli? per le tende stesse?) ribadisce l’attenzione alle cose anche minime del vivere e la possibilità che ha il dire poetico di fermare, fosse anche per poco, quello che passa. Infatti: «e quelle cose portate fin qui / e lasciate sole / abbandonate sotto il buio / (…) // ci vuole qui qualcuno per amore / e non c’è tempo» (pagg. 69 e 70) – tutto Cotone è infatti attraversato da questo rapporto con il tempo (tema fondamentale anche nei libri precedenti di Martina Campi), un tempo dalla doppia valenza: esso è ciò che passa, che ci attraversa, ma anche contiene, allontanandoci da chi siamo stati e dalle cose, ma pure scansione del dire e del cantare, metro necessario della poesia stessa, spesso scandito dalla congiunzione “e” con cui hanno inizio non pochi versi della raccolta.
Leggiamo ora il testo conclusivo e della sezione e dell’intero libro:

IX

E poi perché ci vuole la calma,
sapete ci vuole la sorrisa,
la.. stortura ci vuole
mentre si fa il bucato, il seitan
il seitan, poi sbadigli enormi,
feroci balsamici o no, falò…

loro lo sanno e nella notte
si danno consiglio
con le ninne nanne,
con i bucati freschi salgono
ti baciano e t’abbracciano e chi sei
chi sei continui a dire perché
nell’armadio ce n’è uno uguale
nuovo nuovo uno perfetto nuovo nuovo
e tu sarai nuovo anche tu
presto questo freddo anche tu.

Il freddo, il freddo è il saio
il tuo saio per dormirci
stanotte sai per tradurti
ciò che sai tu lo sai
tu lo sei ciò che sei.

(pag. 76)

Poesia è anche forzare la lingua, talvolta inventarla o contaminarla ed ecco la sorrisa, di marca squisitamente castigliana (la sonrisa) perché l’orecchio ha bisogno qui di un sorriso, ma femminile (a pagina 72 ci sono «tasti caramello / e fogli pergamenta» e «coscientezza»); nella lirica appena letta s’aggiunge la stortura (e non saprei dire se c’è un’allusione ad uno dei libri più polemici e irati di Jolanda Insana), poi segue tutto quel bianco (i bucati freschi, il freddo come un saio) e c’è la conclusione con una rima imperfetta e significativa tra «sai» e «sei», ché l’italiano permette, almeno al presente indicativo, la concomitanza tra sapere ed essere, ma tutto scaturisce dal «tradurti» che probabilmente è un altro modo di chiamare la poesia e il canto.

Antonio Devicienti

5 pensieri su “Antonio Devicienti su “Cotone” di Martina Campi (buonesiepi libri, 2014)

  1. Una delle scoperte per me più luminose degli ultimi tempi. Bisogna ascoltarla la voce di Martina, perchè è l’oralità che completa tutta la forza magica della sua poesia. Per un accostamento con la musica che le è tanto cara (e quanto si sente!) , quando la ascolto mi fa venire in mente l’indimenticabile Elliott Smith. grazie infinite ad Antonio Devicienti che , come sempre , accompagna magistralmente nei libri.

  2. Dopo qualche giorno dall’uscita di questo scritto… mi trovo quasi in un imbarazzo nel piacere che ho provato allo scorrere delle righe, mentre leggevo. Un grazie per la lettura approfondita fa ridere solo digitarlo… Quello che Antonio Devicienti ha dato al mio libro è molto di più. E questo di più vorrei renderlo intatto con le mie parole direi quasi sbalordite e naturalmente grate, ma non lo ritengo veramente possibile, perciò cercherò di essere più onesta che posso, nel dire che sentire le proprie parole lette e poi riportate con tanta appassionata attenzione, serietà, fino al’interno dei minimi particolari e poi riportata come offerta di lettura gratuita, pulita, chiara, è un dono che mai ci si potrebbe aspettare, e per il quale sono davvero davvero grata e senza parole. Mi piacerebbe che qualcuno condividesse qui sotto le proprie impressioni, così come ha fatto il caro Christian Tito, che mi onora con il suo commento, e che ringrazio col cuore. E’ una pagina unica, per la quale Antonio Devicienti ha avuto grande cura e alla quale ha sicuramente dedicato un grandissimo lavoro. Ti ringrazio meglio che posso, e vorrei aggiungere chissà cosa per far appiccicare i miei sentimenti sulla pagina, ma non essendone in grado, mi fermo qui. Con la parola più semplice e vera: grazie.

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