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Nella colonia penale

Ad agosto Carteggi Letterari si prende una pausa e sospende la programmazione ordinaria. Riproporremo post apparsi nel secondo anno di attività. Viola Amarelli riflette su “Nella colonia penale” di Kafka a cura e con traduzione di Davide Racca (pubblicato il 27 agosto 2015).


Nella colonia penale” scritto nell’ottobre del 1914, a poca distanza dallo scoppio della I Guerra mondiale, è uno dei pochi testi pubblicati in vita da Franz Kafka e oggetto all’epoca di ben due letture pubbliche, evento pressoché unico nella produzione letteraria del nostro, per riapparire, dopo la censura nazista, nell’edizione dell’opera completa dell’autore praghese curata nel 1951 da Brod. Esce ora per l’editrice Zona una nuova versione italiana di Davide Racca, che ne cura non solo la traduzione, di cui dà ragione in un’apposita nota, ma anche una lettura politico – filosofica alla luce soprattutto degli studi, foucaultiani e non, sul potere e sui “dispositivi” di controllo, nonché l’illustrazione con  una serie di tavole di disegni – ”allusioni ottiche” come le definisce lo stesso Racca – che si configura rimando iconico assolutamente coerente a quel narrar per figure tipico della scrittura kafkiana.

La ricchezza e la varietà dell’approccio tripartito  del curatore-traduttore- illustratore convergono nel focalizzare i temi centrali del testo: la possibilità-impossibilità di una giustizia; la transizione di un potere indecifrabile e oscuro da un supplizio già pubblicamente esibito (con una scrittura che qui “incide” letteralmente la carne) a uno nuovo occultato da altre, svianti, forme di spettacolo; il “dispositivo” burocratico e tecnologico, parola chiave nell’interpretazione di questa “parabola”, come Benjamin definiva i racconti kafkiani; temi tutti che trovano nella rilettura di Racca una persistenza e attualità inconfutabili, caratteristica di ogni classico.

Riportiamo di seguito un estratto dalla sezione “Nel dispositivo della Colonia penale” da cui emerge, tra l’altro, come in Kafka il realismo estremo di una realtà incomprensibile si faccia simbolo della sua stessa inesausta risonanza. (Viola Amarelli)

Il sole sovrasta spietato l’isola dei tropici. Un viaggiatore vi approda solo per una breve esplorazione della colonia penale che la occupa. La madrepatria è lontana, ed è quella francese. Il viaggiatore si presenta al comandante dell’intera colonia, che immediatamente lo invita a una pubblica esecuzione capitale. Una prassi, questa, ancora tollerata, ma a cui non partecipa più nessuno. Non si dice nient’altro dell’incontro tra il viaggiatore e il nuovo comandante. Si lascia solo intendere che si tratta di un invito a partecipare a qualcosa come vecchie forme di supplizio ormai in via di estinzione.
Il comandante appare silenzioso rispetto alle vecchie usanze, ma, di certo, non indifferente. Non si spiegherebbe altrimenti l’invito rivolto al viaggiatore (che non si intende di procedure penali) di assistere all’esecuzione. L’invito, anzi, denota attenzione (seppur corretta da una certa distanza) nei confronti del macabro evento, e interesse a che qualcuno vi assista. E che questo “qualcuno”sia un semplice viaggiatore è un caso e allo stesso tempo un presagio. E certamente un caso funzionale al nuovo comandante, del cui comportamento, però, restano aperte alcune questioni: perché, in nome dei suoi poteri, non decreta la fine di una procedura antiquata e spietata? Perché continua a tollerarla? E, soprattutto, perché invita un viaggiatore a uno spettacolo di morte a cui neanche lui prende parte?
Il viaggiatore non sa quello che lo attende dalla visita (possiamo dedurne un certo pregiudizio culturale da medio cittadino europeo rispetto alle condizioni della colonia, e il suo disinteresse iniziale all’evento, cui si reca unicamente per cortesia, ci dice solo di una predisposizione d’animo in questo senso). La sua presenza lì pare non aver altro scopo che di fare una semplice esperienza di viaggio. Ed è qui che viene da chiedersi se il suo possa essere esclusivamente un vedere-per-vedere, oppure un vedere gravido di conseguenze. Il viaggiatore, ignaro, viene invitato, e al contempo inviato al truce spettacolo dal nuovo comandante (che a sua volta organizza continuamente spettacoli) come unico sguardo esterno sul supplizio. E di questo ruolo il viaggiatore assume contestualmente la doppia natura passiva e attiva, divenendone, cioè, testimone-involontario e giudice-suo-malgrado.

0 pensieri su “Nella colonia penale

  1. È un testo molto moderno anche per Kafka stesso, intuisce cose che le guerre mondiali ci faranno capire a nostre spese, tuttavia è un testo che non incide appieno come altri di Kafka proprio perchè meno personale, o forse perchè di ambientazione immaginaria, quando l’ho letto non mi ha convinto appieno come altri dei suoi capolavori.
    Resta comunque una interessante lettura di uno stile che gli altri europei e americani inizieranno a usare solo 50 anni dopo.

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