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Peter Stein intervistato da Laura Di Corcia

Ad agosto Carteggi Letterari si prende una pausa e sospende la programmazione ordinaria. Riproporremo post apparsi nel secondo anno di attività. L’intervista di Laura Di Corcia a Peter Stein (pubblicato il 18 marzo 2015).


Un professore va a fare visita alla sua famiglia di origine con la moglie, ma quello che doveva essere un momento di ritrovo si trasforma presto in un inferno, in cui emergono dinamiche relazionali malate all’interno delle quali la vittima, l’unico personaggio femminile, impara a galleggiare con un percorso di iniziazione alla legge della violenza e della sopraffazione. Per rispolverare lo splendido testo del Premio Nobel Harold Pinter abbiamo intervistato Peter Stein, uno degli indiscussi maestri del teatro del secondo Novecento, che ha finalmente coronato il sogno di mettere in scena la pièce (un sogno coltivato per quasi cinquant’anni, da ovvero da quando ha visto la prima mondiale a Londra).

(a cura di Laura Di Corcia)

Un testo con sei attori e in cui si respirano dinamiche familiari davvero asfissianti.

C’è sempre un’ambiguità, una contraddizione di fondo. Se è innegabile che la famiglia è la base che fonda la società, non possiamo nemmeno dimenticare che spesso è un covo di criminali, assassini, dove si conducono lotte a dir poco spaventose. Pinter per questo dramma ha scelto una famiglia che è una tana di serpenti, dove mancano le donne, perché la madre è morta. Gli uomini, a parte il fratello che torna con sua moglie, non sono sposati e vedono nelle donne semplicemente l’oggetto della loro libidine. Quando Ruth arriva, subito scatta il meccanismo della proiezione, laddove lei è percepita da un lato come un sostituto della figura materna, dall’altro come una puttana. Ma alla fine quel che conta è che la donna lotti per la sua dignità.

Ricordo che in una messinscena dello stesso dramma, Luc Bondy scelse per questo ruolo Emmanuelle Seigner, quindi una donna alta e bionda, molto vistosa. Qui invece abbiamo preso tutt’altra strada; come mai?

Luc Bondy ha scelto Emmanuelle Seigner perché è famosa, anche se non è una brava attrice; è semplicemente la moglie di Polanski. Invece il personaggio di Ruth deve essere assolutamente normale, è una signora sposata da sei anni con un professore di filosofia, con il quale ha messo al mondo tre bambini. Dev’essere quindi una donna ordinaria, ma anche saper diventare sexy e seducente e avere la forza di distruggere la virilità malata di tutti gli uomini che la circondano.

Questo testo, scritto negli anni Settanta, è ancora attuale?

Le condizioni della famiglia non sono migliorate, al contrario. La criminalità fra le pareti domestiche riempie molto e sempre di più le pagine dei quotidiani: c’è una grande crisi in questa istituzione.

Nei dialoghi di Pinter c’è sempre un sottotesto, qualcosa che non si dice ma che brucia, come se i personaggi parlassero sempre di altro e mai delle loro urgenze. Come ha fatto a relazionarsi con questo aspetto della scrittura pinteriana, comprese le pause e i silenzi?

L’importante è che la traduzione trasmetta almeno in parte la forza della lingua originale; in questo caso, si tratta di un linguaggio molto molto duro e legato alla corporeità. Difficile, quindi, trasportarlo in italiano, che è una lingua molto morbida e melodica. Abbiamo tentato di recuperare il più possibile le caratteristiche dell’inglese, ascoltando come la gente normale parla al mercato e nelle situazioni quotidiane, andando in direzione del modus cinematografico ed evitando l’aulico. Pinter ha mutuato da Cechov la tecnica delle pause, declinate in tre modi: ci sono i tre punti, che sono una sospensione, poi c’è la scritta “pausa”, che non è un vuoto, ma uno spazio in cui accade forse di più di quando si parla; infine c’è il silenzio, una lunga pausa, dove non si sa più come si va avanti. Sono segni di una partitura del parlato che abbiamo cercato di rispettare, scoprendo che in questi momenti di sospensione possiamo fare molte azioni e possono accadere parecchie cose.

Alla fine il personaggio di Ruth vince davvero?

Non si sa che cosa farà alla fine. Rimarrà lì? O tornerà a casa sua, col marito e i figli? Farà la puttana, aprirà un business? Quello che il testo evidenzia è che nessuno dei maschi ha più voce in capitolo sulla sua sfera decisionale. Il re ha perso il suo trono, ovvero la poltrona al centro della scena, e lei l’ha conquistato: il padre di famiglia mendica un bacio, qualche attenzione, ma Ruth non si muove. Rimane un sorriso enigmatico sulle sue labbra.


Foto di copertina: Peter Stein.


Nota Biografica:

Peter Stein. Regista teatrale tedesco (n. Berlino 1937), una delle figure più importanti della scena teatrale tedesca ed europea in ambito sperimentale. Formatosi con F. Kötner debuttò nel 1967 con il provocatorio Saved di E. Bond. Negli anni Settanta formò e diresse la Schaubühne am Halleschen di Berlino Ovest, dove realizzò alcuni spettacoli importanti su testi di B. Brecht, P. Weiss, H. von Kleist; raggiunse il successo con l’Orestea di Eschilo (1980); con lo shakesperiano Tito Andronico (1990); con l’analisi dei testi di A. Čechov, Tre sorelle (1984) e Il giardino dei ciliegi (1989). Dal 1992 al 1997, oltre a dedicarsi all’opera lirica (G. Verdi), fu direttore della sezione teatrale del festival di Salisburgo, dove portò in scena una serie di grandi spettacoli ospitando registi importanti e giovani del teatro pantedesco. Proseguendo il suo percorso di regista, interessato ai grandi progetti e all’uso alternativo dello spazio teatrale, nel 2000 (Expo di Hannover) ha realizzato l’imponente messinscena integrale delle due versioni del Faust di W. Goethe di cui nel 2006, come voce recitante in un concerto per pianoforte, ha realizzato l’Urfaust. Sono seguiti gli spettacoli Pancomedia (2001), la rivisitazione del mito di Pentesilea (2002), Medea (2004) di Euripide e nel 2008 I Demoni dal capolavoro di F. Dostoevskij, un kolossal di 12 ore che gli ha fatto vincere il premio Ubu 2009.

(Fonte: Enciclopedia Treccani).

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