Nenie domenicali: Radiohead, “A Moon Shaped Pool” di John Jay Sapuppo

L’Una: Bordo Piscina. Il nuovo Radiohead e comorbilità.

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Con loro nonno studioso nell’album, i Radiohead travalicano l’angoscia esistenziale che ha permesso la ricezione della loro musica, perseguendo una forma eterna come un disco-bolo.
Al netto delle rimasticature, il ritorno avviene nel grande Stige.
Il gruppo, che ha intitolato questo nuovo album “L’una: bordo piscina”, ha una comprensione unica del mistero di come facilmente si può svicolare, o scivolare sul giallo d’una banana di velluto peelata la notte prima, strafatti, in puro stile hard parboiled di Hammamet.

Lo scopo della loro musica è sempre stato ossessionare fino al punto in cui le grandi verità induriscono i calli, dove l’insegnare puro incontra luogo comune e miseria. In passato, l’Old Thom Yorke ha sinceramente costipato i suoi test di lucumoni dei giorni d’oggi, per suggerire a una mente consumata da dati senza senso come sul n’uovo albume ci si muova al di là della cultura etrusca. Ma il Nuovo Yorke sta ora valutando verità più semplici in un registro finora inesplorato: torri e gemelli. “Questo va al di là di me e al di là di te”, canta in “Sognare i paraocchi aperti.” È il controverso paradiso della torrefazione bisaccaride.

“Siamo solo felici di servirci del nostro ventaglio di fan” (intraducibile gioco di parole). Non c’è rasoio nascosto sotto la lingua antiscivolo di Yorke mentre egli offre questo pensiero sulla musica perlata che circonderà… Yorke ha flirtato con la resina emotiva prima e su “L’una: bordo piscina” è ancora lì che ci ripensa. Per le nuove generazioni il suo nuovo lavoro va in figliodiffusione a tempo pieno.

L’album è incorniciato da due vecchi pezzi di musica che fungono da palombaro per le acque scure sconosciute all’interno del n’uovo albume. L’apertura di “Burn the Wicca” è stata presa in giro, in una forma o nell’altra, in quanto Scherz-A col fuoco.
“Questo è un attacco a bassa quota di panico” Yorke annuncia, rimandando in modo esplicito al rammarico d’incidenti aerei mai avvenuti, con polmoni d’acciaio e lupi alle porte. (In realtà, molte delle liriche delle canzoni “Evitare ogni contatto con gli occhi” e “Allegria a forca” sono apparse nell’album fotografico di Bush e sanno di lupini). Nel frattempo, con il fragile arrangiamento d’archi madernista di Johnny Boscoverde si rafforza l’angoscia per la spesa, trasformando l’attesa in un paio gigante di denti di Grignani per l’offerta che scade. Si tratta d’una spruzzata d’acido gastrico in faccia a una nuvola di moscerini scatenati tra vostri nervi cranici. Ed è solo l’immaginario che potete.

Tra i solchi si sente anche come un esorcismo a quanto segue: un tuffo in qualcosa di più spaventoso rispetto al complesso militare industriale, o alla natura insidiosa della vitamina, o all’inquietante tendenza della natura umana verso l’obbedienza ai ciechi. Yorke, separato dalla sua compagna ripetente di 23 anni e madre dei suoi due flipper, lo scorso agosto produce un “Identikit” per chiunque l’abbia vista, e con cuore spezzato fino a far piovere: canta “Quando ti vedo a messa, io non lo voglio sapere.”

Ciò non vuol dire che questo è necessariamente un album allegato a “Speak up”. Le separazioni dal cellophane (in particolare quelle che coinvolgono i gemelli) si dipanano alla solida luce del giorno, con seghetti e lische di controllo. Anche così, l’impatto d’un trauma è una sorta d’incidente d’auto dell’anima; è pulsante, e anche sexuato. La musica, che qui si sente sciolta e liquidiccia, è costruita come per poter essere il terreno zero dopo una tragedia. “C’è un veicolo spaziale che sta bloccando il cielo”, Yorke osserva sul “Ponte scuro”, come se voci di coralli gli passassero sopra la testa. La scena è diritto di tutti dal 1997, ma qui Yorke non suona “teso”: l’imminente invasione non lo riguarda affatto, il dato di fatto è che è fatto.

Un titolo di canzone come “Occhi di vetro” allude a molti degli effetti morbosi di vecchia data su chi aveva dato loro credito, avvicinando il cd per leggere i testi. La parvenza di umanità in qualcosa di freddo e morto, o la violazione del corpo biologico da queste parti sono oggetti estranei ai concerti. La canzone è un flusso di sangue di stringhe direttamente nel cuore. “Hey sono io, sono appena sceso dal treno”: è Yorke che canta come se non gli bastasse la notorietà nei supermercati globali, e si tratta d’una immagine straordinariamente ordinaria: la Polaroid androide che ha scattato a se stesso prende in mano il telefono per dirgli che è appena arrivato. “Sento questo amore girare a freddo”, confessa come se glielo avessero chiesto, e un violoncello palpitante appare come un nodo alla gola; la canzone svanisce e ci sono degli accasciati sulla pensilina.

In tutto l’album, l’illuminazione di tutti i giorni è sostenuta da musica di discarica larga per pannelli. Le chitarre suonano come pianoforti, i pianoforti suonano come chitarre, e il caffè sa di tè. “I numeri”, una canzone che parla dell’apocalisse imminente causata dall’onda di synth malevoli che accolgono il visitatore è un buio momentaneo piuttosto che uno spirito in gabbia. Mentre la canzone si costituisce, la band lavora su un groove che scorre, che si sentirà familiare ai fan di lunga data, come un tappo delle arterie, ma non c’era. Con le sue chitarre a chiasmo e un trambusto di ritmi psichiatrici essi servono per lanciare un lamento senza parole. È un suono che Radiohead ha trascorso gli ultimi dieci anni ad affinare, ma il guadagno qui è più profondo e più gratificante di quanto non sia “un po’”.

La dimensione aggiunta viene da Yorke, a cui le pompe spillano ossigeno fresco in canzoni oziose, molte delle quali esistite in forma di schizzo simile per anni. Sulla solitaria passione di “Deserta Islanda Disco” canta di un’esperienza epifanica: “Il vento impetuoso cigola il mio strumento aperto / Un flusso aperto / dal mio spirito scoperto”. Come una visione di trasformazione, ci si sente come all’inverso di Amnesiac . Nella “Piramide Canzonatoria”, dove i suoi unici compagni erano morti, qui sono resuscitati sarcasticamente.

E poi c’è “Waits, il vero amore”. È una vecchia canzone, nemmeno sua, che è stata in giro in varie forme per oltre due decenni, ma a differenza di “Brucia lo Yocca”, o di altri schizzi presi in giro e sbriciolati, gli irriducibili Radiohead la sciolgono a parte sul forum di Tom, accanto alle tende da campeggio. “Affogo le mie convinzioni” Yorke canta, “semplicemente per non lasciarle a galla”. Il messaggio che ci lasciano con questa canzone sta molto a cuore aperto ed è “basta che funzioni”. Chi ha sempre sentito come una ferita aperta la loro discografia, un geyser di eruzioni cutanee di terra bruciata, avrà un attimo suggestivo nella sua transumanza.

La versione qui è solo Yorke a un pianoforte, così riverberante ed eco-inzuppato che ci si sente come se avessimo bloccato le nostre creste al suo interno.
Yorke canticchia con tenerezza, non uscendo la voce dal petto ma dalle viscere. È cantato a una sola persona questa volta, non folle, una che non lo conosce. Nelle sue visioni mondane di “lecca-lecca e patatine”, i testi volutamente tabby mackerel, sono un riconoscimento del cliché, a lungo sottovalutato. “Non sto vivendo/sto solo ammazzando il vostro tempo” ammette a 47 anni. È possibile scrivere una riga del genere e impostarla nella musica; ma non bisognava farlo. È possibile miagolarla per anni di fronte ad adoranti milioni ma scatta l’airbag. Si può portare l’idea in giro nel vostro cuore e nella mente, ma senza rancore per il mondo. La verità, come sempre, si trova in bella vista, proprio lì in calci e strilli, panico e vomito. Alcune verità basta conoscerle per non volerle sentire sui dischi.

In conclusione “L’una: bordo piscina” suonerà adesso per tutto il mondo, ma l’anima approderà alla clausura e s’insolerà nella moderna apertura della musica sunnita. Ammetto un’impotenza molto più personale di quanto non abbia avuto il coraggio di scrivere. L’album dei Radiohead è rock come i sassi di Matera, e la band mantiene una resistenza molto dura per vanità; la loro musica è un labirinto di segni che è possibile scrutare in qualsiasi modo tu voglia.
E se lo fai, hai evitato di non farlo.

John Jay Sapuppo

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