Vito Bianco

a cura di Margherita Rimi

Bianco Vito. Poeta, critico d’arte e letterario (Caracas 1964). Ha vissuto a Roma e dal 2002 vive a Palermo. Ha collaborato con le pagine culturali del quotidiano “Il Manifesto” ed è stato vice direttore del periodico “Gente di Fotografia”. Negli anni Ottanta è stato redattore del quadrimestrale romano di poesia “Oceano Atlantico”. Ha pubblicato il saggio di critica tematica Senza averle sfiorato la mano. Storie e figure del desiderio sospeso (2014) e curato (con Daniele Moretto) Verranno giorni migliori. Lettere a Vincent van Gogh. Theo Van Gogh, Joanna Bonger – van Gogh, Paul Gauguin (2013). Il suo ultimo lavoro critico è Il posto del pittore. Las Meninas e lo specchio stregato.

Testi

(Da: Versi del non riposo, inedito)

Canzonette

Mia madre ha messo gli occhiali.
Ogni tanto la sento cantare
di una bocca inaridita, di lei
che pentita ritorna da lui
che forse la sta ancora aspettando
ma forse no.
È una canzone dimenticata
di una trascorsa folla di ragazze,
il tempo che mia madre era ragazza.


Commesse

I motori respirano ai semafori
nel riverbero di metallo;
ripartono agli incroci
nelle sere inserene, e mute
loro nettano in vetrina
seni artificiali ai manichini,
soffiano la noia delle commesse
ritte in abiti mutanti, e noi
le annusiamo passando
dalle scarpe agli orecchini.


Rotocalchi

Sempre gli amori di Stefania
di Carolina o i dolori nei giornali
comprati dai barbieri, le figlie
di una felicità che strappò
la madre alla finzione
per farla poi morire senza trucco,
con il sangue che si addensava
sulla bionda trasparenza di fantasma.


Un tetto

Qui accanto riparano un tetto.
Battono con mazze alterne
un tempo di tonfi ottusi.
Raschiano mani che non vedo.
Ruota la calce nel budello
per la frenesia che la produce.
Fischiano gli operai per allegria
mentre ascolto la pioggia che verrà.


Scena notturna

Non era facile resistere alla noia.
L’ora era tarda, passate le due.
Si udivano i grilli, la caduta
dei rami spezzati sui gradini.
Qualcuno di noi piegava il collo,
smorfie di stanchezza sfregiavano
anche il viso bello di Maria.
Michele sfogliava un erbario,
diceva le parti dei fiori, il nome latino.
Lidia si limava le unghie tenendo
un bicchiere di marsala sul ginocchio.
Martino fischiava in sordina
un motivo americano del Cinquanta
battendo il tempo col piede destro
calzato di vera pelle traforata.
I bambini dormivano da un pezzo;
il segreto è mandarli a letto in tempo,
disse la madre, e stese le gambe sul divano.
Gli altri erano fissati alle sedie,
apprettati nei vestiti estivi, la vista
ottusa nella luce attenuata del salone.
Una mosca descrisse una arco largo,
si posò su uno schienale.
Vuole morire al caldo, mormorò uno,
un suono che scivolava dal pensiero.
Poi si sentì chiaro un lamento:
forse un animale, più certo un vento.
Il suono, il verso o quel che fu
ruppe l’attesa, tagliò il cerchio,
stanò il male da ogni petto.
Lo capirono anche gli ultimi arrivati
ch’era arrivato il tempo di partire.


Orologi

Il chirurgo del tempo
con l’occhio di vetro puntato
sul cuore dei minuti
riallinea gli scatti al meridiano
dà linfa nuova
alla foresta delle ore.


Il miglior fabbro

Le nuvole passano piano sotto la volta
del cielo pisano, sopra la tenda dove lavora
il miglior fabbro della lingua inglese (così
aveva detto Thomas, che gli fu grato dell’aiuto).
Per sessant’anni, sta scrivendo, ho avuto
la durezza della gioventù. Poi alza
gli occhi al cielo distante per scrutare
le nuvole che nulla sanno di vanità
né di usura o del tradimento
ma lo guardano battere con le dita
sui tasti della macchina per scrivere
di come la farfalla trovò la fuga
da un buco nella colonna di fumo
e riprese a volare tra le piante.
Niente, pensa, è più sicuro di una nuvola.


Quasi un saluto

Per non avere più nulla da dire ci fermiamo.
Dopo la svolta le querce si fanno più rare.
Il punto del distacco è cento metri avanti,
la macchina scivolata via come per vita propria.
“Alle giostre era così, ricordi?” dice Michele,
alto e barbuto, lo sguardo da scampato.
(In mente ho l’autoscontro,
le macchine basse con i fianchi di gomma
che scivolavano sulla pista d’ alluminio
in quell’anno di freddo mai sentito).
Ci allontaniamo; il tempo sta cambiando
le foglie larghe tremano, risplende il verso
di un uccello staccatosi da un ramo.
Adesso avanziamo in colonna
ma uno di noi si guarda indietro
con occhi da pentito,
da uomo che certo comprerebbe
un destino a misura di follia.
A miglia di distanza, chissà dove
facile che in quel momento l’amico
ci vedesse ma dubito sentisse.
Così in tre avevamo rifatto la collina e sull’altura
un largo silenzio ci abbracciava
che somigliava a un ultimo saluto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *