Sebastiano A. Patanè-Ferro

a cura di Cinzia Accetta

Sebastiano A. Patanè-Ferro, nasce a Catania nel 1953 sotto l’acquario di febbraio. Fin da giovanissimo coltiva la passione delle lettere che comincerà a sviluppare con impegno negli anni ‘80 quando fonda il centro culturale e d’arte “Nuova Arcadia” salotto di poesia e sede di numerosi reading. Numerose le pubblicazioni in riviste e giornali del periodo, sia nazionali che internazionali. Nel 1994 pubblica la raccolta poetica “Luna”. Nel 2011 la Clepsydra Ed. pubblica le “poesie dell’assenza”. Nel Giugno 2013, esce con la silloge di poesie “gli angoli (aprono i loro acuti per ingoiarci)” datate 2010, introdotte da AnilaResuli, per conto della Smasher Edizioni e, sempre per la Smasher, nel febbraio 2014, il racconto “Ho incontrato un angelo”. Presente nelle antologie Metamotphosis, No job e Il cielo di Lampedusa editi rispettivamente da Versinvena, Smasher e Rayuela.

Testi

panorama con ponte

è una luna immobile che centra l’obiettivo
affrettandone la corsa sulle scale della notte

i sentimenti ibridi non hanno semi
e le salite si nutrono di scarpe
lasciando solo piccole schegge negli occhi
e le fastidiose luci di Lexinton avenue

vieni avanti principe rosargento
che dal seminterrato maschio ti chiamano
i feroci caimani non ancora assolti
e travestiti da cenerentole puttane
senza fede ma con la prenditutto-card

una fuga non risolve e fa crescere le somiglianze…
a che serviranno ancora i mille barattoli di lacrime
con tanto di etichetta e data
non era meglio una collezione di mutande?

e adesso mangia pure quell’aurora
così artica e indossa la vela esausta
ma quando il binario che ti attorciglia le viscere
si rizzerà in piedi dovrai togliere i lacci
e cercare la tua Africa e li il tuo albero
ormai vecchio di quarantamila anni
con abissi nelle rughe e ceneri per fronde


# 4 della notte

la morte ha forma di piramide
e moltiplica la paura ad un terzo.

confluisce il mistero nel sistema
che si annulla e si riprende
nel gioco dell’embrujo.

sinapsi traballante
il locale si allontana
e la sfera lentamente si trasforma.

mutevole è l’idea
l’Artefatto avanza
enunciando teoremi
e dona specchi replicanti.

dov’è il mio albero
in quale Africa oppure
la frazione franta dal fonema?

ha forma di piramide la morte
e saccheggia il sempre
con l’effimero.


Edith Stein

ho spento quell’andare un momento
quell’ascetico andare del tempo quel suono
cosi distraente e mi chiedo come mai
non sentivamo i profumi dell’autunno
o il frullio delle allodole che tornavano

dove saranno i martiri dell’idiozia umana
da quale fessura ci guardano
mentre continuiamo a vivere senza ricordo
l’odore del sangue bruciato

cosa starà pensando Edith Stein
dell’ inquisitore colpevole di non capire
il ridicolo

ho frugato nella memoria
tra le radici dei sogni
ma solo pietre ho trovato
con i loro milioni di nomi

avrà capito Edith perché
nel crocefisso c’era anche lei
e l’ingenua lacrima ripetuta ventimila volte

dove sarà


reintegrazione del niente

tutumtutum
tutumtutum

veloce sotto le luci
il treno fugge
verso il riscontro

tutumtutum

si armonizzano per simpatia
rumori e battito
tutum
cardiorotaia ferro-spugnosa
tutum
veloce sotto le luci
un bla – bla – bla
tonfo, sasso, orecchio,
– per carità –tutum

tutumtutum

invasione dell’ipotalamo
con micro devastazioni periferiche
estese al sentimento medio…

Dio quant’eri bella
lenta sopra le luci
diagnosticata “tu”
l’insieme disgregato dell’incognita

tutumtutum

decadimento proto semantico
del più semplice bbbbalbettare
senza più respiro da dare
né calendule post oniriche
confuse girandole
tutum
senza mani

tutumtutum

operiamo il transito
dal cobalto al chiodo
senza intermedie illusioni
– dritto al cuore, dritto al cuore –

tutumo elusioni? tutum?

batti ancora processore quantico
sulla “vetta della torre antica”
saccheggiata e senza luna
per quel fiume ditutum
parole senza spine

tutumtutum
tutumtutum

  • Firenze, stazione di Firenze –
  • qualcosa da dormire, per favore! –

tutum
tutu         m


senza titolo (a che serve?)

e non si aprono queste bolle nello spazio
non si frammenta la vastità di questo nulla…

è così statico il grigio senza macchie
quello che già ha assorbito ogni colore
e che ferma le città e persino i suoi morti

aspetto una bolla nel tempo che mi riporti a casa
deve la mente gira, gira…
dove in un altro universo senza schermi
rientriamo nelle regole di un’etica frenante
ma che ci libera le coscienze dalle torture della banalità

il mito che crolla non mi sorprende e non mi fa paura
tuttavia resta insopportabile la manomissione dei sentimenti
se l’agone cammina sulla stessa retta. Come son belle le statuine
che puoi farci quel che vuoi.
mi sposto di un minuto senza cercare un io grigio
ne gambe, ne colori, ma qualche vecchio poeta
che ha superato l’esame.

(chiamami…)

risorge la colomba
dal fiore contratto delle mani
si attorciglia alle vene
dove scorrono parole
e risale il flusso dei numerosi
cuori. Gemito e passione
lungo tutti i bui delle stanze
o sopra (o sotto) le savane della mente

affacciati dalle edere
e chiamami

resta

non c’è bianco nelle dalie
della serra non c’è verso…
si stagliano quelle parole
che ci fecero grandi e poeti
dalle curiose sintesi. No!
non voglio ascoltarle
spillare di suoni e baci
e spaghetti e scarpe rotte
ci rimpiange il divano
ancora disfatto
arreso alle mosche

resta – ti dissi –
nel miele

verso il tempio,
dove i richiami non mentono,
si scioglie l’oro nuovo

un manto cremisi ti spoglia
sul far della sera


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