Marilena Renda

a cura di natàlia castaldi

Marilena Renda è nata a Erice nel 1976, ha vissuto a Roma e Palermo e vive a Milano, dove insegna, scrive e traduce. È laureata in Lingue e ha conseguito un dottorato in Italianistica con una tesi su ebraismo e letteratura nel ‘900. Nel 2010 è uscita per Gaffi la monografia: Bassani, Giorgio. Un ebreo italiano e nel 2012 per dot.com press il poema Ruggine. Collabora ad Alfabeta2 e doppiozero.

Testi

Può fiorire anche la ruggine se un albero è vicino,
se foglie, spighe e cardi spingono e straziano
di una macchina la muscolatura; è questa
propulsione che ricorda allo scheletro teatrale
quando le sue estremità si provano a toccare.

Qual è la cosa che più amate di questi luoghi
che non conoscete? Quale anemia vi coglie
se intrecciate le mani alla trama screziata
di strade e piazze partorite domani?
Questa città è un nuovissimo sedimento

che non nasconde nulla a gru e scavatrici,
e non trattiene pietre impolverate, collane
ossidate, cucine corrose, lenti sbeccate,
piatti e quaderni, lavatrici e coltelli.
Acqua di palude, germe di malaria.

*

Gli abitanti ascoltano i battiti del bosco,
arrotano le gote, inghiottono i soffioni;
hanno lasciato il burrone del vento mangiare
il cadavere della città e gli spiriti di casa. Hanno
la bocca piena di mosche. Hanno la neve e un pasto.

Gli abitanti della città non temono i fantasmi;
le meduse hanno mangiato la polpa di conchiglie
cotta per i neonati; se gli uomini vogliono pane,
gli lasceranno i semi; se vogliono tornare,
dovranno fabbricare la strada del tornare.

Ieri una cucina, un cappotto, un tappeto,
un armadio di lane messe a maturare,
uno spicchio di luce, un campanile,
un arrotare di lame, un seme, una gallina,
un pane che gonfia sotto le coperte.

Oggi una spedizione alle mura, un’allegria di internauti,
un sentimento archeologico del tempo-cassaforte,
un seppellire domestico per poi disseppellirlo:
conficcare viscere nei vasi, aprire la bocca ai morti,
che disporranno del loro corpo ancora e presto.

*

Se porti la parola nella casa dell’ombra,
poggiala piano sulla soglia che accoglie.
Traduci cosa non più tua, affondi la foglia
in un ordine antico, in una lingua cieca,
siedi su una faglia che non sveglia il sangue.

Siamo nel buio, nel bosco, in questo passato
che è un masso erratico, un museo per insetti,
una casa malata. Un tempo erano amate le case
crepate, i morti che avevano il sonno negli alberi,
gli spacchi visibili fasciati dal tempo.

*

Perché le cose scompaiono, e non c’è strada
per trattenerle ancora un minuto sulla linea
del cielo presente. E questo fu imparato sulla via
delle rovine, nella direttrice imbastita dalla madre
il primo giorno che disse una parola e la terra

diventò un raschio di gomiti mai sollevati
dal suolo, un modo di consolare i fantasmi
che stridono i denti, che smettano alla fine
di ruggire attorno ai piedi di chi
cammina la terra che non trema.

*

Figura abbraccia un’altra Figura

Rarefatta l’aria
non c’è dio
caldo
a tenere accanto
questo
del tanto sparito:una puntura nel bosco,
un comando, una gara, dei segni.
Non c’è bisogno,
dirselo a mente:
copri col corpo il mio niente.

Figura vuole portare Figura in un altro posto

Vieni nella terra tra i vermi
nelle fiamme che fanno
e non fanno niente.
Quando tocchi un animale lo vedi che è vivo.
Hai paura che è vivo.
Ho paura,
lo vedo che è vivo

***

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *