Guido Ballo

a cura di natàlia castaldi

Guido Ballo, poeta, critico d’arte e letterario, è stato un protagonista del Novecento artistico. Nato ad Adrano (CT) nel 1914, il suo percorso di uomo di cultura è in gran parte segnato dalla presenza di Milano, dove visse dal 1939 e dove si legò ad artisti come Arnaldo Pomodoro e Lucio Fontana ed a poeti come Vittorio Sereni e Giovanni Raboni (e dove scomparve nel 2010). Docente all’Accademia di Brera di Milano, fu un grande innovatore nell’arte e nella poesia. Curò grandi mostre (quelle dedicate a Boccioni, Fontana, Munch e “Le origini dell’astrattismo”) e fu autore di diversi volumi dedicati all’astrattismo ( “Occhio critico” 1 e 2, “La storia dell’arte italiana”, “La mano e la macchina”) e si occupò di arte e letteratura sulle terze pagine dei quotidiani Avanti! e Corriere della Sera. Come poetà pubblicò varie sillogi, tra cui L’albero poeta(1966), con acqueforti di Enrico Baj e Lucio Fontana, I ricatti (1969), Mad (1970), Alfabeto solare (1973) e Sicilia controcanti (1975).
Non ignorando il rapporto tra parola e oralità della stessa, nel ’72 pubblicò un disco, Metràpolis, in cui recita alcune sue poesie con un accompagnamento musicale.

Testi

L’olivo di Sicilia    elàifa    elàia
olìvum    sui declivi    foglie lievi
che fremono al vento    elàion
lèios    òleum    si contorce al
sole    nel tronco    nei rami
con nodi antichi    àlev    per dare
tutto    di sé   elàia    olìvum.

(da “Sicilia controcanti”)


Il grido

Il grido della madre alla petraia
sopra gli occhi del figlio
bianchi nel sangue!

La siepe delle notti è diffidenza,
gli occhi attorno al morto
si guardano all’alba taciturni.

Il sangue dell’innocente
invoca nelle sere nuovo sangue
da padre in figlio.
Il silenzio chiama i secoli al lamento,
della madre, sulla petraia bianca

(da Mad, 1970)

***

Il groviglio

Dentro livida sacca io porto la foresta
di altre vite in esilio, risacca
improvvisi risvegli.
I fiumi oscuri passano da ombre
di atomi astrali viaggi nei millenni
per queste dita scarne:
l’impronta della mano già risuona
di sospese voragini.

Groviglio sempre in bilico
l’ossario del tempo.

Mi avvolge il notturno sudario
marea delle origini:
i suoni degli astri che girano,
stridori in altri cieli
i suoni dei pianeti dentro gli atomi,
la tastiera segreta.

Chi calmerà l’angoscia
del fanciullo tra i muri?
Crudeltà in fila di vetri
contro le isole ignote.

Viaggiano i grattacieli
nella curva sospesa
e quest’arsura cupa senza vento:
ascolto i sonni delle pietre bianche.

Distese abbandonate in altre vite
impronta chiusa
le foreste camminano si scontrano
scheletri di metropoli, colate
di acciaio i fiumi luce raggelati.

Il groviglio smarrito
groviglio ai precipizi,
i miei occhi non toccano
la lucertola morta nel cemento:

in me vivono ancora gli antenati
i selvaggi le belve
alberi nel sonno
delle nebulose.

Ali senza cielo sbattono
dentro gli spacchi,
scialbe lapidi: l’ansia del cespuglio
scoppiato tenerissimo al cemento
sotto il piede che passa,
follia liscia dell’indifferenza.

Datemi un punto fermo, solitudine
sui nudi precipizi:
dove cade, dove, l’universo
quando non gira più? Ellissi fluida
la macchina è sospesa. L’acqua chiara
lusinga da millenni: la scogliera
soggiace. Anche l’anima ormai
è come pietra friabile nel sole.
Datemi un punto fermo un solo appiglio
che sostenga l’esile filo disfatto
della trama in groviglio:
non basta più il sole che ci abbaglia.

Torrenti di frescura
alla gola riarsa, due satelliti
girano attorno alla terra:
è voce cupa rauca la notte,
ogiva nucleare in stratosfera.

Il groviglio m’involge
precipizi
quest’odore di muro gomma viscida
nell’agro che si scioglie.

Ascolto gli urti delle nebulose
preistoria assopita, l’esilio
dai perduti abbandoni in quiete d’alga.

Perché il fumo scava
ruvida scorza, l’intrico
della nausea: tocco il fondo livido
che sfugge, mani intrise di nebbia.

Ma al bambino di luna sull’asfalto
la ruota è notte
i bulloni del sangue
immobili pupille tra le ciglia.

Eppure quest’erba così verde
così fresca di cielo
ieri qui presso il muro non c’era:
mi ritrovo intatto
nella voce dei figli
tenui mani sopra l’erba.

Sentirsi ancora vivi
carne battito
respiro che si tocca:
dopo l’alba la notte
è sudario improvviso.

Sprofonda la luce livida,
i fili dell’intrico:
suoni stridono gelidi
pianeti in altri cieli
pianeti in altri cieli
mi ritrovo coi morti
“Un Martini un Martini”
cattedrali gotiche
una nell’altra in fughe.

L’impronta rossa è sangue
che cola in fiume dalle prime gole
sulla terra dei diluvi:
la formica rovina in follia
nella goccia uragano.

E il cielo è un luogo come un altro
non so chi pregare,
attonito stupore di cieli che girano,
l’erba spunta mite,
le gole che divorano.

Datemi un punto fermo un solo appiglio
strappi dell’universo
oscura l’impronta senza tempo.

Qui presso il muro
questo solo mi resta nel groviglio,
la mano che solleva,
il muro che so provvisorio
questa luce sospesa il
respiro di gente
appena intravista
lo stupore che sa di non sapere.

Questo solo mi resta nel groviglio
Groviglio ai precipizi
foresta invisibile sacca
la curva di esilio.

***

Origine

Òr-ior òrtus: nascita
orìgem oriente ur
l’origine ignota orìgo
orìgem òr-dium
origine-ellissi dove il
punto primo è sommerso
continuità-radici
seme albero cielo e ancora
radici la terra òrigem
òrtus occidente l’o riente

***

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