Giuseppe Bonaviri

a cura di natàlia castaldi

Giuseppe Bonaviri nasce a Mineo, in provincia di Catania nel 1924 dove vive fino al conseguimento della Laurea in medicina a 24 anni d’età; una volta laureato si reca a Frosinone, dove vive esercitando la professione di medico condotto fino alla sua scomparsa, avvenuta esattamente cinque anni fa: il 21 marzo del 2009. Ancorato alla sacralità di un’appartenenza metafisica, più che fisica, all’isola che gli diede i natali e che, come egli stesso afferma, in sé serba le fascinazioni delle terre di conquista: arabe, bastarde e selvagge per destino e geografica connotazione naturale; Bonaviri fonde, attraverso la sua esperienza letteraria – come rilevato da Elio Vittorini, suo primo estimatore e scopritore – la sua arcana, ancestrale e onirica visione degli elementi naturali con lo studio d’essi scientificamente affrontato e sperimentato, dando luogo e vita così ad un guazzabuglio letterario di fantasie e infantili reminiscenze, capaci di coabitare, fondendovisi perfettamente, al razionalismo empiricamente più scientifico che, partendo dalla meraviglia del mistero biologico, caratterizzano e ne fanno sua l’arte, il lavoro e la condivisione della conoscenza, con quella balzana – e ormai evidentemente antiquata – idea, ch’essa possa servire al progredire del genere umano, serbandone tradizione, memoria e storia.
Scrive numerosi romanzi tra i quali ricordiamo: Il fiume di pietra nel 1964, Notti sull’altura nel 1971, L’enorme tempo nel 1976, Novelle saracene nel 1980, L’incominciamento nel 1983, È un rosseggiar di peschi e d’albicocchi nel 1986, Ghigò nel 1990, Il vicolo blu nel 2003; e quattro raccolte di poesia: Il dire celeste nel 1976, O corpo sospiroso nel 1982, L’asprura nel 1986, I cavalli lunari nel 2004.
Nel 2006 esce Autobiografia in do minore per i tipi di Manni Editore.
Nel 2005, in occasione del premio internazionale di poesia dedicato a Salvatore Quasimodo, lo scrittore fu designato a piantare un tiglio lungo il “Viale dei Poeti” sulle rive del lago Balaton, in Ungheria.

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Testi

“Il dire celeste”

da “la partenza”
Le donne chiesero Castità e Povertà
come luna duplicata nei topazi
e, in melodia, nei legni dei mandorli.
I bambini morti furono deposti
sui ciottoli fluviali in abbondanza di luce.
Algazèlia, signora delle rupi, quando
il giorno morì in un unicorno disse
di cercare la prima acqua che non ha zuffa d’onda.

*

E la schiera ripartì come eccelsi
luminamenti che per eccelsa selva vanno.
Attorno, non ventura di passeri ma,
in soperchianza, cielo. I zebulonesi
riguardavano per mirre e altissima
tersitudine il tramonto in rilucenza
su calamite e querce. Per pietre dure
le donne oscillavano nel vento serotino.

*

Il cantore a questo punto, girato nella parte opposta il cartellone, indicava in un quadretto un piccolo dio che, per radici e zolle, attratto e diffratto in particolari arborei, parlava in questo modo per mezzo della bocca dell’aedo, mentre attorno i contadini esclamavano: “Ecco il dio dei poveri!”, e si toglievano il berretto.

*

Cantava del dio dei poveri rivolto ai zeubolesi in cerca delle acque.

*

In un real manto di consensi
dai vostri sogni attorno
nasce innanzitutto lo spirito, e il lume
di onde in cui l’uomo si inacqua.

*

Ogni sorgente ha enigmi, pensiero,
meraviglia di ciò che è nato,
evo, tempo concetto,
uccelli, nutrimento, linfa.

*

In assenza di sorgente, e di vero,
andate nella notte della notte annegati,
o vecchi, salvatori, in perfetto
annullamento con e ninfe.

*

A voi sottostanno i metalli,
e cristalli, e ulivo, e Ariete
nel cielo: ohi costellazioni
che si imbrillano nella vostra anima!

nota: Agosto 1975 – Ottobre 1977
(poemetto incluso nel romanzo “Dolcissimo”)


La saggezza

la lungipensante Aribirnò disse
ch’era tempo di saggezza, visto
che il fiume e l’occhio della rosa
erano sangue, per cui inscrisse
delle lenule in un quadrato. Queste
contenevano la verde pavoncella,
l’oracolo dei sogni, l’etica del cielo,
la gran pietra della mite indole,
il tutto chiuso con la fune di canapa
dell’antigrammatico Amadìs il quale,
spezzata l’ampolla del riso, obra vana
s’era impiccato all’albero terebinto.

*

La misura

Quando la gru annuncia l’autunno,
bevi mistura d’artemisia e nero papavero.
Allora i suoni della tua voce si uniranno
aall’ombra della contrada di O,
rotta in fuori dal mare,
e a mezzogiorno del tuo pensiero
vedrai la luce della madre
che guarda i corpi.
Non più punto fermo
tu subirai la dilatazione del tempo
per incorporarti come ape di terra
nella causa dell’Esistenza, senza
dolore di nascita e di vecchiaia.

*

Shimòn

Shimòn con me accanto calcolava
l’altezza di Orione dall’ombra
cadente sui muri di Zebulònia.
Più in là,
traendo l’Incerto da vapori notturni
i cavalli e i ciechi meditavano
sul caduco fiore dell’ibisco e sull’Uno.

*

La ghiandaia

Distogli il tuo pensiero
dall’albero dell’immortalità
per concentrarlo sull’azzurra
ghiandaia che con fischi
chiama la tarantola sui sassi
e le macchie solari nell’assenzio.

*

Primavera

Madre, disseminando uova per questa terra
che ascende per burroni e spezie sulle rupi,
hai generato la fonte d’opale, la siliqua
del carrubo in quarzo e hai impietrito
il corvo sotto l’austro in rosso piropo.
Così, mi hai fatto particella illimite
d’un infinito tempo di cristallo.

*

Il vento

La cicala non vibra più sul sasso
quando il vento dal Passo della Gru
solleva sabbia e l’astro di Sirio
sulle torri del borgo addormentato.

*

L’essenza dello zero

Dal mondo sommerso, i vecchi con occhi
senza ciglia, infoscati di mercurio,
ascoltando un oriuolo derivano
da crepe, fossicoli, e limo
il planisfero celeste, il brulichio
della vita che fu, l’essenza dello Zero.

*

Il fabbricatore di cannocchiali

Bewar fabbricatore di cannocchiali
non aduso più al cielo,
da una grande fenditura scoprì
l’antiluna che amaranto trapelava
dalla duna e dalla cicogna Melic
ferma sulla rocca di Oribasìa.

*

Il vento di luglio

Se in luglio, figlio, senti il vento
che sull’altura dà parola
ai bianchi ulivi,
avrai la misura di quanto
s’aggrega e disgrega
negli infiniti contrari del Visibile;
se intrecci uccelli e pesci
e il tuo passo al mio
lungo la crespa corrente
nella quale sorge la luna,
rarefatto il tuo corpo ritornerà
alle immortali fanciulle.
Il gallo Polieno si rallegrerà
e cantando lo dirà alla Terra.

*

Il vasaio Zèphir

Il vasaio Zèphir donò alla figlia
‘Alqama quando fu sposa
una giara adorna di cavalle
per rinchiudervi il chicco
della grandine, il Pieno
e l’imponderabile vuoto.
Nella brughiera, settanta palme,
fra cui in filamenti e bioccoli
lavorò tele dipinte
in melograni e cinnamono in boccio.
Con acqua lunare, zaffiro
e creta azurra impastò
un Luglio gigantesco
e duecentonovantadue mila
anni abbaglianti che nei pianeti
segnarono gorgonie, silenzi,
inestricabili sentieri del tempo.
(L’estate dal remotissimo sole
s’accendeva su scorpioni,
sulla nonna Alùlia e lo sposo
che dal muro di lava approfondivano
la dottrina dello Splendente.)

*

Il violino

Per legare il suo pensiero
alla flora dei corpi celesti,
Ppss, della setta dei fisici,
suonò il violino sull’alba
infiammandola
per l’inversione dei venti
sulle vene sottili del sasso
e sul nodo durissimo dell’oro.

*

Le pietre

Sin dal settimo giorno del sorgere
della costellazione dell’Aquila,
i ragazzi Alìfio, Ozabèl e l’onagro Nun
nella pietraia osservarono la crescita
dell’ardesia, del diaspro e del calcedonio.
Nulla è certo per natura, ma pare
traessero nutrimenti da zolfi
sottostanti e da faville stellari,
anzi per concupiscenza il calcedonio
per le radici dell’asfodelo assunse
forma d’arboscello fiorito. Ozabèl
segnò su una foglia d’aloe
le disposizioni che lo univano
alle sensazioni e alle ombre
brillanti su quelle pietre.

*

Il sofisma

Si legge nel libro del Sofisma:
“Nella terra delle palme
l’infinita corrente delle api
apporta memoria e forma
alle radici, all’uomo dal piede
unghiuto, al verso epico trascritto
nell’ambra.
Lo spazio per codine d’elettroni
si tramuta nel tempo
in un’anfora di coccio: in questa
l’ardua morte è nulla”*


*nota: Il tempo, secondo la visione einsteiniana, è una variazione elettromagnetica del campo, per cui, in questo gioco fisico, la morte, integrando l’emisfero della vita, è nulla come totale dispersione, essendo essa come tanatodimensione la faccia opposta della vita.


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