Angelo Scandurra

a cura di Diego Conticello

Scandurra Angelo (Aci Sant’Antonio-Catania, 1948). Laureato in Lettere Moderne presso l’Università di Catania nel 1977, ha svolto attività di bibliotecario presso il Comune di Valverde, di cui è stato anche sindaco. È autore inoltre di alcuni testi teatrali e saggistici, nonché di prose brevi a carattere lirico. È organizzatore di incontri culturali e curatore di numerose mostre artistiche ed eventi concertistici con eminenti personalità nazionali ed internazionali. Intenso e particolare il suo impegno in veste di editore de Il Girasole Edizioni, casa da lui fondata nel 1986, la quale ha ospitato nel proprio catalogo autori del calibro di Ezra Pound, Federico De Roberto, Gesualdo Bufalino, Dario Fo, Tonino Guerra, Roberto Roversi, Giuseppe Bonaviri, Michelangelo Antonioni, Mario Rigoni Stern, Fiore Torrisi, Carlo Muscetta, Manlio Sgalambro ed altri. Fortemente orientata verso le cifre orfiche dell’ermetismo e del neo-barocco, la poesia di Angelo Scandurra tende ad escludere qualsiasi immediatezza tonale, necessitando piuttosto di continui svisceramenti di senso, di perpetue estrapolazioni di significato dalla massa cangiante e complessa delle metafore che ne contraddistingue l’andamento visionario e fortemente oracolare. Il tentativo di questo «lirismo incarnificato», dalla sofferta corporalità, è invertire la tendenza degli attuali registri prosastici; impossibilitata ad arrestarsi al solo livello «immediato», la parola sale dunque costantemente al «simbolico» e al «metaforico», per rimanervi come sospesa in una sorta di «apnea lirica». Il flusso compositivo è permeato da una lingua di scarna asperità, in cui la deflagrante energia dionisiaca è tutta concentrata sull’estremo risalto del senso. Persino la visionarietà è condotta alle estreme conseguenze, grazie ad uno stile sofisticato che pretende di essere continuamente decifrato, come di fronte ad un antico codice lirico redatto per impossibili enigmi, per sfrontate concettualizzazioni, per imprudenti metafore che cercano di riempire l’incolmabile vacuità dell’esistenza. Diverse le opere poetiche: Bagliori (1971); Mandorle amare (1973); Urlo di gabbiani (1975); Proposta per incorniciare il vuoto (1979); Fuori dalle mura (1983); L’impossibile confine (1989); Trigonometria di ragni (1993); Criteri di fuga (1998); Il bersaglio e il silenzio (2003); Quadreria dei poeti passanti (2009).

Testi

(Da: Proposta per incorniciare il vuoto, 1979)

Spada

Verrò da te.
Impugnerò la spada della libertà.
[…] legherò tigri alla prigione-vita,
libererò i fantasmi che la mano della reputazione
ha schiacciato nei ventri.
[…] Ordineremo canzoni disperate
per spezzare lo sguardo alle streghe.
Non potranno darci la vita né la morte.
[…] ci faremo crocifiggere sul monte
per salvare la speranza,
per infrangere le ossa alle stagioni,
per nascere e morire nella stessa ora.
Amore, vieni, corri. Non ci sarà un altro giorno.

(Da: Fuori dalle mura, 1983)

Processi in trasparenza

[…] Queste urla giungono dal confine:
la poesia va imparata a memoria.
Bla, bla, bla. Il poeta nacque…
il poeta è morto, la poesia è morta.
[…] Sulle scale della storia
siamo saliti a colpi di trovate.
L’uditorio è sminchiato, assoggettato.
[…] Bisognerà dimostrare che la letteratura
non è una minagione di parole,
che la poesia non si vende a chilo, etcetera.


Distanze

[…] Se torneremo alla luce
sarà per filamenti, per orme, per gocce,
per schizzi sformati, per sapori,
per connotazioni inverse,
linguaggi sparsi,
per figure nascenti nella notte.

(Da: Trigonometria di ragni, 1993)

Metamorfosi

È qui che scade la tracotanza
dell’eroe…
[…] Il nobile esercizio
impegna fino al tracollo,
spezza il tasso di libido,
educa al condono.
È qui che s’impacchetta
la libera intuizione
di occhi sull’orlo del divino.
Qui stralcio il dubbio della verità
e congiuro per la metamorfosi.

(Da: Criteri di fuga, 1998)

Criteri di fuga

Rimedi cercati
sul cuore del disagio
per la luna che muore
in controluce mentre
il senso cede folgorato
a vantaggio dei registri.

La luminosità è parametro
per profeti e re magi;
più lenta è la notte
per i gatti e per le mani
che afferrano il respiro.


L’idea dominante

Nello sconquasso di ossa
s’aggirano gatti
con unghie affilate
occhi spenti.
Demolire, demolire
lo spazio che intercede
senza ritrarsi
al minimo contrappunto.
Anzi ribadire,
accendere la metafora,
inveire contro il dubbio;
squarciare il velo:
toccare, toccare…

[…] Fuori (dentro) il tuo ventre
madre
sono una nota musicale,
un fiocco di sangue
col vezzo d’estinguersi.
Concepiscimi.

(Da: Il bersaglio e il silenzio, 2003)

Il bersaglio e il silenzio

Per colpire a segno bisogna che
regni verosimilmente il silenzio:
la parola può allarmare il bersaglio,
renderlo vibratile, quindi mobile.
Benvenuti allora gli artefici di suoni,
anche se assassini della quiete.


Il bersaglio e il silenzio

Conosco lunghe ipotesi
sul silenzio, ossessioni
quasi confinanti, il margine
degli archi è contraccolpo –
voglio ferite sulle carni
non perle leggere e suadenti.
[…] Più largo
si fa il nido e aspro il concetto.
A manomettere i criteri
sono bachi da seta e il bersaglio
è un frammento d’uccelli.


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