Pasquale Vitagliano

a cura di natàlia castaldi

Pasquale Vitagliano è nato a Lecce. Vive a Terlizzi (BA) e lavora nella Giustizia. Giornalista e critico letterario per riviste locali e nazionali. Sul settimanale Diva e donna ha scritto di cinema e letteratura per la rubrica Scandali e Passioni. Nel 2006 ha curato la sezione riservata a Italialibri dell’Antologia della Poesia Erotica (Atì editore). Ha pubblicato le raccolte Amnesie amniotiche (Lietocolle, 2009) e Il cibo senza nome (Lietocolle, 2011). E’ presente nell’antologia di racconti del Dicò Erotique per Lite-edition, curata da Francesco Forlani su ispirazione del Dizionario di sessuologia pubblicato dal francese Jean-Jacques Pauvert. E’ tra i poeti antologizzati nello studio A Sud del Sud dei Santi. Sinopsie, Immagini e Forme della Puglia Poetica, a cura di Michelangelo Zizzi (Lietocolle, 2013). Nel 2013 è stato finalista nella XVI Edizione del Premio “Poesia di Strada” di Macerata. Sempre nel 2013 è uscita l’ultima raccolta di poesie, Come i corpi le cose (Lietocolle).

Testi 

Anch’io a volte ho paura

Non so come dire
ma in alcuni momenti
ho paura
anche della mia ombra.
Ci penso e mi sembra strano.
Ho paura della mia ombra.
Sì, la mia ombra,
non quella di un altro,
l’ombra dell’assassino,
non l’ombra di mio padre,
l’ombra del diavolo,
l’ombra dell’angelo,
l’ombra di Syd Barret.
Sì, proprio la mia ombra,
non l’ombra di un cane,
l’ombra di un nemico,
l’ombra di un ladro,
l’ombra di una donna,
l’ombra di un vecchio amico.
Ma se ci penso non c’è proprio
da meravigliarsi. E’ la mia ombra.
L’ombra di me stesso.
L’ombra di tutto quello di cui
ho paura
in alcuni momenti.


Fine di un’epoca

Sono fatto di pellicola,
sottile, quasi di carta,
il digitale non è ancora arrivato.
Non mi è dato di tornare indietro
quando sbaglio, ricorro ancora
al bianchetto,
ed è incredibile che sia ancora
vietato.
Sugli errori spalmo un occhio di gesso,
fermo, lo fisso, s’insecchisce, sembra
una macchia di guano. Spero
che gli errori portino fortuna.
Ho visto una donna che piange,
la scena dura sette minuti,
qualcuno ha chiesto di tagliarla,
ma il suo uomo ha voluto così.
Non siamo pietre, dice lui,
lei infatti continua a piange per sette minuti.


La nuca

Fisso la nuca delle donne
perché gli occhi sono manchevoli,
ma mi colpiscono anche quelle
degli uomini, le nuche, la spina del collo.

Eppure non è il codice sorgente,
il vortice del corpo, ma il fuco
delle movenze e del linguaggio,
il punto radiante dello sciame delle azioni.

Dicevano che senza testa il corpo
non si muove, atassico, sgangherato.
E invece no. Parla, ricorda, mangia, pensa,
sempre allo stesso modo, visto da dietro.

Integro, intero, visto da dietro, ignaro,
sembra quasi un volo questo cammino
educato al discorso, quasi musicale, lento,
visto da dietro, indifeso, è commovente il distacco.


Solo Dio lo sa

Solo Dio sa il male che ci siamo fatti,
ma il punto è proprio questo, Dio,
quale Dio, un dio qualsiasi, oppure
il tuo Dio o il mio Dio. La cosa non è
indifferente.

Per non parlare del male che,
più o meno ignari abbiamo fatto
agli altri, che m’importa di più.
Avremmo provocato l’ira di Dio,
ma pure Dio si sarebbe confuso.

Ed anche se l’avessimo scatenata,
l’ira di Dio, di quello meno buono,
credi che ci saremmo spaventati?

Avremmo continuato a ridere
al cellulare, idioti senza gloria,
sicuri di non essere intercettati.

Nemmeno da Dio, uno vero.


Finiscila di aspettare

Questo posto non era niente di particolare,
qui non c’era nulla prima,
poi mio padre un giorno c’ha piantato un melo,
che non so come gli è venuto.
e mia madre in un angolo ha fatto crescere i capperi,
e sotto il solito cielo ha fatto spuntare un tetto di glicini,
e un mio fratello sull’ultima lingua di terra ha fatto un orto.
Adesso questo posto è cambiato davvero.
E’ diventato un giardino, ma io non c’ho messo mano.
Non ho fatto niente per questo posto.
Ero rimasto a casa deluso che non accadesse nulla.
Mentre questo posto si è trasformato in un altro luogo.


Non è che se togli le lancette

all’orologio hai tolto il tempo di mezzo.
Ti tocca trovare dove mettere
la scatola bianca, il quadrante inespressivo,
sperare che lo attacchino al soffitto
nel padiglione dei totem insignificanti.

Non ci sarà che affidarci alle ombre
dopo aver inutilmente cercato
le cinque pietre sulla sabbia di saturno.
Per finire seduti sfiniti sugli sgabelli
a sminuzzare coi denti biscotti senza sapore,
a sperare che le amnesie non siano un morbo.


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