Nunzia Binetti

a cura di Pasquale Vitagliano

Nunzia Binetti è nata a Barletta dove vive, dopo la maturità classica ha frequentato presso l’Università degli studi di Bari, prima medicina e poi lettere. Scrive poesie, recensioni e, come pubblicista, articoli soprattutto in web- per “Vivicentro Web Rassegna Stampa”-. Si interessa di saggistica e  critica letteraria. Sue poesie sono presenti in numerose antologie poetiche edite anche da Perrone Editore di Roma e dalla Casa Editrice Aletti. Una delle sue liriche “Effetto Placebo” è stata tradotta in lingua Serba e pubblicata nel 2011 sulla Rivista Letteraria “BIBLIOZONA” della Biblioteca Nazionale di Nis.  Nel 2010 la CFR Editrice di Sondrio ha pubblicato la sua prima silloge poetica dal titolo” In Ampia solitudine”.

Testi

Effetto placebo

Non è silenzio, è mutezza, la tua
e delle cose
angoscia cresciuta in un teatro
che mai e nulla replica.
Un filo di ferro raccoglie gli steli
li stringe, l’abbraccio è cesoia.
Le rose, le cose
il tuo volto di mezzo, la vita.

Ma datemi qualche rumore
che scuota di poco quei petali e poi di rimando
anche il resto, calato nel sonno.
Il solo vibrare sia effetto placebo, per me
audiolesa, sfinita dal guasto.


Archeologia

Se l’azzurro ha nel suo dentro
un grammo di viola che distinguo
stupe-facente anestesia
è nel verde sottobosco (sfacelo, rimessa di morte convessa),
dove
qualsiasi volo si spollina
che ne esco vinta
tra-secolata, pendolare, come
da un rientro dagli scavi di Canosa.

(Canosa di Puglia, centro ricco di scavi archeologici, limitrofo alla famosa Canne della battaglia, dove Annibale nel 216 a.C. sconfisse i Romani.)

Non solo suoni

Abbàssati di mezzo tono
quando m’immusichi e mandami
segni diversi, non solo suoni d’articolata bellezza.
Tornami brivido lungo la schiena
in questo spazio aperto al seme del nulla
dov’è quadro privo d’immagini ogni memoria.
Avverto
odori aspri in un fluido traffico d’anime e menzogne
quello dell’erbe divelte appena, però, più regge il  confronto
di noi due che fummo
quel tintinnio veloce di corde sul violino
il mento spinto debolmente sul suo legno
un voltarsi di spalle all’orchestra

di un’opera d’arte il disperato, mal riuscito
tentativo.


Un prima

Solo un palazzo d’archi
e un giro di ringhiera serra Torino.
In fondo tutto è un ripetersi di spazi a feritoie
fra quattro mura di pietra in successione
ma il pianoforte martella suoni d’atrio
e libera moti osceni, acuti in verticale.
Domani, l’ultimo esame.
-Se non lo supero? –
Un chiaro-oscuro,
sera assonnata stenta il suo dopo
e ti intercetta a capo chino:
accordo biondo che consuma la bellezza.
Torino, ora, si spande nelle pagine di un libro
lo sfogli come la vita
a malavoglia.


Transumanza

È in divenire la morbidezza di settembre
s’avvita ai pampini un’afonia indiscreta.
Strappata al sole s’appoggia ai marciapiedi
una biondezza  e sa di malattia.
Anemica è ogni pietra e questa stanza così piena di me
che sono un palo d’ombra
tra le cose
di mano a mano fredde e un po’ più scure
quasi più belle.
Interferisco per protesta
e  penso al cambio d’abito
e chiudo nel cassetto l’orecchino di corallo,
non è il suo tempo, il tempo è mio.
Tuona
ma forse è solo musica.

Speriamo che non piova.


Instantia

Dicono sia un dormire
ma il costo di quel sonno è smisurato.
Eppure ci sono fughe di luce anche di sera.
Non farmi tu andare mescolata al buio
E se dev’esser buio mettici dentro
nitori persi in verticale, resti  d’azzurro.
Coltivali in modo artificiale, meglio se in vitro
come un’idea priva di sesso, quasi che
Angelo.
Io mai ne ho visto uno.
Questo il linguaggio nuovo, il verso-piuma in chiusa
al  mio poema.


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