Joseph Tusiani

a cura di Pasquale Vitagliano

Joseph Tusiani (1924). Il padre, calzolaio, era emigrato negli Stati Uniti d’America pochi mesi prima della nascita del figlio. Giuseppe così conobbe il padre solo per lettera. Da giovanissimo entrò in seminario, ma nell’anno del noviziato abbandonò la strada della vocazione e tornò a San Marco in Lamis per diplomarsi al liceo classico e frequentare poi l’università. Si laureò in Lettere all’Università di Napoli nel 1947, con una tesi sul poeta William Wordsworth. Subito dopo la laurea partì assieme alla madre per New York e si ricongiunse così definitivamente con il padre. Appena arrivato, cercò subito lavoro nelle università newyorkesi e, dopo aver incassato alcuni rifiuti, nel 1948 firmò un contratto con il College of Mount Saint Vincent (Bronx) dove insegnò per oltre vent’anni. Nel 1972 passa al Lehman College della City University of New York dove insegna fino al 1983, anno in cui si ritira dall’insignamento e si dedica solo all’attività di scrittore.Iniziò a pubblicare poesie a diciotto anni e continuò poi negli Stati Uniti. Consigliato e incoraggiato dalla scrittrice Frances Winwar, iniziò a comporre poesie in lingua inglese e vinse il Greenwood Price nel 1955 (unico americano a vincerlo). Continuando a comporre in inglese, scrive anche in lingua latina e già nel 1956 pubblica una prima raccolta di liriche latine. Intanto pubblica due romanzi e inizia a scrivere anche nel dialetto garganico. Fu molto attivo negli ambienti culturali italoamericani, anche se ormai conosciuto e apprezzato come poeta americano. Partecipò, su invito, a un’attività della ditta di cristalli Steuben: i migliori trentuno scultori d’America interpretarono una poesia dei trentuno migliori poeti americani. Ha pubblicato numerosi volumi di liriche inglesi e latine, e in dialetto garganico. È anche conosciuto come traduttore di poesia italiana in inglese, avendo tradotto sia moltissime liriche italiane, sia opere intere quali quelle di Michelangelo, la Gerusalemme Liberata ed Il mondo creato di Tasso e, tra l’altro, il Morgante del Pulci. Oggi vive a Manhattan e ritorna in Italia nella tarda primavera.

Testi

Lettera a don Fernando Pessoa

alle rime non bado: è raro scorgere
alberi uguali, l’uno accanto all’altro

Col dovuto rispetto, Don Fernando,
in questo solitario andirivieni
che ha nome vita, m ’agghiaccia il pensiero
di restar solo, orridamente solo
in mezzo a creature sole, alberi soli,
in una solitudine stellare
su questa terra, stella umana e sola.
Diventa gioco anche la solitudine,
dal nascere al morire, dalla prima
ombra che, nulla in sé, s’insinua sola
sopra ogni cosa e si fa poi valere
con il nome ed il monito di notte.
Io cerco compagnia per sopravvivere
o almeno per durare fino al giorno
a me assegnato da Qualcuno ignoto
di cui avverto a volte la presenza
in me, proprio per questo mio bisogno
di sentire, a me intorno, un suono eguale
alla mia voce ed, al di là del mio
silenzio estremo, un simile tacere
d’astri e natura in vincolo fraterno.
È opulenza di musica e luce
che da recessi di radici e linfe,
con pretesto di rima, mi costringe
a ricercare rivoli ed accordi
onde allietarmi pareti senz’eco
e senza volto che mi rassomigli.


Cercàteme perdone (Cercatemi perdono)

Che? V’ avessite ccrede che pe’ quisti
quarant’ anne de’ Merica
me so scurdate quidde che i’ viste

cu quist’occhiera meia
prima de parte pe’ dda terra trista?

Che? Credete voi che perquesti/ quarant’anni d’America/ mi sia dimenticato di ciò che ho visto// con questi occhi miei/ prima di partire per quella triste terra? – Bronx, America 9

 


“So menute culla scurda:
cumpà Pé, non te recurde?
Me canusce? So Tusiane,
so menute da luntane”.

Cumpà Petre trainere
no’ responne a nu frustere.
Tutte li spine sonn’asciute,
tutte li stelle so fernute.

Sono venuto di notte:/ compare Pietro, non ti ricordi? / Mi conosci. Sono Tusiani?,/ son venuto da lontano”.// Compare Pietro carrettiere/ non risponde ad un forestiero./ Tutte le spine sono spuntate / tutte le stelle son finite. Tìreca tàreca

 


Sciò sciò! Musce muscille! Sciò!
‘Ndi ‘ndò! ‘Ndì ‘ndò!
La campana de Sant’Antó!
None none! I’ non stegne sbalijanne:
me stegne ‘mbrijacanne
de quiddi sóne che senteva ‘ntanne,
quande teneva sett’anne,
fore lu Puzzeranne.
Scì e nno! Scì e nno! Cicche ci vò!
Cicche ciacche, cicche ciacche!
Petre Mola e vacchevacche!
Nucenzie e Nespolone!
Tirolò e Trufelone!

Sciò sciò! Musce muscille! Sciò! / ‘Ndi ‘ndò! ‘Ndì ‘ndò!/ La campana di Sant’Antonio!/ No no! Io non sto farneticando:/ mi sto ubriacando/ di quei suoni che ascoltavo allora,/ quando avevo sette anni,/ fuori il Pozzogrande./ Scì e nno! Scì e nno! Cicche ci vò! Cicche ciacche!/ Pietro Mola e Vacchevacche!/ Nucenzio e Nespolone!/ Tirolò e Trufolone! Bronx, America.

 


In vehiculo subviario

Omni die, omni mense,
Statione Fordhamense,
Cum per nubes sicut rima
Lux insinuatur prima,
Sine pace, sine pausa,
Laborandi semper causa,
Mihi mobile est cubiculum
Subviarium vehiculum.
Tamquam miserae sardinae
Stant personae matutinae
Semper notae sed ignotae,
Mixtae maestae mutae motae,
Oscitantes ter et quater
Mater, filius, filia, pater
Atque avunculus et frater.

                                             Unda profunda profunda profunda
                                                      Unda profunda profunda profunda.

Alter dormit, alter legit,
Alter nudum pectus tegit,
Oculosque alter fricat
Quamquam nihil nemo dicat.

                                            Unda profunda profunda profunda
                                                     Unda profunda profunda profunda.

Vultus omnes ego rogito
In silentio et excogito:
«Quis ex istis hic non erit
Cras viator? Quidque gerit
Ista nova dies genti?
Nos lacessunt vitae venti.»

                                           Unda profunda profunda
                                                    Unda profunda profunda.

Si vis vivere et esse
Laborare nunc necesse.
Laborare laborare:
Quare quare quare quare?
Quid est ista vita brevis
Volans sicut umbra levis?
Quid est dolor, quid est amor,
Quid diurnus iste clamor?
Quid sum ego, quid sunt isti
Viatores?  Mente tristi
Ego vehor, vehor ego,
Ac necessitatem nego
Usque ad mortem laborandi.
Sed hi strepitus nefandi
Cessant: strident omnes portae.
Pellens, agens et irrumpens,
Paene vixdum et procumbens,
Multitudinem non piam
Linquo et exeo in viam.
Ibi labor, vitae cursus,
tenet me et tenet rursus.

1974 (Da Carmina latina)


Nella metropolitana

Ogni giorno, ogni mese,
nella stazione Fordhamese,
quando si insinua la prima luce
fra le nuvole squarciate,
senza pace, senza pausa,
– il lavoro ne è la causa –
per me è una mobile casetta
il metrò che giù mi aspetta.
Come misere sardine
stan persone mattutine,
sempre note e sconosciute,
miste, meste, mosse, mute,
sbadiglianti molte volte,
madre, figlio, figlia, padre,
e lo zio ed il fratello.

                                                    È onda profonda profonda profonda
                                                    E onda profonda profonda profonda.

Uno dorme, l’altro legge,
l’altro il nudo petto protegge,
uno si stropiccia gli occhi
ma nessuno dice niente.

                                                     È onda profonda profonda profonda
                                                     E onda profonda profonda profonda.

Ogni volto io interrogo
in silenzio e intanto penso:
«Chi doman non ci sarà?
e che cosa porterà
il dì nuovo a queste genti?
Della vita ci chiamano i venti».

                                                      È onda profonda profonda
                                                      E onda profonda profonda.

Se vuoi vivere ed esistere,
su, lavora, non desistere,
lavorare tocca a te,
ma perché, perché, perché?
Cos’è questa vita breve
Che va via come ombra lieve?
Cos’è il dolore? e l’amore?
e il clamore di ogni giorno?
che son io? cosa son questi
viaggiatori? Tristemente
son portato, trasportato:
la necessità io nego
di faticar fino alla morte.
Ma lo strepito assai forte
cessa: stridono le porte.
Tra spintoni e urti uscendo,
e per più quasi cadendo,
la moltitudine non pia
lascio ed esco sulla via.
Qui il lavoro quotidiano
mi prende la mano.


Aubade in Gray

Gray was the color of all timelessness
when timelessness and color were all one.
There was no fire yet, there was no sun,
there was God dreaming of a light called man.
And then time trembled out of timelessness,
victory rising from no battle won.
There was no music yet, no crying done,
there was God dreaming of a voice called man.
Now look and listen. In this timelessness
the first birds twitter, the first shadows run,
heaven and earth and dusk and dawn are one,
and I am dreaming of a God called man.

1965 (Da Gente Mia and Other Poems)


Canto dell’alba in grigio

Era il colore grigio senza tempo,
e senza-tempo e grigio eran tutt’uno.
Non c’era fuoco già, né sole alcuno,
c’era Dio sognante lume d’uomo.
E il tempo nell’eterno scosse un fremito,
vittoria senz’alcuna guerra vinta.
Non c’era musica ancora, né gemito,
c’era Dio sognante voce d’uomo.
E guarda e ascolta: in questa eternità
fischiano i primi uccelli e scorron l’ombre,
cielo è terra, alba è sera in unità,
ed io sogno un dio detto uomo.


 

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