Giuseppina De Leo

a cura di Pasquale Vitagliano

Giuseppina De Leo vive a Bisceglie, dove è nata nel 1959. Ha pubblicato tre libri di poesie: Dialogo a più voci (LibroitalianoWorld, 2009); Slowfeet. Percorsi dell’anima (Gelsorosso, 2010); Con l’inchiostro rosso (Sentieri Meridiani Edizioni, 2012); Il muro invisibile (LucaniArt, 2012). Alcune sue poesie, racconti e interventi di critica letteraria sono ospitati su riviste, su blog e siti dedicati alla poesia.

Testi

Le quattro pietre ancorate al mare sembrano sorelle,
quattro dita in tutto afferrano l’impossibile. Così, se tu temi
la luce vorrebbe dire dover lasciare l’uscio chiuso per
troppo ancora. Rimanda la paura. A dopo. E intanto
siediti. Resta. Con un gesto del piede allontana dunque
il pensiero dalla fronte, troppi angoli mostra il prisma,
troppi colori conta l’arcobaleno, nel sole i raggi
tanti quanti i visi. Lontano dagli sguardi serba il seme
per piantarlo all’uso del lunario, e di quel che resta
a me basterà l’odore delle cotogne e della paglia.


Nel sogno parlavo con i morti
e credevo morte le persone vive
un letto era aggiunto al mio letto
e lasciavo che altri
ultimassero il compito di saldarli.

Ti chiedevo infine:
«Cosa fai, hai ripreso i tuoi studi?».
Mentre una foto da giovane
rimandava la certezza delle forme
perdute della giovinezza.

Ci ritrovammo.
Alla foce di un fiume
tronchi d’albero ostacolavano
altre acque giunte al mare
serbavano parole d’azzurro velate
chiare pur confuse nella rena
senza dubbio apparivano
nel confondersi nel mare.


Non chiamatemi Ismaele.
Là dove ha inizio Moby Dick
anche da noi la stagione è la medesima
un novembre torvo e umido.
Chiamami allora nel nome che senti a te vicino
tenere sembreranno le parole di scisto
cureranno l’ipocondria.
Il mare «al più presto possibile»
è il rimedio, il solo sostituto della pistola,
alla pistola frappongo la gomena.
Che pensi di noi? Vedi gli altri scomparire
desiderare nella fola dei pensieri
possedere «l’inafferrabile fantasma della vita»
il mare delle sempre grandi distese
attratte sono esse dalla luna.
Non commodoro né capitano o cuoco
ma semplice marinaio, una condizione
che «punge» a chi sollevato ha lo spirito.
«Ma anche questo col tempo si smussa».
«D’altronde, chi non è schiavo? Dimmelo».


Dopo un’intera notte a scrosci
il tuono saluta il paese alle sette di mattina
dietro a un cielo di nuvole color catrame
rannicchio la speranza in qualcosa di caldo
farebbe ben sperare se repentino
ritornasse il sole. Ma è inutile dilungarsi ora
sui lati del trapezio, se poco resta delle ore libere.
La verità è un agguato per chi crede
di aver tempo per pensarci. Non molto
solo apatia e una mail di dolore.
L’abbassamento della temperatura
ne è la conseguenza diretta.
Per vivere all’insegna della semplicità
meglio mantenersi all’erta
al centro preferire la periferia.
Nere malte nelle viscere del non-io.


Da una sillaba in salita scende il suono delle campane
un interrogativo privo del batacchio, il finto scuotere
metallo. L’aria non sa reggere il tempo rimasto
sembra aver dimenticato, come un bimbo al quale
si nasconde il gioco, e questo piangere di pioggia
senza un’apparente ragione.
Ci sono poi le voci grasse spalmate sulle rovine
del giorno e notti inutili di sogni, prive di una vigilia,
più simili semmai a mitili vuoti o a note lontane
sui muretti a secco. Qualcuna ancora domanda all’altro:
«ti offendi? Ero venuta per vederti!». L’attesa di
tre giorni e trenta notti e nessuno intanto
che abbia aperto bocca.
Ma io dico parole a caso nell’elleboro.


Difficile credere che non sia un gioco
quello della vita spenta, insabbiata, finita
saper non aspettarsi dal cielo
l’estatica visione, e poter frenare
la tensione a una vita rimasta in bilico
nei volti prossimi a farsi dimenticare.

Cada pure il cielo in tanti piccoli tasselli
ma preferirei non parlare del cielo;
su tutto l’azzurro non conta niente.
Un cielo non aspetta la pioggia
non apre orizzonti, non fatica
per ritrovare l’alba nei giorni.

Cadrà la pioggia questa notte come sempre scenderà
cadrà e solleverà le paure senza conforto.


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