Gianpaolo G. Mastropasqua

a cura di Pasquale Vitagliano

Gianpaolo G. Mastropasqua (Santeramo in Colle 1980). Medico e maestro di musica, vive migrante tra la Porta del Mediterraneo, L’Alta Murgia e l’Andalusia. Ha esordito venticinquenne con Silenzio con variazioni (2005) e pubblicato Andante dei frammenti perduti (2008) entrambi per l’Editore LietoColle. Ha ideato e diretto il “LietoColle Sud Tour” e curato con Anna Toscano e Mary B. Tolusso l’antologia Taggo e ritraggo.

Testi

Mediterranea

Quando eravamo Dei e camminavamo con gli alberi
e le vesti erano anime e animali vivi
e ancora festeggiavamo i compleanni delle nuvole
e all’ora danzavamo sulle acque come anemoni
e chiamavamo Israele la neve del deserto
e l’arcangelo bambino affacciato sull’abisso
e le sorgenti cantavano dai mari alla fonte
e le foglie erano velieri e lingue all’unisono
e i rami ponti trascendenti della luce
e l’impossibile mostro era libero di amare
e ogni passo un sapore e un nome pedante
e le caverne erano occhi appena aperti sull’ignoto
e le pietre dialogavano nel concentrico giorno
ora che passeggiamo senza gambe strisciando
tra la folla calpestata dal silenzio assassino
e le feste nucleari ci attendono al varco
e sogniamo a brandelli tra i respiri delle bombe
e chiamiamo vita eroica l’abbraccio del piombo
e le pietre sono masse che lapidano al pascolo
e le foglie e gli alberi hanno finito la primavera
e il mare dalla lingua di petrolio più non parla
e le lucciole sono nere e il gabbiano viene corvo
e il becco una lamalenta che vibra che penetra
e logora la fauna che affolla in cadaveri pensieri
e l’impossibile mostro è già in gabbia da tempo
e i pugni si combattono nell’aria sanguinaria
e le cave hanno il profumo delle fosse comuni
e ogni passo è una palude da cui uscire vivi
procediamo non siamo nessuno sa perché dormiamo.


*impossibile mostro: “cervello umano” (Neurologia, Walter)

Il lavoro rende liberi

***

Il lavoro rende liberi

Ci raccolsero casa per casa fino
alle rotaie, promettendoci il lavoro,
la terra biblica, l’estrazione dal ghetto
del vuoto occidentale, invocando
la fioritura di una preghiera, la visione
che cammina dalla genesi. E li seguimmo
come si fa coi millenni, chiudemmo Abramo
in una valigia, viaggiando col treno dei santi
come anime marchiate per la macelleria
del tempo, tutti sorridenti nel vagone
dei famosi, scortati dagli idioti della casa
delle libertà, pronti per il ministero
della pubblicità: i visionari, i visigoti, i visi
pallidi, le donne copertina, i bambini
gemebondi, i docili disabili e i malati
di nostalgia, furono i primi esseri liberi:
lasciarono vesti e valigie sul binario
dell’allegria, e respirarono l’aria ciclica
dei sassi azzurri, per distendersi beati
nei pascoli celesti. Gli operai rimasti
condannati alla quotidianità, invitati
al sudore, ammirarono la grande scritta
in ferro battuto, la banda fiera in uniforme
che li accoglieva in fabbrica, numerandoli
al ritmo di grancassa, fu la rivoluzione
industriale infernale, uno spettacolo
immemorabile: l’accensione reattiva
del primo forno, il fumo familiare
che salutava dai camini, quell’odore
di pane buono, fraterno, invisibile.
Noi della squadra speciale, esemplari
di perfetta integrazione, multietnici
e assistenziali, nutriti e più robusti
dalla nascita, esperti dell’igiene finale
traghettavamo i lavoratori dalle docce
alla scampagnata abituale, tagliavamo
i loro riccioli, ripulivamo con cura i denti
macchiati d’oro, li profumavamo ben bene
con il miglior sapone umano, li conciavamo
per le feste, per il grande accoppiamento
di primavera, l’antico e colorato carnevale
dell’utopia, che apre la stagione degli amori
nell’orgia benedetta dei crisantemi e dei cipressi,
fu un solo ammasso monumentale, un unico
corpo, tutt’uno con la terra, con due tonnellate
di capelli, pronto per le bambole e le parrucchiere
dell’Europa; accumulammo i loro risparmi,
riempimmo trenta baracche fino al cielo,
un boom economico senza eguali, il Canada
Due. I più fortunati andarono in cassa
di disintegrazione, documentammo ogni falò
con fotografie di fortuna, anche quelli appiccati
in silenzio, tra il reparto dieci e undici
dove nessuno ascoltava, dove i muri
perdevano gli sguardi, dove tutti sapevano
i sassi, si accumulavano in fila i presagi
dell’aria, il vento ha sempre testimoni.
E giunsero i russi russando rossi
scoperchiando la macchina del cielo aperto
innevati dalla consapevolezza sterminata
dei campi, timidi come parenti prossimi
che non scoprono il velo sul volto smunto
di un fratello, per timore della somiglianza.

(Auschwitz – Birkenau)

***

La stanza eroica

Se la pallida mano ha linee d’amore
e va nel silenzio a sposare una ruga
se il volto è un levriero in partenza
scarno allo scatto per predare il viaggio
tu non temere i venti avversi, soffia
più forte, per la bava d’inchiostro
che non versammo, per tutto il sangue
che non scrivemmo, che danzammo
nei passi della morte che non fermammo
nei tempi tesi che non udimmo, vita
che mai vedemmo, vivere.


Io Jean Modigliani Monicelli

Abbandonai il corpo come lo trovai
per strada, in un lenzuolo d’ospedale
nel tramonto azzurro di un tuffo anziano,
trascinai nel respiro tutti gli amori
di Truffaut, le fanciullerie di Mozart,
i rossori di Rousseau, la maledizione
di Malher e la mia ultima agorafobia,
odiavo le piazze di carne, i marchi
di qualsiasi natura o prigione, le stalle mentali,
la prima comunione, la corruzione sorridente
degli udenti, la compravendita dei vedenti,
con il mio scherzo volli svegliare
con la commedia lottare, con la parola
incendiare, con il corpo intero amare.
Ma era il tempo dei nani, e i giganti
murati vivi, sussurravano dai tramezzi
come libri proibiti, e l’ultimo eroe
solo e inutile come dio, imparò a volare
crocefisso e leggero, senz’ali o correnti.
Non dimenticate i nomi delle foglie
il salice d’acciaio attende nel giardino
della neve, non lasciate sassolini o fiori
spezzati, sulla mia tomba accidentale,
portatemi le scarpe che lasciai ad asciugare
sul cemento del Danubio, all’età del piombo
e un labirinto sotterraneo per i miei amati viaggi,
portatemi una foresta di sogni primitivi, un verde
cosmico, un mondofiore, un neonato dolore.
La bimba confusa e veggente, ritornando
dalle pietre – Padre, che cos’è un poeta?

(Roma-Parigi-Budapest)


Passione per la lettera Effe

Libera dal giogo delle famiglie
per armonia di contrappassi,
splendi nei voli del tuo genio
e non hai padroni in un secolo impari
né i sigilli della sposa crocifissa
assuefatti all’ailanto del raggiro.
Orchidea da guerra rubata dagli angeli
alla controra della ragione, ho incontrato
l’onnipotente nell’inchiostro dei tuoi petali
nella metafisica dei tuoi amplessi barbarici
con in tasca l’indirizzo fuorilegge della felicità
il civico nomade della vodka absolute
momentaneamente assente da trent’anni
distillati in caffè corretti senza destino.
Sei la voce ieratica che mi chiamava
dai poemi futuri, quando perdevo i sensi
sul tuo presagio, trascinando gli occhi
in città invisibili, sui semafori imperiali
dei sobborghi adolescenti, dove ti cercavo
più naufrago del dubbio, tra gli arenili del sonno
col coraggio temperato di un clavicembalo
negli intervalli delle morte, nelle promesse parigine
di un rito orfano, tra reliquie di sogni stremati.
Io che scacciavo corpi estranei dal letto di fiamma
ora inseguo l’agente impeccabile del tempo
per catturarlo, chiedere l’ergastolo al tuo abbraccio
mentre veglio il tuo spirito disteso e mi confesso.
Con le mani di aprile edifichi il tempio
hai tramutato vergini di Norimberga in vertigini,
il cuore imprendibile in giardino di frutti.
Ti amo da psichiatria, neuropsichiatria,
neurochirurgia sperimentale applicata,
sei patrimonio mondiale dell’umanità.


Voce fuoricampo

Sono l’ultimo della mia specie
posso procedere in posizione eretta
senza vacillare, guardare le aquile
e divenire vento, senza fiatare
aprire il cielo senza incendiarmi,
non ho altari per inginocchiarmi o
divorare, non ho madri né padri, e voi
non siete miei fratelli, né miei figli.
Vi ascoltai brancolando, come si ascolta
un rumore di vuoti sovrapposti
e caduti, nel ripostiglio della grazia,
ero io la danza nel labirinto temporale
dei corpi, il chiodo fisso di un dio
di famiglia, quella sinfonia incompiuta
e incarnata, un setticlavio ferito, una morte
di sette consonanti, il legno che beveva l’aria
per cantare più forte, e ho mentito solo
per amore, perché avevo un’altra lingua
che non vi appartiene, un altro cuore
da battere e un nome d’ossigeno.
Ho cercato di sembrare un vostro simile
di essere una retorica, un imbroglio,
una marcia funebre di formiche fulve,
un attore rupestre, un saltimbanco
della domenica, una recita, una chiesa,
avevo fili silenziosi per accorciarvi la distanza
dalle stelle, ma per voi ero solo un’anima
appassita, nel portafiori del mondo, una parola
che taceva per rimanere viva, un’ombra
seduta, sul tavolo delle vostri astri visibili
con una mano per spegnere la luce
e l’altra per accendere il buio.

(Inediti da Viaggio selvatico incompiuto)


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