Cristanziano Serricchio

a cura di Pasquale Vitagliano

Cristanziano Serricchio nasce a Monte Sant’Angelo, suo padre Michele era un fabbro meccanico, la madre invece, Angela, casalinga. Ultimo di tredici figli, fra i quali quattro maestri di scuole elementari. Dopo ever conseguito l’abilitazione magistrale (e dunque essere divenuto maestro di scuola elementare) e la maturità classica, ha intrapreso, anche lui la carriera dell’insegnamento. In seguito si laurea, nel 1946, in Lettere all’Università Sapienza di Roma. Ha insegnato nelle scuole elementari dal 1940 al 1942 e nelle scuole superiori dal 1944 in poi. Incaricato preside dal 1954 e di ruolo dal 1965 nell’Istituto Magistrale “Roncalli”. È stato anche vice presidente per la Puglia del Centro Studi di Storia Patria. È autore di saggi storici, archeologici e letterari, nonché di numerose raccolte di poesia. Nel 2012 la Regione Puglia lo ha proposto per il Premio Nobel per la letteratura 2013. Nel 2003 Mario Luzi gli ha conferito il Premio Circe Sabaudia “Una vita per la poesia”. È scomparso nel 2012 all’età di 90 anni.

Testi

Un passo dietro l’altro dal fondo del greto
e in alto è il primo dalla cima all’affaccio
sul mondo, ombre e luci interminate
per attimi vitali di lotte e conquiste,
ondate d’attese, fra sonno e veglia,
e speranze nello spasimo del tempo.
Tende al culmine dubbioso la vita
e ammalia il verde dei rami
ventosi lungo la scalata di pietre,
irresolubile mistero, silenzio e anima
dell’eterno primordiale, anelito di pace
nell’alba sempre viva in lontananza.
E al termine della fredda notte,
dopo il macabro diluvio di sangue
e di fuoco sulla terra, voce altissima,
di balzo in balzo, chiama, all’incanto
degli inaccessi cieli, abbacinante
pienezza di gioia negli occhi,
erti alla svelata luminosità del Verbo.


L’anima dell’acqua

Forse troverai ancora la quaglia
acquattata nel ciuffo di stoppie
secche sull’argine del greto
a difendere l’ultimo nido.
Ma non avranno i nidiacei
che spighe abortite, pozze
crettate alla canicola del sole.

Un tempo sterminate messi
ondeggiavano al favonio estivo,
quando i dauni capanne rotonde
alzarono lungo i fiumi barattando
anfore colme di grano coi vicini.

Qui dove per tratturi di fango
torme di schiavi passarono trascinandosi
donne e bimbi magri come greggi,
fra giunchi marci bufali villosi
muggono immersi fino alle corna.

E l’acqua ha l’odore delle cose
morte attorno al fico contorto
solitario tronco sull’immobile
ristagno d’erbe putrescenti.
Un giorno forse dallo spirito del cielo
l’anima dell’acqua scenderà sulla terra.


La parola

Come d’autunno
lieve una foglia
dal suo ramo si stacca,
così vibrante
e senza paura
da me finalmente libera
t’allontani.
A qualcosa di molto alto
t’innalzi sospinta
verso la vetta
da un vento glorioso,
e per vie misteriose
fiorisci sublime
fra l’albe primigenie del pensiero.
E’ la meta che devi raggiungere,
fremente ala di vita,
malinconica e insoddisfatta,
se non vuoi
non essere mai esistita,
fissa sul ramo
contro il cielo.
A quel brevissimo
raggio di luce
appunta il tuo segno
dalla chiusa valle
al vertice del monte,
creatura spaurita,
in attesa della bontà del sole.


Dove so’ ìe mò, rumése sule sule
come nu culumbre spaccariéte
e li mmòsche atturne
ncime all’àrue de fiche?

Ne vvògghie sentì quédda paròule,
nen pot’èsse ca mo tu ce sté

e pò, na revòlete de cile,
nu lampe e ne nce sté cchiù.

Prime parle, respire e te vive
allérie cu me nu bucchire de vine
e pò, tutte na vòlete, chéle
la chépe e te ne vé sckitte tu.

Dove sono io ora, rimasto solo/come un fico colombo spaccato/e le mosche attorno/in cima all’albero di fico?// Non voglio sentire quella parola,/ non può essere che ora tu ci sei / e poi, un giro di cielo,/ un lampo, e non ci sei più.// Prima parli, respiri e bevi / allegro con me un bicchiere di vino / e poi, a un tratto, chini / il capo e te ne vai solo tu.

Dal poemetto Dove so’ (“Dove sono”), in Nuovi poeti italiani, 5, a cura di Franco Loi, Torino, Einaudi, 2004, p. 196.


Scherzo, la luna

Mi chiedi perché così solo
chiuso in un paesaggio d’ombra e di pietre,
uno spazio sospeso tra le foglie
e un sole che non dà respiro.
Dalla piana, vedi, tornano i voli
dei corvi a onde dallo scempio degli ulivi
e dietro gli occhi chiusi
fuori nel tempo
incroci d’auto in fuga senza mete,
lingue infocate d’agavi pungenti
e tonfi di pigne tra le pietre,
e nell’ora d’ambra
le voci turbinose d’uccelli tra le cime.
E’ mia, grido, la luce che s’apre ora
della luna fra le nuvole,
-Dimmi che fai, tu Cris, mi chiede,
dimmi che fai silenzioso in terra?-
Impaziente di fronte le sorrido e l’ammiro:
-Ora che dal paesaggio deserto
il sole così venato e deluso
scende nel suo buio più vivo,
ripenso le lunghe vele virtuose,
l’odore amaro e azzurro del mare,
il lungo navigare
contro l’ingiustizia del tempo,
e sempre più vibratile e amico
il richiamo del cuore, le attese
e a notte i riverberi delle prime stelle.
Sai bene, lassù, qui non perdo
l’armonia dei giorni e come nelle fredde nevi
degli anni persi tra venti smaniosi,
alla tua luce, senza tamburo e lanterna,
moderno e vivo, grido: -Tutto va bene.-
Presago ammicchi e sorridi.
so bene, la voce scendeva dal castello
giù per rigagnoli di vie nelle notti scure,
triste età di mezzo,
-Tutto va bene- andava ammonendo,
e come allora ai ladri di turno
apre ora le fauci intimorendo
il molosso nero dei nuovi signori.
Ma se qui dalla tua parola viva
la vita in ogni pietra o foglia si ridesta
permane alta l’orbita
del mio sentirmi ed essere libero.
-Sì, qui piace viaggiare con te
mesi e anni e così da sempre amo
e con te aprendomi un varco
tra nubi e ombre,
già vivo di tutto e di niente, grido,
tempo, quale incanto, ferma il passo.-


Ma la voce si perde
e strazia nella strada
l’urlo improvviso di sirena,
la luce intermittente
di un’autoambulanza,
la corsa forse
d’una vita che si spegne.


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