Antonio Leonardo Verri

a cura di Pasquale Vitagliano

Antonio Leonardo Verri è nato nel febbraio del 1949 ed è scomparso prematuramente il 9 maggio 1993, a causa di un incidente stradale. Ha vissuto gran parte della sua vita a Caprarica di Lecce, paesino abitato da poche migliaia di anime, centro propulsore dell’infinita potenzialità creativa dello scrittore. Negli anni che vanno dal 1977 al 1993 Verri ha dato vita ad una produzione spropositata di progetti letterari, sul quale ci soffermeremo per comprendere le caratteristiche fondamentali della sua vita artistica. Ha fondato e diretto le riviste Caffè Greco (1979-1981), Pensionante de’ Saraceni (1982-1986), Quotidiano dei Poeti (1989-1992, dal maggio 1991 si interseca con un’altra testata, Ballyhoo-Quotidiano di comunicazione), ripubblicato nel 2003 dall’Associazione Culturale Ernesto de Martino. Ha organizzato due edizioni di una mostra mercato di poesia pugliese, Al banco di Caffè Greco. Ha allestito un dramma radiofonico alla Rai di Bari, ha dato vita ad una prima mostra/lettura su Joyce e Queneau e ad una seconda Scrap, gioco scrittura con scarti tipografici. Ha aderito al Movimento Genetico di Francesco Saverio Dòdaro, ha collaborato con Sudpuglia(1986-1993) e diretto On Board (1990) e Titivillus (1991-1992), che dal settembre 1992 diventerà di altri. Ha curato tutte le attività legate al Centro Culturale Pensionante de’ Saraceni. Inoltre, ha curato le collane I quaderni del Pensionante (1983-1987), Spagine. Scrittura Infinita (1991), Compact Type. Nuova Narrativa (1990), Diapositive. Scritture per gli schermi (1990), Mail Fiction (1991),con la collaborazione di F. S. Dòdaro, Abitudini. Cartelle d’autore (1988-1990), con Maurizio Nocera e I Mascheroni (1990-1992).

Testi

Otranto ha gustosissimi grumi di neve
un lungo discorrere della memoria
vuota silenzio invernale della mia mano
bianca di turco spolpato.


Spedite fogli di poesia, poeti

dateli in cambio di poche lire
insultate il damerino, l’accademico borioso
la distinzione delle sue idee
la sua lunga morte,
fatevi dare un teatro, un qualcosa
raccontateci le cose più idiote
svestitevi, ubriacatevi, pisciate all’angolo del locale
combinate poi anche un manifesto
cannibale nell’oscurità.


Ecco. Adesso riposo
nelle urne a vetro nel mare
avvolto nel manto del diniego
con gli occhi ormai lune
vuote perdute senza terra.


Sto con te, lo sai, e col tuo vecchio cuore di contadina
ma cerco, e devo cercare ancora madre, continuamente
modi nuovi o parole di sangue. Tu, se vuoi,
pensa pure a linguette di rosso pomodoro
o ai tuoi rossi tramonti di giovane sposa.


Cominciate, poeti, a spedire fogli di poesia 

ai politici, gabellieri d’allegria,
a chi ha perso l’aria di studente spaesato
a chi ha svenduto lo stupore di un tempo
le ribalte del non previsto,
ai sindacalisti, ai capitani d’industria
ai capitani di qualcosa,
usate la loro stessa lingua
non pensate, promettete
…”disarmateli” se potete!

(al diavolo le eccedenze, poeti
le care eccedenze, le assenze anche,
i passeri di tristezza, i rapimenti
i pendoli fermi, i voli mozzi, i sigilli
le care figure accostate al silenzio
gli addentellati, i germogli, gli abbagli …
al diavolo, al diavolo …)

Disprezzate i nuovi eroi, poeti
cacciateli nelle secche del mio gazebo oblungo
(ricco di umori malandrini, così ben fatto!)
fatevi anche voi un gazebo oblungo
chiudeteci le loro parole di merda
i loro umori, i loro figli, il denaro
il broncio delle loro donne, le loro albe livide.

Spedite fogli di poesia, poeti
dateli in cambio di poche lire
insultate il damerino, l’accademico borioso
la distinzione delle sue idee
la sua lunga morte,
fatevi poi dare un teatro, un qualcosa
raccontateci le cose più idiote
svestitevi, ubriacatevi, pisciate all’angolo del locale
combinate poi anche voi un manifesto
cannibale nell’oscurità
riparlate di morte, dite delle baracche
schiacciate dal cielo torvo, delle parole di Picabia
delle rose del Sud, della Lucerna di Jacca
della marza per l’innesto
della tramontana greca che viene dalla Russia
del gallipolino piovoso (angolo di Sternatia)
dell’osteria di De Candia (consacratela a qualcosa!).

Osteggiate i Capitoli Metropolitani, poeti
i vizi del culto, le dame in veletta, “i venditori di tappeti”
i direttori che si stupiscono, i direttori di qualcosa,
i burocrati, i falsi meridionalisti
(e un po’ anche i veri) i surrogati
le menzogne vendute in codici, l’urgenza dei giorni sfatti,
non alzatevi in piedi per nessuno, poeti
…se mai adorate la madre e il miglio stompato
le rabbie solitarie, le pratiche di rivolta, il pane.
Ecco. Fate solo quel che v’incanta!
Fate fogli di poesia, poeti
vendeteli e poi ricominciate.

Fatevi disprezzare, dissentite quanto potete
fatevi un gazebo oblungo, amate
gli sciocchi artisti beoni, i buffoni
le loro rivolte senza senso
le tenerezze di morte, i cieli di prugna
le assolutezze, i desideri da violare, le risorse del corpo
i misteri di donna Catena.
Fate fogli di poesia, poeti
vendeteli per poche lire!


(A Carmelo Bene)

Otranto ha gustosissimi grumi di neve
un lungo discorrere della memoria
vuota silenzio invernale nella mia mano
bianca di turco spolpato.

E’ lontano ricordo anche l’aria
che penetra tutto che tutto riempie
è ricordo il mare che guarda masse
corpi d’abbandono, memoria ancora
– cristalli morbidi mutanti…-
scrostata pazienza di casucce di storia.


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