Abele Longo

a cura di Pasquale Vitagliano

Abele Longo è nato a Depressa (Lecce), vive in Inghilterra dove insegna traduzione audiovisiva e letteraria presso la Middlesex University di Londra. Tra le sue pubblicazioni: Traduzioni e trasgressioni, la  Lysistrata di Astragali Teatro, con  Edgar Schröder in Fabio Tolledi (a cura di) Roads and Desires; Appunti di viaggio di un teatro in Palestina, Besa,  Nardò,  2010; The Cinema of Ciprì and Maresco: Kynicism as a Form of Resistance, in William Hope (a cura di)  Italian Film Directors in the New Millennium, Cambridge Scholars Publishing, Cambridge, 2010; Subtitling the Italian South, in Jorge Díaz-Cintas (a cura di) New Trends in Audiovisual Translation, Multilingual Matters, Bristol, 2009; Mario Verdone – Esegesi di un teatro da camera, in Eusebio Ciccotti (a cura di) Mario Verdone, Editore Angelo Longo, Ravenna, 2008; Palermo e il commiato funebre del cinema di Ciprì e Maresco, in Sabina Gola e Laura Rorato (a cura di) La forma del passato: Questioni di identità in opere letterarie e cinematografiche italiane a partire dagli ultimi anni Ottanta,  Peter Lang, Berna, 2007; Palermo nei film di Ciprì e Maresco, in Robert Lumley e John Foot (a cura di),  Le città visibili. Spazi urbani in Italia, culture e trasformazioni dal dopoguerra a oggi,‘ Il Saggiatore’, Milano, 2007; Influenze pirandelliane nel Ritorno di Cagliostro di Ciprì e Maresco, in Alessandro Marini, Jiří Špička, Lenka Kováčová (a cura di), Dalla letteratura al film (e ritorno), Acta Universitatis Palackianae Olomucensis Facultas Philosophica, Philologica 88, University of Olomouc, 2006; Co-autore della pièce teatrale Il Valzer di Vittorino, messa in scena da Ippolito Chiarello nel 2009. Dirige la collana Neobar delle Edizioni Accademia di Terra d’Otranto (Calimera, Lecce), per la quale ha pubblicato la raccolta Reversibilità (2012) e, come coautore, La Versione di Giuseppe – Poeti per don Tonino Bello (2011) e Pugliamondo ( 2010).

Testi

Trent’anni marinaio (ad Augusto Benemeglio)

“dentro di noi c’è di tutto, le radici del gemito e la violenza delle tempeste”
Augusto Benemeglio

I

Trent’anni marinaio
Trent’anni come Drogo nel deserto
e niente più mi attende
se non lo sguardo perso dei pensieri


II

sale il mare di Gallipoli
stringe i polsi del malladrone
sangue languido di melagrana

sale sulla colonna lo stilita
il prete bello lampara
in mezzo al mare

sale sulla quercia Totò Toma
è morto e non se n’è accorto
borracho de madrugada

sale a bocca aperta Giuseppe Desa
di un fazzoletto di terra
l’azzurro più intenso


III

 (so che a mia figlia lascerò un sorriso)

Il vento vola via il cappello
l’immagine seppia con la barba
dissolve nel campo totale

La gru cattura
un raggio di luna
sudore che riga la fronte

Sospeso all’amo
l’occhio di pesce
trabocca di sabbia e catrame
attraversa e sfilaccia la vita
sguscia vuoto nel vuoto

Sarà il padreterno a cercarci
tra nuvole di mosche
là dove l’anima si addensa
sprofonda nel limo del mare


Le cose di una vita

Una striscia di case sul mare
un branco di cani
l’inverno dei tossici randagi.

La tenga bene signora è morta
qui mia madre sola di crepacuore.

Fu un rumore in cucina a svegliarla,
i cani che guaivano.

Una delle due consolò l’altra.

Conosce la rotta del vento
la polvere che sfida
le cose di una vita.


Tanatoprassi

Mia cognata lavora in polizia.
Di turno la vigilia di Natale,
ha tirato fuori da una vasca,
i liquidi biologici sparsi nell’acqua,
una donna dell’età di sua madre.

Seguendo la prassi, ha contattato la figlia,
che come lei ha due bambine.
Contravvenendo alla prassi,
ha poi lavato la vasca.


Fischiettando in bicicletta

Viene fuori un canto insperato
dalle radici dei molari
dal profondo delle budella
dai liquori della cervella,
un canto liquido e sfrenato
che lo fa andare in bicicletta
come se niente fosse se
non fosse che mentre fischietta
i denti si ficcano nella
catena, sono le budella
la camera d’aria e la testa
dinamo che gira e sfavilla.


Reversibilità (a Joc)

Stavo per andare a comprare il sale
quando ti vidi intenta ad asciugare
i lunghi capelli al sole. La tosse
e il catarro impedirono di dirti
di venire dentro. Sembrava cosa
da fare sposarsi e partire in guerra.

La notte sentii un piagnucolio
sussurrare ad un orecchio da una vita:
ti ho veduto al fronte colpito a terra,
la neve che congelava le dita.
Di me si son presi cura i parenti
la chiamano reversibilità,
mi hanno legato mani e piedi al letto,
mi hanno strappato i capelli uno ad uno


L’Infinito dentro (a Carmelo Bene)

Fissa lo schermo la maschera folle
e vede, il pernod fa bene la parte,

la voce trista che lo sguardo elude
sospingere molle gli interminati
fingimenti dei vizi tuoi umani
di là dalla dieresi di quïete.
Guarda, dalla nuova teca, per poco
il cerone non disfigura il mento,
odi stormire il lamento di quello
infinito che ridonda la voce,
del comico che sfida il padreterno,
macchina a sfinimento nel presente
di un idillio che s’incanta e calpesta
le viscere reliquie del tuo io,
di quando Otranto vomitavi al mare.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *