Lanfranco Orsini

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Lanfranco Orsini (1926-1981), nacque e visse a Napoli. Pubblicò Confessioni agli specchi (racconti), Cappelli 1956; Elegia sul monte Faito (poesie presentate da Giorgio Caproni), Amicucci 1958; L’eclisse (romanzo), Vallecchi 1962; Il silenzio e la voce (poesie), De Luca Editore 1965; Le anestesie (romanzo), Bietti 1970; La cantina di Auerbach (saggi), ESI 1971; L’animale malato (epigrammi), ESI 1974; In pubblico e in privato (poesie), Lacaita 1977; Taccuino dell’anno mille (saggi e meditazioni), Società Editrice Napoletana 1977; Ottocento/Novecento tra poesia e prosa (saggi), Società Editrice Napoletana 1980. Collaborò ai programmi culturali RAI, alle più importanti riviste di letteratura e ad alcuni quotidiani di diffusione nazionale.
Per la sua opera di poeta e scrittore vinse diversi premi, tra i quali il “Settembrini-Mestre” per Le anestesie, precedentemente finalista al Campiello.
Giorgio Caproni osservò che la sua poesia «vincendo un non ancora morto demone avanguardistico, si riallacciava attraversando l’esperienza del Novecento al profondo dolcissimo fantasma di Torquato».
Mario Pomilio, prefando Le anestesie, sottolineò «che il romanziere Orsini aveva puntato sulla denuncia del vuoto interno alla società letteraria e, in genere, all’uomo moderno, reso quanto lo scrittore una carcassa, un povero, brullo manichino che si agita e cerca di difendersi, ma all’interno del quale tutto è consumato».
Lanfranco Orsini, fuori dal neorealismo imperante, fu un intellettuale di matrice europea, uno scrittore acuto, un poeta che per tematiche ed esperienza del verso rappresentò l’anello di congiunzione tra Montale e l’era post-montaliana.

Testi

In una conchiglia hai cercato
il rumore del mare che non c’era.
I miei sguardi passavano
attraverso quel diafano
abitacolo fragile che fu vivo.
Qualcosa era al di là che mi chiamava.
Non c’eri più in quell’attmo,
non ti sentivo.
Tra la spiga e la mano ricostruivo
l’alterità reciproca
di quel muro invisibile che un gesto
ridisegnava.

*

La tua onda che si ritrae
ha rampini di ruggine che alla mia riva
stracciano solchi inquieti
ove la vita si torce come il lombrico
mozzato dalla ruota.
La tua onda che mi dilaga
– calda frescura, favola
di sanguinoso azzurro nelle tue vene
bevuta dalle mie –
accelerata luce che riempie
le cavità del mio dubbio
e ne fa gorghi di volo.
La tua poesia che mi leggi
è il misterico filtro
del tuo pozzo carnale,
l’intelligenza che dice
le tue create altitudini
dove ti amo con pace,
il tuo vento solare
con cui magnetica orienti
le mie atmosfere su te.

*

Hai ritirato in te
quanto di te mi portavi.
Per punirmi hai il silenzio dialogato
che ora chiami amicizia.

*

La tua carne e il tuo spirito sono per me tutt’uno.
Quello che scrivi mi tenta nel tuo corpo d’amore.
E se con luce d’occhi
– Fino ad ieri – mi dici – avrei potuto
non rivederti più,
non lo potrei da ieri – ,
se improvvisa al telefono
stammi dentro – mi hai chiesto – e ti stremava
il desiderio sul filo,
sono colmo di te che mi possiedi,
ho paura del mio
demone meridiano.

*

Ma gli angeli cariati dentro i muri
non eri tu a nasconderli, i tuoi occhi
di velluto notturno
nella grotta di Cuma hanno forse imparato
a fendere di luci laminose
l’opacità delle carceri.
Con la parte di te che non inciderà
l’aculeo dell’amplesso
liberata in immagini scoccate
dagli elettrodi viola delle attrazioni
sprigionerai angeli restaurati
per reinventare d’ali i cañón che vedevi quando mi fosti
la segugia fiatante sui tappeti
al filo bianco legata
e sul muro la coda di pavone
fu la breccia spiegata donde si sporsero
i prigionieri per guardartoi muti
che di te rinverdivi
di un mio greto le invetrite erbe
mentre il ciondolo azzurro quasi al buio cercato
erea l’alt sulla porta alla bugia
dl quotidiano senza fronte, il filtro
dell’ermetica fiala,
la tentazione intatta
della tua epifania.

*

Vorrei essere il contrappunto
della tua melodia; darle la dissonanza
delle note che nascono sulla tristezza
delle proprie morti; la nebbia sonora
che cova l’inespresso; lo spessore
degli ottoni e dei legni, quell’impasto
caldamente viola che tocca le radici
dell’ascolto e dell’animo; prendere il leit-motiv
del tuo sangue e venarlo col sensitivo peso
degli anni che non hai, quel nascosto vibrare
degli echi del dolore ma liberato
nel tuo capriccioso clarino;
e all’impetuoso che intoni vorrei dare
per segnarlo di me, perché ti sia
così denso e fecondo,
il caldo flusso vitale che da me esprimi
– diventato Parola.

*

Era il tuo patto: oggi per oggi. È giusto.
Nulla vale a tenerti, non l’amore
quale non più, lo dici, troverai,
né la Parola che di due faceva
questa vibrata unità.
Il rifiuto di noi che un’altra volta
un tuo vento ripete
è l’inganno assassino
del deus inversus nel tuo sangue, il trucco
dell’interno nemico punitivo
per cui cieca mi mutili e ti perdi.

Tratta dalla sezione inedita PER LA RAGIONE ASSASSINA

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