Francesca Moccia

a cura di Mario Fresa e Stelvio Di Spigno

Francesca Moccia, nata a Ponte (BN) nel 1971. Sue poesie sono comprese nell’antologia I poeti di vent’anni a cura di M. Santagostini (Stampa, Varese 2000), Nuovissima poesia italiana a cura di M. Cucchi e A. Riccardi (Mondadori, Milano 2005) e “Orchestra” n. 1 , a cura di M. Cucchi (Lie-toColle, Como 2007). La muffa del creato (LietoColle, Como 2005) è la sua opera prima.
Una silloge di poesie è apparsa in “Monte Analogo” (novembre 2010).

MONOLOGO TEATRALE

*
Fratello inerme, una stanza altissima
sui vetri animali secchi
il cortile, il solito ritorno
io rinchiusa –
Non saprei dove andare
continuo a levarmi nel letto è
certezza l’attesa del sonno.

*
E mi venne alla mente
rimanevi in piedi, lontano mi sforzavo di vederti
c’era silenzio, sistemo gli sfondi, ti sento
correre. Apri una valigia continui a
scuotere la testa – scavavi –
Non pensavo, riuscivo a non decidere

*
Apro la risposta, sospesa al perduto
faccio risalire le ore e il tempo
è popolazione viva –
Sfido la scena rielaboro il copione e recito
fino all’ultima riga.
Dove dentro vuol dire lontananza e le linee
del respiro hanno la stessa sincronia
innocente della nascita.

Leggero trasforma il dolore e i due punti
che io immagino lontani si uniscono.

*
Sono lì nel vetro delle lenti come
un sordomuto con i fogli nella tasca
senza istruzioni.
Qualsiasi dubbio mi porta a ricominciare.
Il mio rifiuto non conta –
ogni frase è una traversata da una
persona all’altra, forse in fila.
Ti guardo presumere il caso.
Non c’è niente nello spazio che ci divide, niente
nella lontananza.

*
Lenta la sera e i suoi gesti
intorno.
La solitudine custodisce il sapore.
Ti osservo come una bolla senza
riaprire gli occhi – immobile – .

*
L’ultimo ramo sul mare si mostra.
Si dirada tra scogli chiaro il
fondo molle aspettando.

*
Riesco a sentire la pioggia, batte tante volte
il paesaggio la riceve senza ostacoli,
giace nelle strade la porta aperta
l’aspettiamo.
Scorre sul collo, me ne nutro –
nessuna parola l’acqua ci copre senza
combattere.
Umidi come stelle collise
dai limiti, sfumiamo come nebbia.

*
Qual è la distanza? Perché corriamo? Siamo
mosche contro la luce, e la vediamo
venire verso di noi, lei è buona e ci uccide
uccide il nostro volo –
Tutto è immobile, tutto le risuona intorno,
e lei rimane immobile – nullità fissa o luce
che divampa?

*
Come l’uomo caduto in cave umane, brancolanti
in cerca di una chiave di luce
si bea di un demone di cui lui stesso è
torbido riflesso –
persuade la mia anima –
uso la vita, labile odore volubile.

*
Punto sul cuore dei riflessi
sentivo l’odore che indossava
insieme alla pioggia –
mi pensò, fu fretta,
finì come le nuvole in un lavello
è questa idea cattiva –

*
Il mare gli ultimi metri
le ginocchia pieghe –
la mano indugia nel richiamo della terra
mi ritrovo a credere a un sentimento
ancora come roccia, insolente
trabocca dalla pietra –

*
Ho ricevuto più pericolo che importanza,
influenza cattiva.
E io ho ragioni di cui mi importa
ecco tutto questo sottomettersi può
rubare la tua coscienza,
se apri lo sciocco colpirà nel sonno e
sopraffatto potrai sognare, muoverti.


DIALOGO PSITICO

Una morale è una disciplina, io do retta
alle voci degli impulsi.
Obbedisco alle informazioni come un
conducente arabo imbottito di esplosivo,
ma quando la mia calma torna penso al
mio tema natale, alla mia coscienza
Al suo scenario ineccepibile.
Questo mondo psitico di costruzioni
e realtà leale.
Ideazione che non finisce.
Qual è il mio senso, come un albero
la radice.
La mia essenza, la mia assenza……..
……………………………………………

*
Ancora di salvezza miope, non mi vedi?
salvami ora non attendere.
Giustificami per ogni atto sottraggo
piacere non do bellezza –
Nel vicolo morto di luci inizia a battere
la pioggia, solo rumore nelle strade.

***

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