Ai 3 Mestieri, l’armonico smarrimento in “Novecento” di A.Baricco-interpretato e diretto da Francesco Biolchini

di Marta Cutugno

“Non era una di quelle persone di cui ti chiedi chissà se è felice quello.
Lui era Novecento, e basta”.

Messina. Una felicità candida e smarrita. La storia del pianista nato sul Virginian e mai sceso approda al Teatro dei 3 Mestieri con “Novecento” diretto e interpretato da Francesco Biolchini, una produzione Maneggiare con cura, per la direzione tecnica di Carmine Prestipino e l’organizzazione di Mariarosa Biginelli.

Nella brevissima prefazione al monologo, Alessandro Baricco definisce il suo testo “in bilico tra una vera messa in scena e un racconto da leggere ad alta voce (…) una bella storia, che valeva la pena di raccontare”. Un piroscafo, una grande imbarcazione diventa culla, casa e porta per l’eternità. È andata così per Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento. A sorreggere lo spettatore e l’amico-narratore trombettista Tim Tooney, la speranza che “il più grande pianista che abbia mai suonato sull’Oceano” prima o poi scenda dalla nave su cui era venuto alla luce e su cui era stato abbandonato ancora in fasce, una speranza che mai troverà una strada. Molto bravo Francesco Biolchini a rendere manifesta la sua grande capacità narrativa nell’accostarsi ad un testo sensibile che, edito da Feltrinelli, risulta ad oggi uno dei libri più letti, con 1.200.000 copie vendute e 64 edizioni in più di 35 paesi del mondo. “Novecento”, scritto per Eugenio Allegri e per il regista Gabriele Vacis, non lascia la scena teatrale dagli anni Novanta e nel 1998 divenne indimenticata e pluripremiata trasposizione cinematografica con Tim Roth nel ruolo del protagonista, la regia di Giuseppe Tornatore e le musiche di Ennio Morricone.

Nella messa in scena ai 3 Mestieri torna alla memoria quella piccola scaletta, che idealmente rappresenta il più grande ponte su una terraferma qualsiasi ed il tentativo di liberarsi da una vitale linea di confine e che, da sola, non basta ad evitare la viscerale esplosione umana di un personaggio, di un essere che ha fatto del mare e della sua musica l’unica ragione di vita. La scenografia fa chiaro riferimento al trasferimento ed all’emigrazione con i suoi bauli, i giornali e le poche cassette che alludono ad un invisibile pianoforte, mentre un manichino sollecita ed agevola i cambi d’abito del protagonista.
Le musiche scelte abbracciano inevitabilmente il jazz ma anche il repertorio pianistico chopiniano ed il cabaret. Nell’insieme scenico si delineano paura e perimetro: andare oltre i confini che la vita e le esperienze hanno stabilito per noi, costituisce smarrimento, che per quanto tale può anche risultare armonico, euritmico, dal macro, tra le estremità di una nave a vapore, al micro, tra gli ottantotto tasti di un pianoforte.

Le espressioni ed i colori che Francesco Biolchini ha definito e realizzato per ogni diversa voce del testo raccontano e lasciano bene immaginare quelle vite perdutamente immerse nell’infinito Oceano. Tenuta buona ed elegante per i passaggi dell’attore da un registro ad un altro, flashes accompagnati dall’alternarsi semplice di buio e di luci. Biolchini affronta il monologo dello scrittore torinese con un rigore importante che, tuttavia, si pone probabilmente a freno dell’aspetto propriamente emozionale della vicenda narrata. La sua è una carezza a quel velo sentimentale che sta a metà tra la sua immagine ed il pubblico. Una scelta di misura che libera solo in parte quella scossa emotiva destinata al coinvolgimento e ne dilata i tempi scenici. Pubblico da forte riscontro che ha determinato il sold out per le due date al Teatro dei 3 Mestieri ed ha applaudito il protagonista richiamato più volte sulla scena.

“Da una nave si potrà anche scendere, ma dall’Oceano no”.

Prossimo appuntamento per la stagione “Radici per restare” al Teatro dei 3 Mestieri è in programma per il 23 e 24 novembre con “Il cannolo di Calogero”, spettacolo di Teatro Canzone di e con Giorgio Rizzo, Marco Corrao e Marco Ione Bartolo, una produzione Dum Tak Power.

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