CONCORDANZE E DISSONANZE / Nella taglia esatta della pena: “Libretto di transito” (Amos Edizioni, 2018) di Franca Mancinelli

A dispetto del titolo, di alcune ricorrenze stilistiche e tematiche, e della tentazione di affermare (o, in questo caso, di consolidare) la presenza autoriale, il Libretto di transito di Franca Mancinelli si offre alla lettura come una serie testuale in primo luogo stratificata e composita, non di rado statica.

Che disattenda quelle che sono le sue dichiarazioni programmatiche più o meno evidenti, tuttavia, non depone necessariamente a sfavore della lettura del testo. Come ha scritto John Taylor nell’introduzione alla traduzione inglese (per i tipi di Bitter Oleander), disponibile qui nella traduzione di Riccardo Frolloni, “il libro si conclude con un albero benefico e metaforico le cui foglie stanno ‘iniziando una frase per te’”.

L’immagine finale è dunque di radicamento e ramificazione, quasi a dare ordine alle 33 prose che compongono il Libretto, e una simile ricomposizione non può forse essere trascurata, poiché può servire da prezioso contrappunto alla successiva apertura sinestesica delle foglie che “stanno iniziando una frase per te” (p. 55), nella ricerca di un nuovo inizio.

Del resto, una delle due epigrafi del testo, di Simone Weil, recita significativamente: L’arbre est en vérité enraciné dans le ciel; radicamento, dunque, ma in un cielo che, come suggerisce sempre Taylor, “non [è] un orizzonte trascendente ma […] un sentire nel senso più pieno, che comprende l’inconscio, i ricordi, i sogni, le visioni e la consapevolezza amplificata – quell’intricata miscela di pensiero e sentimento che un essere umano prova di fronte a quell’albero, a quell’altra persona, o a se stesso”. Impossibile, a questo proposito, non rievocare anche le “radici aeree” di Paul Celan: Die endlosen Verzweigungen der Luftwurzeln, die ich je eine Hand gehängt habe…

Se questo albero può dunque assurgere a emblema e suggello del libro, pare opportuno, tuttavia, approfondire un’altra argomentazione arborea di Taylor, ossia il fatto che “tutti i brani di questo libro, presi uno dopo l’altro, sembrano delineare un’unica storia complessiva; a ogni modo, un movimento verso la guarigione o il rinnovamento”.

Come ha già sostenuto altrove Alberto Cellotto, infatti, non vi è una vera e propria evoluzione narrativa nel corso delle 33 prose del Libretto: alle topiche tutto sommato tradizionali del viaggio (dal cammino a piedi all’attraversamento ferroviario) fa da contrappunto una molteplicità di immagini statiche, che a volte rimandano a inizi, tappe o conclusioni del viaggio – con riferimento, ad esempio, alla casa – a volte ne sono lontane, come nel caso delle figurazioni della concavità o convessità che ritornano, nella produzione di Mancinelli, già dall’esordio con Mala kruna (Manni, 2007).

Si prenda ad esempio il ricadere nella “grande ciotola della piazza” della prosa a p. 21, che qui riportiamo per intero:

 

Nessuno calma il grido. Non c’è niente da donare in pasto. Non si dorme con questi che chiedono cibo, grattano con il becco e le unghie, in volo spezzato, sporco su ogni cosa. La mattina le strade, e il loro grido insaziato. La grande ciotola della piazza.

 

In questo caso, come in molti altri, il transito per questo luogo non meglio precisato è accompagnato, se non anche sovrastato, da un “grido” che, nella sua seconda occorrenza, si rivela come “grido insaziato”, grido di fame. È un grido, in realtà, sul quale la fame è oggetto di traslazione (quale fame, per la poesia, oggi?), poiché, nel corso del Libretto, si rivela piuttosto come grido del ripetersi ossessivo, del ritornare compulsivo alla ferita. Recita l’altra epigrafe del testo, tratta da Emily Dickinson: To fill a Gap / Insert the Thing that Caused It…

Mancinelli non esamina l’assenza o, per dire, la crepa – ormai diventata figura ricorrente, se non cliché, in certa poesia italiana contemporanea – ma si limita (ed è un limitarsi assunto nella sua pienezza) al ritorno, alla ripetizione, alla ri-apertura (psicologica) e alla ri-chiusura (formale) della ferita che accompagna sempre ogni espressione propriamente ‘lirica’.

In questi poèmes en prose che, dunque, si presentano senza età, si va costantemente alla ricerca della “taglia esatta della pena” (p. 13) e il transito – pur ricordando obiettivi ben definiti e chiare ricorrenze stilistiche all’interno della collana A27 di Amos Edizioni – è più propriamente transitare sull’oggetto, meditare, per poi ripartire.

Se in questo non c’è guarigione, c’è forse rinnovamento, ma sarà solo la futura produzione di Mancinelli a poter specificare questo percorso, al momento fermo – o, per meglio dire, staticamente consegnato – ai dilemmi costitutivi della scrittura, indirizzati “a quell’altra persona”, per citare John Taylor, “o a se stesso”.

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