I travestimenti metafonici della poesia di Mario Fresa – di Rosa Frullo

 

di Rosa Frullo

 

 

Phantasmata saepe lucem abradunt”

(Michele Sovente)

 

Signore! dacci occhi deboli per le cose che non valgono, e occhi pieni di chiarezza per guardare tutta la verità “

(Sören A. Kierkegaard, La malattia mortale)

 

1.

Con “Svenimenti a distanza” (il melangolo, 2018) Mario Fresa porta in superficie, e per intero, la potente energia metafonica contenuta nel suo linguaggio poetico che fino ad ora appariva solo un’ascosa entità o, più semplicemente, una parola soffocata (o, forse, implosa). Perché nella sua ricerca poetico/musicale, da Alluminio (2008) a Uno stupore quieto (2012) questa energia si mostrava come un ponte o come l’inizio di un prolungamento del concetto di “Morphing”(qui condotto, con sovrana perizia, al suo compimento): e cioè la visione dell’iniziatica trasformazionedi un’immagine, ovvero del trasferimento metamorfico di un significato in un altro. In “Svenimenti a distanza” le lingue poetiche da lui usate, (quella onirica, fonico- musicale, erotica)si sono via via intrecciate in una densa moltitudine di presenze ch’è simile al movimento agitato e confuso di un imponente e labirintico sciame di insetti. Le immagini primordiali, i frammenti di vita vissuta – figure sospese, o divise, tra l’immaginoso e il quotidiano – formano una sorta di grande stratigrafia, dove l’universo è tutt’uno con le tensioni profonde, inquietanti, vitali della realtà. La poesia, qui, supera la “tirannia dei rapporti” (direbbe Amelia Rosselli), e in ispecie la tirannia di una sola realtà dominante: e invece sceglie di stare in un immaginario territorio invasoda un indomato moto perpetuo che lo costringe ad abbandonarsi e a sollevarsi, a distruggersi e a risorgere: e infine, com’è giusto, a fare i conti con gli imprevisti, con le incognite, cogli improvvisi sussulti e con le violente impennate dell’esistenza, che l’inesausta lotta/simbiosi/trasformazione di quella stessa esistenza produce in un corpo sofferto e sospeso sempre tra malattia e convalescenza, tra catabasi e finale risurrezione.

Naturalmente, la malattia di cui parla il poeta non è solo, necessariamente, estesa al corpo ma è quella che Kierkegaard chiama la “malattia mortale”, anche se in vero non del tutto mortale perché metafora atroce degli spasmi esistenziali: ”Una  passione, questa, che si ritrova solo di rado, forse una volta sola; di solito, invece, dopo la cena, grida il nome del marito e de gli insetti./Si assicura che stia dormendo, prima di colpire”(da Morphing).

 

2.

È impossibile tentare di elaborare una visione critica della poesia di Mario Fresa senza tener conto del rapporto generativo parola/nota musicale. Perché dico che questa lingua poetica  è il prodotto di lievi, e poi forti e convulsi movimenti metafonici prodotti da questi due elementi. Il continuo movimento spasmodico della “substantia” poetico /musicale, agendo come una sorta dimovimento sismico, distrugge – per poi ricreare dalla distruzione stessa – una nuova e più potentevita, che emerge violentemente dalle macerie, o dal nulla; ed è proprio quello che Nietzsche cercòdi mettere in evidenza nell’opera “La nascita della tragedia”:  e cioè che il “principium individuationis” deve assolutamente essere trasformato, destrutturato, superato. Sì da giungere,attraverso la sua vitale distruzione, a ricreare una identità nuova (un ”oltre uomo”) che possa somigliare al Dioniso ebbro attraversato dagli elementi congiunti parola/musica/eros, più che al dio cristiano (in ispecie veterotestamentario), geloso e ricattatore.

3.

Chi legge questo libro resterà stupito di fronte all’abilità di Fresa nel condurlo in un vortice intessuto di elusivi tranelli linguistici e di suoni metafonici (surreali; spiritici; o comunque remoti, indecifrabili, “altri”) che sono impercettibili se si voglia seguire, semplicemente, una metrica “lineare”e non intuitiva. Ho voluto immaginare questo suo progetto poetico come una “colonna di ghiaccio ardente” o una colonna di ghiaccio con il fuoco dentro, costruita, o progettata, sulla perfezione di un pentagramma fatto di parole/note ma sospeso sopra il vortice estremo di un buco nero. Il suo destino è quello di sciogliersi, o dissolversi, nel vuoto: ”Il rapporto tra noi è una gengiva azzurra: e tanto si dimentica lo stesso./Come i gamberi e l’acqua nodosa, che li fanno diventare eterni”. Quello che di arcaico o di arcano affiora dalle fenditure  del sottosuolo poetico di Fresa è destinato a nascondersi e a sparire di continuo, usando una costante maschera cangiante (perché la trasformazione può applicarsi, appunto, solo traverso il mascheramento e il nascondimento: come, d’altronde, suggerisce l’assunto cartesiano “Larvatus prodeo”); e creando,ancora, un sistema alternato di vuoti e di pieni attraverso cui circolano suggestioni, memorie,apparizioni affascinanti e al contempo allarmanti, e impreveduti finti bagliori, il cui ruolo è diincantare il lettore con spettacolari artifici visionari , che si creano e si distruggono nello stesso momento. Il vero fine poetico è quello di trasformare, distruggere e ricreare servendosi di un ipotetico Demiurgo spettrale: ché le tre dimensioni (quella verbale, musicale, erotica) entro le quali s’innerva, pullulante, il complesso universo inventivo di Fresa non cedono minimamente alla tentazione di sorprendere o “distrarre” chi legga con soluzioni superficiali, ma sanno invece creare e ricreare visioni dotate di una sofisticata perizia compositiva, mai facendosi solleticare da uno sperimentalismo fine a sé stesso; bensì rigermogliando senza sosta dall’autentica necessità di una continua inquietudine esplorativa. Fresa vuole, dunque, dare corpo a ciò che apparentemente non si vede: o a ciò che sembra marginale, unendo e fondendo l’apparizione fantasmatica delle immagini con la realtà ontologica della parola/suono .

 

4.

Una poesia, dunque, scandita da sequenze fittamente concentrate o da lapidari enunciati, capace di correre lungo una corrente costantemente alimentata da strani, cocenti bagliori. E allora questo libro apparirà come una sonda gettata in una vasta profondità che non si placa mai; e che ricerca,spasmodicamente, di collegare il vuoto alla pienezza, il vicino al lontano, il malessere e il desiderio, la desolazione e l’eros, il monologo e il racconto; e, infine, di riunire e di saldare una infinita prossimità della morte con una vertiginosa lontananza dalla vita.

La parola rimanda a sommerse tracce di vita, riplasmandole con i rigurgiti del presente, e la musica inchioda l’io a un suo tenebroso spazio teatrale, cercando di elevarla attraverso un acuto impossibile per la voce umana. L’erotismo, infine,  cerca di fare da tramite con tutto ciò, con i bruschi attriti del quotidiano: ”Tutti anneghiamo alle nostre spalle come una lingua sottile da caviglia: un po’ di magro territorio che non ci fa sparire come vogliamo”.

 

5.

La metafonia non si estende solo alla forma poetica/musicale o estetica, ma anche e soprattutto al significato. Credo che il poeta abbia dovuto sostenere una fatica immensa nel costruire “un’etica del contenuto”dal vuoto, dal buco nero che prima abbiamo citato. Il vuoto, l’assenza, sono le conseguenze di un annichilimento totale della struttura geometrica dell’espansione linguistica/musicale, e in particolare delle forme di vita: ”Lo sguardo prende il posto  di tutti e due, prima ancora di ritrovare i corpi, la grazia, il mucchietto della miseria visibile soltanto dall’interno; e il mondo finito a male, chissà dove”. Anche l’uso particolare della punteggiatura mette in rilievo come certi tranelli linguistici possano nascondere stati d’animo più profondi che non si limitano al solo guardare le cose del mondo esterno, ma che si estendono, senza sosta, a un’interiorità sofferente. Da qui il tema, spesso riaffiorante nei versi di Fresa, della “malattia”. E a proposito delle virtù di paradossale “potenziamento” del senso della malattia, amo spesso citare un frammento tratto dal libro di Manlio Sgalambro su Nietzsche “Frammenti di una biografia per versi e voce”, dove il filosofo italiano sostiene che la “sifilide” aveva, in qualche modo, allargato e arricchito la visione percettiva del filosofo tedesco:  ”Voglio che dal  nostro abbraccio /trasudi Idea/oltre che carne e scollatura. Umidori esalavano dalla vagina dal cervello la verità” (A Lou von Salomè dal suo Friedrich). Io credo però che, per Fresa, la malattia sia concepita in questo libro anche come “un’ ipocondriaca farsa”, proprio come nel “Malato immaginario” di Molière (cito, non a caso, un autore molto amato e studiato da Fresa, considerata anche la divertita  insistenza, tipica della sua poesia, nel sovrapporre il comico al tragico, e viceversa).

Certamente questo libro non passa inosservato, e chi ha la fortuna di leggerlo scoprirà che l’autentica scrittura poetica deve essere essenzialmente “cangiante”, e sempre deve essere capace di descrivere (come fossero immerse nel ciclico gioco di una inesausta metempsicosi delle forme) le infinite metamorfosi che avvengono al di qua, e  al di là, delle parole.

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