InVersi Fotografici – Del sapere, del dire, dell’essere o svanire – Rong Rong & i n r i Vs Emilio Villa

di Cinzia Accetta

L’InVerso Fotografico di oggi è clandestino, rarefatto, mescola i registri, scava nel senso. La realtà è prigioniera dei segni, suggerisce Villa, e il percorso della sua liberazione è un percorso ‘dissipativo’ in cui la parola cerca spazi e ‘tempi’ nuovi’. Rong Rong e la moglie Inri come novelli Adamo e Eva offrono i corpi nudi ad una natura ostile (su un lago ghiacciato di fronte a Mt. Fuji e in una fabbrica abbandonata) a rappresentare il nonsense dell’amore che porta a fare “cose stupide” per il sol fatto di capire che non si è più soli e capito questo tutto ha senso.  La bellezza della loro nudità trasforma lo scenario delle loro fotografie in un regno mitico, non contaminato dagli schemi preordinati della società contemporanea. Questa non è la versione “patinata” di un amore, ma piuttosto qualcosa di più crudo e puro allo stesso tempo. Nella serie “Monte Fuji” e “We Are Here” si intuisce come siamo soli in un mondo ostile che nella rappresentazione di due corpi che si tengono per mano diviene l’arcadia, viene percepito come mitologico e ancestrale. Un nuovo inizio possibile: per andare oltre occorre cambiare il punto di vista. Sparire alla vista per riapparire nel senso. Superare la parola e ritornare suono.

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“To go beyond is to vanish from view”

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Emilio Villa in una bellissima Sybilla affermava icasticamente: «in realtà non sappiamo dire cosa sia il dire». La parola non è più pronunciabile e con essa si dissolve il linguaggio stesso. Dissolta la tradizione del linguaggio, negata la regola e la prassi non resta che ascoltare la vibrazione del suono. Autore irriverente e dissacrante, “amico del chaos” Villa esemplifica questa visione anti-accademica in una performance rimasta celebre, volta a sottolineare l’atto effimero della scrittura: “pubblica” alcuni versi scrivendoli su sassi che poi getta nel Tevere, in adesione a una forma del transeunte. Andrea Zanzotto parlava di una «persistente irreperibilità dei suoi scritti» aggiungendo che «nel suo caso dovremmo insistere su quel nulla di preciso che può voler dire la parola “scritto”». A tal punto, che quando apparve Opere poetiche I, nel 1989, si parlò provocatoriamente di un esordio poetico a settant’anni, per un autore che aveva pubblicato la prima raccolta nel 1934 e la seconda nel 1947.

«Guarda che siamo di Eleusi. Torniamo a Eleusi; sotto, sotto, sotto. Qui il più severo e il più vero inventore sono io, che ho inventato la poesia distrutta, data in pasto sacrificale alla Dispersione, all’Annichilimento: sono il solo che ha buttato via il meglio che ha fatto: quello che s’è consumato nella tasca di dietro dei calzoni, scappando di qua e di là, quello scritto sui sassi buttati a Tevere, quello stampato da un tipografo che non c’è più, quello lasciato in una camera di via della croce. Solo così si poteva andare oltre la pagina bianca: con la pagina annientata»

*

Prima o poi, poi o prima
le parole dette, le parole scritte,
presto o tardi tutte le parole
sono destinate a sparire
spariscono.

Le parole sulla carta, le parole
sulle pietre, le parole sui rami
spariranno tutte.

Se queste parole e non parole
sono scritte su materie
che presto si decompongono, che
durano poco più di un
attimo o poco più di un millennio
che cosa esse sono.

*

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Un giorno la giovinezza, con circospezione
abbandona arbitrariamente i capolinea. Ecco.
E io ricordo le finestre che s’accendono al pianterreno
sul vialone, e somigliano così profondamente ai radi
ragionamenti che faremo sul punto di morire,
in articulo, con l’ombra degli amici, a fior di mente.

Invero
non so più se viva tra le secche
ancora il suo tepido serpire, adesso,
in province gelate, come una romanza
fine e perenne sul filo della schiena, ma davvero
so che nelle lacrime lombarde, ove credemmo
di mieterci a vicenda, vagabondi baleni
dissipavano i veli nuziale alle riviere.

Ed era un nome d’alta Italia, a ripensare bene,
era un nome questa raffica, che non osi
più inseguire? E la felicità dell’occidente
si salva in occidente?

Disabitate ormai le alzaie, e disperando
ormai del nostro sentimento (e la nebbia
ormai mietuta che ci stringe a mezza vita),
disabitate le alzaie e disperando ormai,
se la patria fosse una cittadinanza unica, reale,
andrebbe ricordata in un risucchio, a capofitto
per le celesti aiuole, la parte più dimessa
del nostro pensare lontanamente: andrebbe
ricordato uno spesso passaggio di brumisti
e di taxi, quel che tossisce sul margine caduco
del Naviglio, o libero tra le pioppe luccicanti
che i diti dl vento tamburellano lassù, il brivido
dell’ultimo brum, in una corsa matta, che ci porta
via tutti i fanali e il nostro cuore salutando.

*

L’onda del vento a sognare
Sua dispersa matrice,
Un mare, fiorisce.

Vento,
viva vena del cielo,
Rinata canzone
D’un diluvio, quando
Le tue voci diventan silenzi,
E parlano, mute, nel sogno,
Odo primavere nate
Dal tuo gelido grembo,
Gioie rassegnate d’un esilio umano.

Vento,
Tre volte puro,
Come me, come
Se fossi l’ultimo uomo
Vissuto, e vissuto
Solo di carne mia e di me.

*

Veleggiano – e non sanno
gli arroganti calmieri, la dignità
del popolo davanti ai manifesti,
delle rondini basse alla dolena,
e non sanno che presto accenderemo
l’acqua nelle lampade votive,
perché scampino dal fosco,
come rondini basse, dalle unghie
delle lunare in piena,
i nostri corpi – non sanno
che bruceremo la nostra oscurità
finché si possa dire, ad una
voce sola, tutti insieme: “Non ci vedo
più, dunque; smorza; è luce
che si consuma; e lacrime; e bisogna
dirsi coraggiosamente il lungo
“a domattina” nel brucio
dei garofani insensati. Non vedo
più, dunque; smorza; è luce
che si consuma”.

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Nel 1941, quando scrive Oramai, Villa ha ben chiaro che

la storia è uno sbaglio continuo, che non si ferma e non si stanca mai di sbagliare, di rifare, di rivedere, di ricredersi, di affermare oggi per rimangiarsi tutto domani

Rong Rong, Autoritratto, Villagio orientale, 1994
Rong Rong, Autoritratto, Villagio orientale, 1994

Rong Rong è diventato famoso nel 1990 per le sue raffigurazioni grintose della vita nel villaggio orientale di Pechino. Lui era, molto semplicemente, un ragazzo che aveva una macchina fotografica. Così è venuto a conoscenza di alcune delle più potenti performance di artisti leggendari come Zhang Huan e Ma Liuming. Inri abbandonò la sua carriera come ritrattista popolare per un giornale giapponese per dedicarsi alla fotografia d’arte. Ha incontrato Rong Rong nel 1999 e si sono sposati poco dopo. Nessuno di loro ha parlato la stessa lingua per un paio d’anni. Nonostante la loro barriera linguistica, a soli 3 mesi dopo il loro matrimonio sono andati al Monte Fuji e hanno creato una serie di foto che documenta la performance spontanea li realizzata. Dopo essersi tolti i vestiti hanno camminato sul lago ghiacciato in pieno inverno contemplando il Monte Fuji. La loro pura espressione di amore è senza confini. Nella secondo lavoro, che comprende 6 foto dal titolo “We Are Here”, la coppia ha posato nuda in una vecchia fabbrica che più tardi divenne il popolare Pechino Art Space 798.

La serie Monte Fuji di Rong Rong & i n r i s  è stata vista nei musei di Berlino, Singapore, Finlandia, Italia e Francia. Sia all’interno della Cina che a livello internazionale le foto di Rong Rong sono state incluse nelle mostre più importanti di arte cinese contemporanea. Le sue fotografie sono state esposte alla Biennale 2004 di Shanghai in Cina, la Biennale d’Issy di Parigi, e la Biennale di Torino in Italia. Le sue foto hanno avuto riscontri anche in musei come il Museo d’Arte di Smart (Chicago), il Institute of Contemporary Arts (Londra), il Museum of Contemporary Art (Chicago), e l’Asia Society (New York).

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