TAT – WE ARE BUT ONE a cura di Laura Liberale – 1) Il corpo è obsoleto

Ad agosto Carteggi Letterari si prende una pausa e sospende la programmazione ordinaria. Riproporremo post apparsi nel secondo anno di attività. La prima puntata della rubrica “TAT – WE ARE BUT ONE” ideata da Laura Liberale (pubblicato il 14 settembre 2015).


Dal 14 settembre, ogni lunedì, Carteggi Letterari ospiterà una nuova rubrica: TAT – WE ARE BUT ONE, a cura di Laura Liberale. “Tat”, in sanscrito, è il nominativo/accusativo singolare neutro del pronome dimostrativo, che è anche pronome personale di terza persona. In forma di acronimo va letto come: “The Androgynous Totality”. La rubrica conterrà il lavoro in fieri che da qualche anno vede impegnata Laura Liberale insieme a Claudia Boscolo sulla controversa figura dell’artista inglese Genesis P-Orridge che, con la moglie Jacqueline Breyer alias Lady Jaye, negli ultimi anni si è fatto veicolo di diffusione della PANDROGINIA, radicale visione-progetto di riscrittura dell’identità e di superamento dei generi sessuali. I contributi settimanalmente proposti in Carteggi si presenteranno, secondo il disegno originario, in forma di scambio epistolare tra Liberale e Boscolo.


TAT (WE ARE BUT ONE)

Non si impara a conoscere se non ciò che si ama,
e quanto più profonda e completa ha da essere la conoscenza,
tanto più forte, energico e vivo deve essere l’amore
Goethe

—–Messaggio originale—–
Da: Laura Liberale
A: Claudia Boscolo

Oggetto: Il corpo è obsoleto

immagine 1

Il film-documentario s’intitola Carnal Art.
Orlan – l’artista francese da anni impegnata in un processo estremo di ridefinizione corporea e identitaria contro gli stereotipi dell’ideologia estetica dominante – è a Madras per una performance, anno 1992. Discute con il pittore cartellonista indiano circa le caratteristiche che deve avere la sua mūrti, l’immagine “cultuale”. La richiesta è: “un intenso ritratto ufficiale che la magnifichi”.
M a g n i f i c a z i o n e. In sanscrito: māhātmya. Celebrazione della presenza del sacro.
Alle sue spalle il trittico della cui potenza espressiva si sta appunto discutendo: una triplice ipostasi di “Sainte” Orlan in vesti occidentali ma dotata delle plurime braccia dell’iconografia tradizionale hindū.
Qualche fotogramma prima, Orlan si toglie il paio di occhiali da sole neri tempestati di strass per meglio supervisionare l’assemblaggio del cartellone che la rappresenta fuor d’ogni dubbio come Kālī: capelli sciolti, occhi folli, lingua pendula.
Dettaglio dei begli occhi nocciola di Orlan, quelli veri e quelli dipinti. Entrata ex abrupto nella diegesi filmica del testo della Bhagavad-gītā, il Canto del Glorioso Signore, celebre dialogo fra l’eroe Arjuna e l’uomo-dio Kṛṣṇa sul campo di battaglia di Kurukṣetra.
“Il suo corpo è stato percepito come un tempio”, dice la voce fuori campo. “Abbiamo circumambulato il corpo di Orlan, così come i fedeli circumambulano il tempio”.
Orlan cammina tra la folla di una processione contemplando le automortificazioni rituali dei fedeli: lunghi spilloni confitti da guancia a guancia.
Orlan come pseudoavatāra divino: l’assunzione di forme molteplici [ibride] su [quel] palcoscenico [che è il mondo].
Anno 1993. New York. Una sala operatoria color verde mela.
Le immagini del settimo intervento chirurgico-performativo di Orlan vengono trasmesse in tempo reale via satellite e seguite in più di dieci siti mondiali, fra cui il Centre Pompidou di Parigi.
“Penso che con la tecnologia attuale si possa ridurre la distanza fra ciò che si è e ciò che si ha. Non abbiamo mai la pelle di ciò che siamo: ho una pelle d’angelo ma sono una iena, una pelle di donna ma sono un uomo. Il corpo è ormai obsoleto, totalmente obsoleto. Il mio lavoro riguarda la rinascita e la ricostruzione. È una sorta di r e i n c a r n a z i o n e in vita”, dice Orlan, anestetizzata localmente, agli spettatoriinterlocutori, mentre il chirurgo incide e solleva i lembi della sua pelle per l’impianto delle protesi.
Omniprésence, il titolo dell’intervento-performance (per un estratto, qui:

Questa è la mia prima guaina:
l’essenziata di cibo.
È la carne che ora vedi manipolata
sotto il taglio della pelle
la carne forzata al sogno
di nuove conformazioni.
Questa dentro la prima è la mia seconda guaina:
l’essenziata di respiro.
È il soffio che ora senti fiatare in canto
per celebrare l’onniforme.
Questa nella seconda è la mia terza guaina:
l’essenziata di mente.
È il mio dolore sedato
ed il piacere con cui m’espongo.
Questa dentro la terza è la mia quarta guaina:
l’essenziata di conoscenza.
È la scelta per cui mi disumano
facendomi chimera.
Questa dentro la quarta è la mia quinta guaina:
l’essenziata di beatitudine.
La spoliazione ultima
lo scrigno aperto il quale
non troverai più nulla
poiché troverai tutto.

Immagine 2

L’anno in cui Orlan realizza Omniprésence e si fa impiantare ai lati della fronte due protesi concepite per il rialzo degli zigomi, Jacqueline Breyer e Neil Andrew Megson si innamorano a New York.
Lei è un’affascinante ventiquattrenne, nata a Brooklyn il 1 luglio del 1969, assidua frequentatrice e animatrice della scena culturale dell’East Village, infermiera, modella, attrice e performer (BlackLipsTheatre Cult, Jackie 60).
Lui è inglese, nato a Manchester il 22 febbraio del 1950, dal 1971 ha assunto il nome di Genesis P-Orridge. Artista multimediale e performer estremo (ExplodingGalaxyTransmedia Exploration, Coum Transmissions); cultore del ritualismo magico; indagatore degli stati alterati di coscienza e fondatore del Temple Ov Psychick Youth; icona post punk dalla vastissima discografia; pioniere dell’industrial (Throbbing Gristle, Psychic TV); vera e propria leggenda dell’ambiente underground anglo-americano, etichettato come “sabotatore di civiltà” dal Parlamento britannico.

Laura Liberale


In copertina: Photo © Laure Leber/collage Genesis Breyer P-Orridge.

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